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The Bridge on the Drina by Ivo Andrić
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The Bridge on the Drina (1945)

by Ivo Andrić

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The bridge on the Drina stands as a silent character in Bridge on the Drina and acts as a symbol for life. As civilization is buckling, the bridge stands solid, spying on and witness to all humanity. . It is an integral part of the community. If you were Christian and lived on the left bank you had to cross the bridge to be christened on the right side. It was a sources of food as people fished from it or hunted doves from under it. It had historical significance as families shared legends about it. Andric takes us through the sixteenth century and the laborious construction of the bridge to four hundred years later and the modernized twentieth century and how the bridge became a symbol across generations. It all started with the tortured memory of the grand Vizier. How, as a young boy, he was forcibly removed from his mother during the Ottoman crusades. The river Drina is where he lost sight of her. Hence, the bridge. ( )
  SeriousGrace | Oct 25, 2018 |
This was a difficult book to access properly. It clearly has much literary weight. Yet, at other times -- much of the time -- its approach to presenting its subject starts to wear the reader down for its reserve and its redundancy. To be more specific, the early part of the narrative felt much like an elaborate fairy tale, with the many new situations just begging for "once upon the time" introductions. The book is more like a series of stories connected by a common location. Nevertheless, this is the best part of the book, though the reader soon notes the narrative going into the setting and then flying out, like a deity looking down on its subjects, over and over again. We never quite feel what the characters are feeling. It's more like people-watching where one merely speculates what the people are feeling by their actions. The connection to key characters is weakened in the process. As the story of the people around this significant bridge in the Balkans progresses, there is a strange lapse of excessive philosophizing, and then the narrative goes back again to key characters, in and out, but with a very wearing sameness. Perhaps the author intends to show futility, but the futility doesn't appear to come from some obvious enduring conflicts, but from a malaise and depression from life never quite being what people want it to be. ( )
  larryerick | Apr 26, 2018 |
Il respiro della Storia

In un posto crogiolo di razze e religioni l’autore, premio Nobel, ambienta questo magnifico romanzo.
È un libro piuttosto difficile da leggere, denso, che si dipana in infiniti rivoli di considerazioni e di racconti, i personaggi qui, spesso, sono solo esempi della umanità varia che vive attorno al Ponte di Vishegrad. Un ponte e un posto reali, e un ponte architettonicamente meraviglioso oltretutto.
Il ponte fa la storia degli uomini che vivono sulle sponde del fiume che scorre sotto di esso, e gli uomini fanno la storia del ponte. Si fondono e vivono in simbiosi. (per chi è architetto: vedasi il famoso libro di Norberg-Schulz “Genius Loci”)
Questo libro, pur nella difficoltà di lettura, regala delle perle di pura poesia. Ci sono considerazioni di particolare saggezza su tantissimi aspetti della vita degli uomini, sul significato delle cose, sull'amore, sulla cultura, …. sulla Vita!
Le cito qui alcune, sono tante, servono a me che cerco sempre la Bellezza, e sarà una meraviglia poterle rileggere. E l'ultima la ritengo la più bella.

“E così sulla porta, in mezzo al cielo, al fiume e alle montagne, una generazione dopo l’altra apprendeva a non compiangere oltre misura ciò che la torbida acqua si portava via. In tutti penetrava la spontanea filosofia della cittadina: che la vita è un miracolo impenetrabile, perché si consuma e si disfà incessantemente, eppure dura e sta salda “come il ponte sulla Drina”

“Sì, il mondo è grande, enorme è il mondo anche di giorno, quando la valle di Vishegrad tremola nella calura e sembra quasi di sentir maturare il grano che vi è stato seminato, quando biancheggia la cittadina, sparsa attorno al fiume verde e chiusa dalla linea regolare del ponte e dai monti neri. Ma di notte, solo di notte, quando i cieli si ravvivano e avvampano, s’apre l’immensità e la potente energia di questo mondo in cui l’uomo si sperde e non può aver coscienza né di sé stesso, né di dove è capitato, né di quel che vuole né di cosa deve fare. Solo allora si vive, serenamente, a lungo e nel modo più schietto; allora non esistono parole che legano strettamente per tutta la vita, né mortali promesse, né situazioni prive di vie d’uscita, con termini brevi che scorrono e scadono implacabilmente, e che in fondo, quale unici esiti, non hanno che la morte o il disonore. Sì, non è come la vita diurna, nella quale ciò che s’è detto una volta rimane incontestabile ed immancabilmente promesso. Di notte tutto è libero, infinito, anonimo e muto.”

