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E ci caricarono su un treno by Mario Miti
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E ci caricarono su un treno

by Mario Miti

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Ogni paese – con la minuscola - d’Europa che abbia vissuto l’occupazione nazista ha, con ogni probabilità, visto e patito storie come queste, ma oggi, a settant’anni di distanza, troppi hanno dimenticato (o forse nemmeno saputo). Giunge così quanto mai opportuna l’iniziativa di Mario Miti di riportare alla luce le vicende di chi, originario come lui di Monticelli d’Ongina, ha dovuto soffrire una più o meno lunga prigionia in mani tedesche. Il libro prende in considerazione tutti – internati militari, prigionieri politici, ebrei, espatriati - e il loro alto numero in confronto alle dimensioni relativamente piccole di un comune della bassa piacentina aiuta a farsi un’idea dell’abnorme dimensione del fenomeno, tale che ai giorni nostri si fa fatica a concepirla. La parte più cospicua è dedicata ai nostri soldati catturati dopo l’otto settembre e mandati a lavorare in Germania: la lunga memoria di Livio Bartolini, il brioso racconto di Pippo Fanzola raccolto dall’autore, il diario (integrato dai ricordi registrati dal nipote Riccardo) di quella sorta di doloroso Grand Tour del Reich a cui fu costretto Arrigo Giarola, il giro dell’Europa Orientale schematizzato da Francesco Antonelli raccontano di ventenni (o poco più) che, costretti a crescere molto alla svelta a causa di una vita stravolta da un momento all’altro, hanno salvato la pelle per vigoria fisica, per la capacità di sfruttare le occasioni, per puro caso prima di affrontare delle piccole anabasi a piedi per raggiungere casa. Mesi e anni contrassegnati da fame, stenti e fatica eppur con la consapevolezza, più o meno vaga, che poteva andar peggio: Pippo vedeva quei fantasmi che vivevano oltre il reticolato, nel campo di Dachau vero e proprio dal quale proveniva anche quello strano odore. A conferma, arriva la testimonianza più straziante, quella del partigiano Giorgio Cigala sopravvissuto a Mauthausen e Gusen: la ferocia dei repubblichini locali quasi impallidisce al racconto della vita (se così possiamo chiamarla) nei lager e il racconto riesce ancora a traumatizzare anche il lettore che pure è tutt’altro che digiuno della materia. Le ultime due sezioni sono più striminzite, ma solo per una questione di numeri: ad esempio, gli ebrei monticellesi erano pochissimi alla fine degli anni Trenta e qualcuno di quei pochi è riuscito a salvarsi, malgrado l’egiosmo svizzero de ‘la barca è piena’: il ricordo, seppur pieno d’angoscia, è in questo caso reso più lieve dal lieto fine. Malgrado la parte narrativa sia quella che più colpisce nell’immediato, va però sottolineato il lavoro di ricerca che ha portato a stilare un elenco completo degli internati, con tanto di foto e brevi annotazioni biografiche: inoltre, lungo tutto il volume sono distribuite le immagini dei protagonisti, spesso recuperate da vecchie fotografie del servizio militare in Grecia o in Albania, e dei documenti fortunosamente riportati dalla prigionia. Il tutto testimonia il lavoro attento e appassionato dell’autore, al quale si perdonano così volentieri quei tratti di prosa che suonano un po’ troppo roboanti, perchè è importante rammentare che questo è stato, anche per evitare il rischio che, come ammonisce minacciosa la quarta di copertina, ciò che si scorda rischi di ripetersi. ( )
  catcarlo | May 24, 2015 |
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