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La vita inaspettata. Il fascino di un'evoluzione che non ci aveva previsto

by Telmo Pievani

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Contingenza è la parola chiave di questo libro. Contingente è ciò che è né necessario né impossibile, è ciò che può essere oppure può non essere. La contingenza è ciò che, in base ai risultati della biologia contemporanea, domina la storia naturale.
Questa idea centrale viene illustrata attraverso due esempi significativi. Il primo siamo noi, Homo sapiens, unica specie superstite tra gli ominini. Questa “solitudine” è una situazione recente; inoltre l'homo sapiens non è il risultato culminante e “speciale” di una progressione di specie via via più perfezionate, ma soltanto uno dei rami più recenti di una famiglia intricata. Il secondo sposta l'attenzione su eventi molto più remoti, testimoniati dai ricchi depositi di fossili di Burgess Shale sulla fauna del periodo cambriano, con la sua rapida e improvvisa diversificazione, seguita da fasi di assestamento e di declino. Anche le vicende dei bizzarri organismi cambriani fanno apparire l'evoluzione come processo non lineare e influenzato, oltre che da mutazioni casuali e da logiche di sviluppo interne alla biologia, da eventi esterni come cambiamenti geologici e climatici su larga scala.
Il terzo capitolo tira le somme, analizzando il ruolo del caso e la natura della contingenza: nell'evoluzione non c'è nulla di deterministico né di prevedibile; non è un processo di progressivo perfezionamento che porta a forme viventi sempre più sofisticate, ma piuttosto è un “bricolage” che conserva ciò che più o meno funziona senza mai creare nulla di perfetto. Ciò non significa che sia un caos completamente casuale: anche se il processo non è predeterminato né prevedibile a priori, è possibile ricostruirne i passaggi a posteriori, e mostra schemi ricorrenti, che tuttavia possono essere alterati e sconvolti da eventi anche molto improbabili.
Il quarto capitolo tratta dei problematici rapporti tra scienza, da una parte, e filosofia e teologia, dall'altra. La posizione di Pievani è quella di un “naturalismo liberale”, in cui si tengono fermi i risultati della scienza, senza tuttavia eliminare ogni spazio per la filosofia, la religione e le discipline umanistiche. Passa poi ad esaminare (in verità, con una punta di sufficienza) e a confutare alcune posizioni teologiche e religiose (da Ratzinger a Küng) che tentano di distorcere o sottomettere la scienza. Ma critica anche posizioni opposte, come quella di Richard Dawkins, che tenta di sottoporre ad esame scientifico la questione dell'esistenza o inesistenza di Dio. Pievani sembra più vicino alla tesi dei “magisteri non sovrapponibili” anche se sottolinea l'impossibilità di separare nettamente il campo scientifico da quello filosofico-religioso. Osserva poi che la resistenza tanto diffusa verso l'accettazione della teoria dell'evoluzione può dipendere dalla nostra tendenza innata a trovare cause e agenti per i fatti che osserviamo (tema che ha trattato in un altro libro dal pregnante titolo “Nati per credere”). Ecco quindi che ci risulta difficile accettare l'idea che l'evoluzione non abbia scopo né direzione. Siamo il prodotto di un'evoluzione che ci ha dato un certo atteggiamento mentale: dietro le cose che accadono, noi, spontaneamente, cerchiamo un senso, una causa, un autore che le fa accadere: ma quell'evoluzione che ci ha fatti così appare proprio priva di senso, di scopo e di autore. Ma questo, ed è l'argomento del quinto capitolo, non deve indurci al rifiuto di ciò che abbiamo scoperto, alla cecità di fronte alla nostra condizione, né tantomeno a disperazione e vuoto. Se l'evoluzione non è deterministica, ciò significa che non abbiamo un destino segnato: anche se restiamo influenzati dalla nostra natura biologica così come si è formata nel corso dell'evoluzione, abbiamo un certo grado di libertà, sappiamo riflettere, imparare, progettare. Per il fatto che siamo liberi, la natura ci impone di darci un'etica, senza dirci quale. Dobbiamo svilupparla da noi, e possiamo concepire ideali di dignità, uguaglianza, solidarietà, giustizia che (ecco un altro paradosso) sono alquanto innaturali. Allo stesso tempo, la coscienza della nostra condizione precaria, sospesi tra gli abissi di tempo prima e dopo di noi, sulla superficie di una minuscola scheggia rocciosa, e sapendo che la nostra esistenza non era affatto prevista né garantita, deve indurci alla modestia (l'universo non è stato fatto per noi e non ne siamo i padroni), ma anche alla responsabilità (verso i nostri antenati, i nostri discendenti, le altre specie viventi).
La vita (la nostra, ma anche quella di tutti gli altri viventi) è inaspettata, poiché poteva anche non essere, ed è fascinosa, poiché ci sorprende e ci lascia liberi. Un libro tra scienza e filosofia, tutto sommato non particolarmente originale nelle conclusioni, ma di ottima divulgazione sulla visione del mondo che scaturisce dalla scienza di oggi; richiede delle conoscenze biologiche di base, e alcuni passaggi sono un po' ardui per il lettore comune; ma è ben organizzato nei contenuti, e ha un tono vivace, ottimista e fiducioso (...forse un po' troppo). ( )
  Oct326 | Feb 18, 2012 |
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