“E' appunto il caso dei due innamorati. Nella cittadina non c'è vecchio o bimbo, donna o uomo, che non li abbia incontrati in una delle loro passeggiate, quando, immersi nelle loro conversazioni, completamente ciechi e sordi a quanto li circonda, se ne vanno per le strade solitarie attorno alla città. I pastori si sono abituati a loro come alle coppie di insetti che si vedono a maggio sul fogliame lungo la strada; sempre a due a due, innamorati l'uno dell'altra. Ovunque li hanno visti: vicino alla Drina e al Rzav, sotto le rovine del Vecchio Castello, sulla via che esce dalla città, verso Stragishte. In ogni ora del giorno, perché‚ per gli amanti il tempo è sempre breve e nessun sentiero è sufficientemente lungo. Vanno a cavallo, su leggere carrozze, ma soprattutto camminano a piedi, con l'andatura tipica di due creature che esistono solo l'uno per l'altra e col caratteristico passo il quale, già da solo, indica che ad essi è indifferente tutto, tranne quello che hanno da dirsi vicendevolmente.”

“Ciascuno di questi due ha i suoi personali motivi, reali o immaginari, ma in ogni caso profondi, per essere insoddisfatto della vita. E inoltre un grande motivo comune: entrambi si sentono infelici e come esiliati in questa cittadina e nell'ambiente degli ufficiali, che sono uomini per lo più vuoti e futili. Per tale ragione si tengono convulsamente stretti come due naufraghi. Sprofondano l'uno nell'altra, si perdono e dimenticano le proprie pene attraverso lunghe conversazioni oppure, come appunto adesso, mediante la musica. Questa era la coppia invisibile, la cui musica riempiva il doloroso silenzio tra i due giovani.”

“Io ascolto attentamente tutte queste discussioni, voi due e le altre persone istruite della cittadina; leggo anche giornali e riviste. E quanto più vi sento, tanto più mi convinco che la maggior parte di queste discussioni orali o scritte non ha niente a che vedere con la vita, le sue concrete necessità e i suoi problemi, perché‚ la vita, la vita vera, io la scorgo da vicino, la vedo negli altri e la sento in me. Può darsi che mi sbagli, e non so neppure se mi esprimo correttamente, ma spesso mi sento oppresso dal pensiero che il progresso tecnico e la relativa pace nel mondo hanno creato una sorta di tregua, una particolare atmosfera, artificiale e irreale, nella quale una classe di persone, i così detti intellettuali, può liberamente dedicarsi all'ozioso e attraente giuoco delle idee e delle "concezioni sulla vita e sul mondo". Come una sorta di serre dello spirito, dotate di un clima artificiale e di una flora esotica, e senza alcun legame con la terra, il suolo concreto e solido sul quale si muovono le masse degli uomini vivi. Voi pensate di discutere sul destino e sull'impiego di queste ultime nelle lotte per il conseguimento dei fini supremi che ad esse avete stabilito, ma in realtà le ruote che girano nelle vostre teste non hanno la minima connessione con la vita delle masse n‚ con la vita in generale. Questo vostro giuoco diviene pericoloso, o almeno può diventare pericoloso, per gli altri e per voi stessi.”

“Dio mio, quando uno vi sente, potrebbe pensare che tutti i problemi siano stati felicemente risolti, che tutti i pericoli siano stati eliminati per sempre, che tutte le strade siano state spianate e aperte e non resti da far altro che camminarci sopra. E invece là, nella vita, non c'è niente di risolto, niente si risolve, né esiste la possibilità di soluzioni complete, ma tutto è difficile e ingarbugliato, costoso e sottoposto a rischi di grandezza sproporzionata; in nessun posto appare una traccia delle ardite speranze di Herak e delle tue alte vedute. Tutti si tormentano continuamente, e non hanno mai quel che occorre loro, figurarsi poi se hanno quello che desiderano. E, con teorie simili alle vostre, appagano soltanto l'eterna necessità umana di giocare, lusingando le proprie vanità, ingannano se stessi e gli altri. Questa è la verità, o almeno cosi pare a me.”

