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Finnegans Wake by James Joyce
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Finnegans Wake (1939)

by James Joyce

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3,487401,523 (3.88)1 / 324
  1. 00
    Dublinés by Alfonso Zapico (drasvola)
    drasvola: This book is a graphic narration of Joyce's life. It's in Spanish. Very well done and informative about Joyce's troubled relation with society, his work and family relationships.
  2. 01
    Dhalgren by Samuel R. Delany (TomWaitsTables)
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"Riverrun, past Eve and Adam's, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs."

Ok this is not a normal book, I guess I have to read it another again.
Is more crude than Ulysses, but still gave me a good reading time. ( )
  zkazy | Apr 24, 2015 |
Having read ten pages of Finnegan's Wake a day since January 1, I am now done, surprisingly not because I gave up but because I got to page 628 in my copy and that's the end, although it goes back to the beginning, so I guess I'm supposed to start again? I'm not going to, not least of all because I have a migraine right now and won't even remember typing this tomorrow.
I said it was like reading white noise way back at the beginning. I haven't varied in that. Sometimes it seemed okay. Sometimes I had an idea of what was going on. The whole ending eight pages I read today put me in the mood of the ending pages of Infinite Jest, on a beach, an awakening, or a wakening, or does it really matter? I don't really understand what I was reading and I kind of wish I'd spent my time doing something else.
Now and then I liked the rhythm. Like listening to modern classical music like Stravinsky or theremins. Or sigur ros. But really, I like pop music and I'm always going to choose to read books with discernible plots over Finnegan's Wake. ( )
  reluctantm | Mar 4, 2015 |
Confessional: I was doomed right from the start. I have been calling this book Finnegan's Wake. That should tell you something...when I can't even get the title right. I have read a lot of reviews of Finnegans Wake. Lots of advice on how to even read the thing. When you have more reviews suggesting how to read a book rather than what the book was actually about, that should tell you something. In all honesty, I have no clue what it was about. But, I'm not alone. Tons of other people have been scratching their heads, too. But, that's not to say they aren't without advice: I tried reading it aloud, as many suggested. I tried not taking it seriously, as others promised would help. I tried drinking with each chapter and even that didn't make the going any easier. It's much like the lyrics to Phish. I don't understand a jiboo so I don't care for the song. End of story.
  SeriousGrace | Jan 29, 2015 |
A book to swim in and to read aloud in the bath. There are some good jokes; a fair bit of bawdy. It comes out of the mud of sleep. If you read it in the hope of setting down the meaning of it in a box in your skull you may as well not begin. ( )
  Duncan_Jones | Jun 26, 2014 |
Introduced by David Greetham
Illustrated by John Vernon Lord
  narbgr01 | Feb 11, 2014 |
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E' formidabile! Ma chi lo legge?

Esce negli Oscar l'opera più ardua
di Joyce: un'impresa insormontabile sviscerarlo e tradurlo, esempio massimo di capolavori tanto citati quanto sconosciuti

Esistono grandi libri illeggibili, e grandi libri non molto letti. Una sera da Rosati, nella via Veneto di Flaiano, primi Anni Cinquanta, due giovani giornalisti, uno calabrese uno toscano, fingevano di conoscere La recherche, e di averla trovata noiosa. «Si ripete...» dicevano. A un tavolo vicino il critico teatrale Sandro De Feo, un proustiano doc, drizzò le orecchie. «Non sapete di cosa state parlando» si inserì. E cominciò a fare loro domande. «Vediamo un po’, come si chiama la duchessa de Guermantes?», «Chi è la zia del baron de Charlus?». I due farfugliarono, si impappinarono. Alla fine il toscano, che era il più sincero, confessò: «O Sandro... ’un s’ebbe tempo!»

