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Scatole cinesi. Quattro stagioni per il detective Malone

by Soti Triantafillou

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Le scatole cinesi, come le matrioske russe, sono una serie di scatole inserite una dentro l’altra, l’ultima, la più piccola, non si apre, conserva per sé il suo segreto e il suo prezioso contenuto. I fatti narrati in questo libro si concatenano l’uno all’altro come scatole cinesi, un elemento porta a un altro e poi a un altro ancora, nella speranza continua di giungere a una conclusione che però non arriva.

Nonostante l’assenza del classico “lieto fine”, il libro rispetta ugualmente il criterio aristotelico della “catarsi”. La differenza rispetto alla letteratura di genere noir a cui Scatole cinesi apparentemente appartiene, e la firma distintiva di Soti Triantafillou, sta nel fatto che la “catarsi” non è intesa come purificazione della società dal male (l’arresto dell’assassino e il trionfo del bene sul male), ma diventa una questione personale del protagonista, del solitario detective Malone.

Abbandonato dalla sua donna già alcuni anni prima dell’inizio cronologico di questa storia, non riesce ancora a elaborare la perdita subita e si rifugia in un atteggiamento apatico fatto di routine, come se l’automatismo della sua quotidianità possa in qualche modo sopperire all’incapacità di reagire. Ogni tanto si lascia prendere dall’impulso di porre fine alla sua vuota esistenza: un semplice cavo elettrico da cui pende la lampadina in una bottega di barbiere “gli [sembra] proprio adatto a impiccarsi” (pag. 69); la finestra bloccata del suo ufficio gli impedisce di assecondare “quel vecchio desiderio di cadere nel vuoto” (pag. 50).

Il male della società in cui si muovono Malone, la sua segretaria Deni e i poliziotti che indagano sulla serie di omicidi di stampo razzista, porta a crearsi una corazza impenetrabile di difesa che potrebbe essere scambiata per insensibilità. In realtà si tratta di rassegnazione, dovuta alla consapevolezza di essere impotenti di fronte al male e di non poterlo debellare. Il male non è che il risultato di un intricato complesso di concause (scatole cinesi!) per le quali nessuno è direttamente responsabile, o se lo vogliamo vedere secondo l’ottica di Soti, per le quali tutti siamo responsabili, almeno indirettamente.

Ma la “catarsi” che Soti Triantafillou ha previsto per il suo libro non è la tragica risoluzione di Malone come un novello Aiace, bensì il ritorno, dopo un anno intero, della primavera, quando cioè Malone riesce finalmente a formulare un pensiero che somiglia più a un momento epifanico: si rende conto di essere ormai “cresciuto troppo per continuare a soffrire” (pag. 211) e decide di uscire dal torpore.

http://www.lanotadeltraduttore.it/scatole_cinesi_quattro_stagioni.htm

Chi è Soti Triantafillou?
Ė sicuramente una donna che ha tracciato la sua vita con forza, con volontà e coerenza. Gli altri la considerano anti-convenzionale, lei dice invece che il suo stile di vita non ha sorpreso nessuno e che anzi la sua vita potrebbe essere vista come la noiosa prosecuzione di presupposti esistenti sin dalla sua più giovane età. (intervista «Η ζωή είναι αλλού» puntata 7, ERT Archive)

Ė nata nel 1957 ad Atene, da una famiglia abbastanza agiata, appartenente ideologicamente e politicamente alla sinistra, in un periodo però in cui essere di sinistra in Grecia non era né di moda né molto 'salutare', per usare (decontestualizzata) un’espressione di Soti stessa (cfr: Θάνατος το ξημέρωμα): le gite domenicali della famiglia spesso si limitavano alla visita di parenti e amici rinchiusi nelle carceri greche dal regime dei Colonnelli.

Una famiglia agiata, quindi, ma il quadretto che potrebbe venire alla mente non corrisponde al vissuto di Soti. Nessun privilegio di nessun genere, né dentro la famiglia né fuori.
Il netto schieramento politico familiare è percepito da Soti come un modello di vita asfissiante e totalizzante e ha fatto crescere in lei il desiderio di affermare la propria personalità, di rivendicare la propria indipendenza e libertà di pensiero, a dispetto di ogni imposizioni esterna, di ogni tentativo di appiattimento della propria individualità. Soti non poteva accettare quella fedeltà ideologica indiscussa che si presentava come un dogma politico e morale e che si limitava a sostituirsi a altri dogmi, mantenendone inalterato l’asservimento cieco.

Lo sottomissione supina non rientra tra le caratteristiche di Soti. Da qui quell’anelito di libertà che caratterizza la sua personalità e che si sprigiona in tutti i suoi libri, una sorta di pulsione irrefrenabile all’affermazione di sé in una società che tende a imbrigliare e a immobilizzare in ruoli predefiniti, penalizzanti per l’individuo. Non è un caso che il peggiore incubo di Soti sia l’ εγκλεισμός, il rimanere intrappolati, come ci dice nel suo libro autobiografico Ο χρόνος πάλι (ed. Patakis, 2009, pag. 11).

La reazione a questa atmosfera “statica” si manifesta con la passione per tutto ciò che rappresenta il suo contrario, il movimento: la musica rock da cui Soti si lascia trasportare in balli sfrenati, la lettura di libri che la fanno viaggiare con la mente e con lo spirito, la velocità di macchine e motori che le trasmettono un’ebbrezza di felicità. Tutto, pur di spezzare quel guinzaglio che le stringe sempre più la gola.

Non ci sono filosofie di vita valide, dice Soti; ritiene che tutte abbiano già mostrato il loro misero fallimento. Quello in cui crede fortemente è che “per migliorare il mondo non ci vogliono idee migliori ma persone migliori” (trasmissione Η ζωή είναι αλλού - ERT Archives), concetto che Soti ribadisce in termini leggermente diversi ma uguali nella sostanza, nel libro autobiografico: «Ήμουν νέα, πίστευα ότι με το να είσαι καλός μπορείς να αλλάξεις τον κόσμο. Το ίδιο πιστεύω και σήμερα.» (“Ero giovane, credevo che con la bontà si poteva cambiare il mondo. E lo credo ancora oggi.”[Ο χρόνος πάλι, Il tempo, ancora. edizioni Patakis, 2009, pag. 164).

Queste opinioni sono ben evidenti nei libri di Soti, dove si riconosce una sensibilità acuta verso le categorie di persone più fragili, i bambini, i giovani, chi vive inseguendo ideali, chi non riesce a trovare il proprio spazio nella società, i meno avvantaggiati. E nei loro confronti non c’è mai un giudizio critico ma solo com-passione, un sentimento profondo di condivisione del dolore e del malessere. E si sente che per lei “il dolore degli altri non è [solo] un dolore a metà” (Fabrizio de Andrè, Disamistade) ma un dolore vero, partecipato. Questa profonda partecipazione alle sofferenze degli altri le fanno sorgere un senso di ribellione contro ogni forma di sopruso e di ingiustizia. ( )
  TheAuntie | Aug 23, 2012 |
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