“No, no! Gli altri o non ti conoscono, o ti mentono, o pensano come me ma stanno zitti. Tutte le tue teorie, tutti i tuoi molteplici interessi spirituali, come anche i tuoi amori e le tue amicizie, tutto questo deriva dalla tua ambizione, e la tua ambizione è falsa e malsana, perché‚ proviene dalla tua vanità, solo e unicamente dalla tua vanità.”
“Proprio così. Anche l'ideale nazionalistico che adesso predichi con tanto ardore, anche questo è soltanto un particolare aspetto della tua vanità. Tu, infatti, non puoi amare né tua madre, né le tue sorelle né tuo fratello germano, figuriamoci poi un'ideale! Solo per vanità potresti essere buono, generoso, pronto al sacrificio, perché‚ la vanità è la forza principale che ti spinge, l'unica cosa che ritieni santa, l'unica cosa che ami più di te stesso. Chi non ti conosce potrebbe facilmente ingannarsi tenendo conto della tua solerzia, della tua combattività, della tua dedizione all'ideale nazionalistico, alla scienza, alla poesia, a qualsiasi suprema mèta che si trovi al disopra degli interessi personali. Ma tu non puoi servire niente per lungo tempo, n‚ puoi restare durevolmente vicino a qualcuno, perché‚ la tua vanità non te lo permette. E nel momento in cui entrasse in causa la tua vanità, tutte queste cose resterebbero dietro di te come elementi estranei e lontani per i quali non vorresti n‚ potresti alzare un solo dito. E a causa di essa tu tradirai anche te stesso, perché‚ non sei altro che uno schiavo della tua vanità. Neppure tu sai quanto sia vanitoso, io ti conosco profondamente, e solo io so che mostro di vanità tu sei.”

“Non ti importa di niente, e in realtà tu non conosci né amore né odio, perché‚ sia per il primo che per il secondo bisogna uscire di se stessi, esporsi, dimenticare, superare se stessi e la propria vanità. E tu non puoi farlo; né esiste qualcosa per cui lo faresti, anche se potessi. L'altrui sofferenza non può commuoverti, e tanto meno addolorarti; e neppure la tua propria sofferenza, a meno che non lusinghi la tua vanità. Non aspiri a niente e di niente ti rallegri.”

“Non sei neppure invidioso, non già perché‚ sia buono, ma perché‚ sei sconfinatamente egoista e non noti l'altrui fortuna, cosi come non noti la sfortuna degli altri. Nulla può intenerirti né eccitarti. Non t'arresti dinanzi a niente, non perché‚ sia valoroso, ma perché‚ in te si sono atrofizzati tutti gli istinti sani, perché‚ per te, oltre alla tua vanità, non esistono né legami di sangue né innati riguardi, né Dio né il mondo, né parenti né amici. Tu non apprezzi neppure le tue attitudini. Invece della coscienza ti può scottare soltanto la vanità offesa, perché‚ solo essa parla in te e guida i tuoi atti, sempre e in tutto.”

“Neppure di lei t'è importato niente, nemmeno un poco. E ciò è accaduto unicamente per la tua incapacità di fermarti e di trattenerti dinanzi a qualsiasi cosa che, per caso e momentaneamente, ti si offre e alletta la tua vanità. Sii, tu conquisti le maestrine orfane, confuse e inesperte, così come scrivi articoli e poesie, come tieni discorsi e conferenze. E neppure le hai conquistate del tutto che già ti pesano, perché‚ già la tua vanità resta delusa e guarda avidamente altrove. Ma è proprio questa la tua maledizione, che non puoi fermarti in alcun luogo, né mai saziarti e contentarti. Ogni cosa tu sottometti alla tua vanità, ma tu stesso sei il suo primo schiavo, la sua prima vittima. Può darsi che avrai ancora molta gloria e molti successi, e anche successi maggiori di quella che può essere la debolezza delle donne infatuate, ma in niente troverai soddisfazione, perché‚ la tua vanità ti punzecchierà continuamente spingendoti in avanti, dato che essa inghiotte tutto, anche i maggiori successi, e subito li dimentica, mentre ricorda in eterno ciascun insuccesso, anche il più piccolo. E quando ogni cosa sarà strappata, infranta, imbrattata, umiliata, dispersa o annientata intorno a te, allora ti troverai come in un deserto, a faccia a faccia con la tua vanità, e non avrai niente da offrirle; allora ti roderai, ma ciò non ti gioverà, perché‚ la tua ambizione, abituata a bocconi migliori, non vorrà nutrirsi di te e ti butterà via. Questo tu sei, anche se sembri diverso agli occhi della maggior parte delle persone, ed anche se tu stesso ti ritieni diverso.”