Be’, non tutti hanno letto Proust, ma oggi non esiste lettore acculturato che non abbia perlomeno gli strumenti onde fingere convincentemente di averlo fatto. Lo stesso si può dire per il più famoso libro di James Joyce, altro pilastro del rinnovo del romanzo nel Novecento. Quando Ulisse uscì con enorme risonanza fu anche un successo di scandalo, e la sua pubblicazione negli Stati Uniti (se è per questo, anche nell’Irlanda patria dell’autore) fu severamente proibita. Molti intellettuali protestarono, e in prima fila si distinse il giovane ma già celebre Hemingway, che ne importò personalmente di contrabbando e diffuse molte copie. Peccato che la sua, ritrovata dopo la morte, fosse rimasta intonsa tranne le prime poche pagine.

Anche Ulisse può essere una lettura ardua, e forse la maggior parte degli acquirenti del romanzo si arrende durante il percorso, salvo saltare al fatidico finale col monologo di Molly Bloom. Diverso il discorso per Finnegans Wake, alla stesura del quale Joyce dedicò sedici anni, dichiarando che sarebbe stata l’ultima impresa della sua vita artistica. Rispetto ai pur ardui libri appena citati - Ulisse per la tortuosità, la Recherche per la mole - Finnegans Wake presenta l’ostacolo ulteriore e pressoché insormontabile della lingua in cui fu scritto, lingua che pur partendo dall’inglese, sia pure con accento irlandese, è poi un impasto di neologismi inventati da Joyce attingendo sia alla sua insaziabilità di autodidatta, sia al suo talento di poliglotta. Joyce sapeva infatti moltissime lingue. Prima dei vent’anni, per esempio, si era studiato da solo il norvegese allo scopo di comprendere meglio Ibsen, e in quella lingua aveva scritto una lettera ammirata al grande drammaturgo, il quale gli aveva risposto scambiandolo per un vecchio accademico. Nella Trieste asburgica si era trovato a contatto con un crogiolo di etnie dal quale aveva appreso una moltitudine di idiomi.

Ora, esistono in letteratura libri scritti in lingue segrete, o addirittura inventate. Al tempo in cui nell’Iran regnava lo scià e si promuovevano festival internazionali, il poeta Ted Hughes scrisse per Peter Brook un testo intitolato Orghast da rappresentare sulle rovine di Persepoli, appunto in una lingua fatta solo di sonorità; il pubblico doveva capire l’azione come quando si va a teatro all’estero, riconoscendo i significati dalla musicalità dei fonemi. Non veniva fornita, né esisteva, una spiegazione.

Anche nella sua operazione matta e disperatissima Joyce vuole che il lettore capisca; ma a costo di risalire all’origine di tutte le sue invenzioni, parola per parola. Il primo a corredare di chiose puntuali anche se non esaurienti quello che veniva scrivendo, fu proprio lui. Dante - mettiamo - espone il suo sistema - la sua cultura, la sua cosmologia, la sua religione - per così dire, li porge. Va verso il lettore. Joyce fa il contrario. Il lettore deve andare da lui, e sviscerare quanto lui gli fa solo balenare.

Intendiamoci, la sua creazione non si esaurisce nella lingua. Nell’introduzione al primo volume della traduzione di Luigi Schenoni, uscito nell’ormai lontano 1982, Giorgio Melchiori sintetizzò mirabilmente le pazienti esplorazioni di molti esegeti, mostrando la complicata eppur limpida simmetria che organizza gli innumerevoli episodi della vicenda (questa di per sé sarebbe semplice, la notte e i sogni del protagonista H.C.Earwicker), con un fittissimo tessuto di simboli e allusioni e richiami.