“Avesse potuto interpellare qualcuno o chiedere qualche consiglio, sarebbe stata indubbiamente meglio, ma la vergogna non glielo ha consentito. E così, spesso ha avuto l'impressione che tutta la città fosse al corrente della sua delusione e che, quando attraversava il mercato, la pungessero sguardi maligni e beffardi. Nessuna spiegazione, né con persone né con libri. E lei, da sola, non sapeva capacitarsi della cosa. Se davvero non le voleva bene, perché ha fatto tutta quella commedia di parole e di promesse appassionate durante le vacanze dello scorso anno? Perché‚ quella scena sui banchi scolastici, che solo al vero amore si può concedere e ammettere, mentre, senza di esso, cade nel fango della più intollerabile degradazione? E' mai possibile che esistano uomini i quali stimino se stessi e gli altri tanto poco da buttarsi con tanta facilità in scherzi di quel genere? che cosa li spinge se non l'amore? che cosa sono stati dunque quei suoi sguardi ardenti, il suo respiro caldo e ansimante e i baci turbinosi? che cos'è tutto questo, se non amore? Eppure amore non è! Lo vedeva, meglio e più chiaramente di quanto lei stessa avrebbe voluto. Ma anche questa idea, non poteva accettarla del tutto e in via definitiva.”

“Lei è stata indotta a ciò dalla necessità di lenire il proprio tormento, e lui dall'amore, che, quando è così sincero e profondo, facilmente perdona e dimentica. Le prime parole, naturalmente, sono state fredde, puntigliose, ambigue, i primi colloqui hanno imposto lunghe spiegazioni senza via d'uscita. Ma anche questo ha procurato sollievo alla ragazza. Per la prima volta, ha potuto parlare della sua interna e vergognosa miseria con una persona viva, senza doverla mettere al corrente perfino dei particolari più scabrosi e dolorosi. Glasintchanin le ha parlato a lungo e vivacemente, ma con cautela e calore, avendo riguardo per il suo orgoglio. Neppure nei confronti di Stikovic s'è espresso in modo più aspro di quel che era inevitabile. I suoi giudizi sono stati eguali a quelli che abbiamo sentito in quella notte, alla "porta". Brevi, sicuri e spietati. Stikovic è un egoista nato e un mostro, un uomo che non può voler bene a nessuno e che, finché‚ vivrà, tormentato e insoddisfatto egli stesso, tormenterà tutti coloro che, sbagliando, gli si avvicinano. Del proprio amore, Glasintchanin non ha parlato molto, ma esso traspariva da ogni parola, da ogni sguardo e da ogni movimento. La ragazza, nella maggior parte dei casi, se l'è ascoltato in silenzio. Ogni cosa le piaceva, in quelle conversazioni. Dopo ciascuna di esse, si sentiva rasserenata e tranquillizzata. Per la prima volta, dopo tanti mesi, ella ha avuto qualche ora di ristoro dal suo interiore tormento, e per la prima volta è riuscita a non scorgere più in se stessa una indegna creatura. Le parole del giovane, infatti, così piene di amore e di rispetto, le hanno mostrato che non era irrimediabilmente perduta, e che la sua stessa disperazione altro non era se non un'illusione, così come un'illusione era stato il suo sogno dell'estate scorsa. Esse l'hanno sottratta a quel mondo tenebroso in cui aveva già cominciato a perdersi, e l'hanno restituita alla viva concretezza umana ove tutto, o quasi tutto, ha una medicina e una cura.”

“Ma sia pure, continuò a pensare, se qui si distrugge, altrove si edifica. Vi sono forse ancora, in qualche posto, paesi tranquilli e uomini ragionevoli, i quali sanno cosa sia il timore di Dio. Se Dio ha tolto la sua mano da questa sventurata cittadina sulla Drina, l’ha tolta forse anche da tutto il mondo e da tutta la terra che si trova sotto il cielo? Chi lo sa? Può darsi che questa lurida fede che mette in ordine, pulisce, ripara e rifinisce ogni cosa per poi divorare e demolire tutto immediatamente dopo, debba diffondersi per tutta la terra; può darsi che dell’intero mondo di Dio farà un campo vuoto per le sue insensate costruzioni e per le sue barbariche distruzioni, un pascolo per il suo insaziabile appetito e per le sue incomprensibili brame. Tutto può essere. Ma una cosa non può accadere: non può accadere che scompaiano del tutto e per sempre gli uomini grandi, saggi e generosi che per amore di Dio innalzeranno durevoli edifici, affinché‚ la terra sia più bella e l’uomo vi possa vivere più facilmente e meglio. Se essi scomparissero, ciò significherebbe che anche l’amor divino si è spento ed è scomparso dal mondo. E questo non può succedere.” ( )
1 vote SirJo | Sep 4, 2017 |
Non voglio scrivere un commento dettagliato per il libro perché non sarebbe in grado di rendere l’emozione e la meraviglia che ha suscitato in me la lettura di questa portentosa epopea. Solo, ripensandoci mi viene in mente la Divina Commedia: un'epica enciclopedia dell’umanità dove ci sono parole e pensieri per tutti e per sempre.
E il ponte - con la sua presenza leggiadra, immemore e rassicurante - ci tiene tutti ben saldi alle radici della Storia.

[audiolibro]
( )
  icaro. | Aug 31, 2017 |
More a series of stories than a novel, but still worth the trip. An adequate introduction to this area of the world. Noticed by its absence is the lack of acrimony and political division that has plagued the region lately. ( )
  charlie68 | Aug 14, 2016 |
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Author nameRoleType of authorWork?Status
Andrić, Ivoprimary authorall editionsconfirmed
Edwards, Lovett F.Translatorsecondary authorsome editionsconfirmed
McNeill, William H.Introductionsecondary authorsome editionsconfirmed
Meriggi, BrunoTranslatorsecondary authorsome editionsconfirmed
Munari, BrunoCover artistsecondary authorsome editionsconfirmed
Sangster-Warnaars, C.W.Translatorsecondary authorsome editionsconfirmed
Sinervo, AiraTranslatorsecondary authorsome editionsconfirmed
Sinervo, ElviTranslatorsecondary authorsome editionsconfirmed
Vermeulen-Dijamant, K.Translatorsecondary authorsome editionsconfirmed
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Epigraph
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First words
For the greater part of its course the river Drina flows through narrow gorges between steep mountains or through deep ravines with precipitous banks.
Quotations
Last words
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Disambiguation notice
Publisher's editors
Blurbers
Publisher series
Original language
Canonical DDC/MDS

References to this work on external resources.

Wikipedia in English (1)

Book description
In the small Bosnian town of Visegrad the stone bridge of the novel's title, built in the sixteenth century on the instruction of a grand vezir, bears witness to three centuries of conflict. Visegrad has long been a bone of contention between the Ottoman and Austro-Hungarian Empires, but the bridge survives unscathed until 1914, when the collision of forces in the Balkans triggers the outbreak of World War I.

The bridge spans generations, nationalities and creeds, silent testament to the lives played out on it. Radisav, a workman, tried to hinder its construction and is impaled alive on its highest point; beautiful Fata leaps from its parapet to escape an arranged marriage; Milan, inveterate gamble, risks all in one last game on it. With humour and compassion, Andric chronicles the lives of Catholics, Moselms and Orthodox Christians unable to reconcile their disparate loyalties. [Amazon.co.uk]
Haiku summary

Amazon.com Product Description (ISBN 0226020452, Paperback)

The Bridge on the Drina is a vivid depiction of the suffering history has imposed upon the people of Bosnia from the late 16th century to the beginning of World War I. As we seek to make sense of the current nightmare in this region, this remarkable, timely book serves as a reliable guide to its people and history.

"No better introduction to the study of Balkan and Ottoman history exists, nor do I know of any work of fiction that more persuasively introduces the reader to a civilization other than our own. It is an intellectual and emotional adventure to encounter the Ottoman world through Andric's pages in its grandiose beginning and at its tottering finale. It is, in short, a marvelous work, a masterpiece, and very much sui generis. . . . Andric's sensitive portrait of social change in distant Bosnia has revelatory force."—William H. McNeill, from the introduction

"The dreadful events occurring in Sarajevo over the past several months turn my mind to a remarkable historical novel from the land we used to call Yugoslavia, Ivo Andric's The Bridge on the Drina."—John M. Mohan, Des Moines Sunday Register

Born in Bosnia, Ivo Andric (1892-1975) was a distinguished diplomat and novelist. He was awarded the Nobel Prize for Literature in 1961. His books include The Damned Yard: And Other Stories, and The Days of the Consuls.

(retrieved from Amazon Thu, 12 Mar 2015 18:05:32 -0400)

(see all 2 descriptions)

"A great stone bridge built three centuries ago in the heart of the Balkans ... stands witness to the countless lives played out upon it" and to the sufferings of the people of Bosnia.--Cover.

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