Pesante come svago, poco utile come oggetto di studio (quale allievo è in grado di leggerlo, quale docente di spiegarlo adeguatamente?), Finnegans Wake ha tuttavia sempre trovato appassionati che non si sono stancati di interrogarlo. Tra questi in Italia spicca Luigi Schenoni, venuto purtroppo a mancare senza terminare l’eroica fatica di tradurlo, oggi giunta a un quarto volume. Ma non di tradurlo in una lingua «normale», così da consentire di leggerlo come con una versione interlineare. Schenoni ha voluto riprodurre per il lettore italiano l’effetto che Finnegans Wake produce sul lettore anglofono. Lì l’inglese, come si diceva sopra, è la base, ma ci sono richiami ad altre lingue (ne sono state individuate 47), più innumerevoli parole composte, come la sempre citata «meanderthale», dove convivono i significati di meandro più «tale», storia - storia-labirinto - ma anche di Neandertal, con richiamo alle origini della lingua stessa. Schenoni dunque reinventa, sulla traccia dell’originale, arrivando a frasi come «Halloggio di chiamata è tutto il loro evenpane, sebbene la sua cartomanza abbia un’hallucinazione come un’erezione di notte...», che poi spiega in un corpo di note lungo il triplo del testo stesso. Come Joyce, non pensa tanto al fruitore, quanto a cimentarsi con la propria ossessione. Joyce ha eretto un monumento all’impossibilità di procedere oltre nella strada del romanzo, costruendo un romanzo totale e definitivo, in cui tutto lo scibile e la stessa favella sono rielaborati come in una nuova Babele di unione anziché di disgregazione. Condividendo la sua orgogliosa solitudine, Schenoni la fa sentire meno arrogante e più umana.

added by panbiot | editTuttolibri, La Stampa, Masolino D'Amico (Jan 29, 2011)
 

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James Joyceprimary authorall editionsconfirmed
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Henkes, Robbert-JanTranslatorsecondary authorsome editionsconfirmed
Janssen, JacquesCover designersecondary authorsome editionsconfirmed
John, Augustus EdwinCover artistsecondary authorsome editionsconfirmed
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Epigraph
Dedication
First words
riverrun, past Eve and Adam's, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs.
Quotations
.. riverrun
Cry not yet! There's many a smile to Nondum, with sytty maids per man, sir, and the park's so dark by kindlelight. But look what you have in your handself!
Then, pious Eneas, conformant to the fulminant firman which enjoins on the tremylose terrian that, when the call comes, he shall produce nichthemerically from his unheavenly body a no uncertain quantity of obscene matter not protected by copriright in the United States of Ourania or bedeed and bedood and bedang and bedung to him, with his double dye, brought to blood heat, gallic acid on iron ore, through the bowels of his misery, flashly, nastily, appropriately, this Esuan Menschavik and the first till last alshemist wrote over every square inch of the only foolscap available, his own body, till by its corrosive sublimation one continuous present tense integumented slowly unfolded in all marryvoising moodmoulded cyclewheeling history ...
Prettimaid tints may try their taunts: apple, bacchante, custard, dove, eskimo, feldgrau, hematite, isingglass, jet, kipper, lucile, mimosa, nut, oysterette, prune, quasimodo, royal, sago, tango, umber, vanilla, wisteria, xray, yesplease, zaza, philomel, theerose. What are they all by? Shee.
But tellusit allasif wellasits end.
Last words
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Disambiguation notice
Publisher's editors
Blurbers
Publisher series
Original language

References to this work on external resources.

Wikipedia in English (4)

Book description
Haiku summary

No descriptions found.

"Having done the longest day in literature with his monumental Ulysses (1922), James Joyce set himself even greater challenges for his next book - the night. "A nocturnal state...That is what I wanted to convey: what goes on in a dream, during a dream." The work, which would exhaust two decades of his life and the odd resources of some sixty languages, culminated in the 1939 publication of Joyce's final and most revolutionary masterpiece, Finnegans Wake."--BOOK JACKET. "A story with no real beginning or end (it ends in the middle of a sentence and begins in the middle of the same sentence), this "book of Doublends Jined" is as remarkable for its prose as for its circular structure. Written in a fantastic dream-language, forged from polyglot puns and portmanteau words, the Wake features some of Joyce's most brilliantly inventive work. Sixty years after its original publication, it remains, in Anthony Burgess's words, "a great comic vision, one of the few books of the world that can make us laugh aloud on nearly ever page.""--BOOK JACKET.… (more)

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