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Opere complete by Silvio Pellico
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Opere complete

by Silvio Pellico

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Inizio de "Le mie prigioni":
Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto a Santa Margherita. Erano le tre pomeridiane. Mi si fece un lungo interrogatorio per tutto quel giorno e per altri ancora. Ma di ciò non dirò nulla. Simile ad un amante maltrattato dalla sue bella, e dignitosamente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov'ella sta, e parlo d'altro.

Silvio Pellico: la storia di un italiano

Silvio Pellico nacque in una modesta casa della città di Saluzzo, il 25 giugno 1789.
Era di costituzione gracilissima e crebbe alquanto debole e malaticcio. Aveva circa un anno quando si ammalò gravemente: il corpo non gli cresceva più, solo il capo si sviluppava, e questo lo fece diventare orrendamente storpio. Ma, grazie alle amorevoli cure della madre e all'intervento dei medici, riuscì a tornare fisicamente idoneo, anche se per tutto il corso della vita soffrì di problemi di salute.

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di Paolo Battisti

Nel 1799 il padre trasferì a Torino il suo negozio di drogheria, ma, visto che gli affari non andavano bene, la madre si prodigò di trovare un impiego per Luigi (il primogenito) e Silvio.
Pellico venne quindi inviato in Francia, a Lione, presso un cugino, che gli disse che se lui avesse avuto un'inclinazione per gli affari, gli avrebbe fatto sicuramente fare fortuna; ma Pellico lasciò scritto nelle sue memorie: "Io preferiva la poesia, non ero sazio di leggere; sentii che la scienza de' negozi non m'avrebbe mai allettato".

In quel periodo in Francia splendeva l'astro del grande Napoleone, trionfava lo spirito libertino e nel campo del pensiero dominavano i filosofi illuministi.
Durante quel soggiorno Pellico poté notevolmente progredire nei suoi studi letterari, perfezionandosi nelle lingue classiche e imparando, oltre il francese, anche il tedesco e l'inglese.

Tornato in Italia a vent'anni, nel 1809 (dopo essere stato richiamato dal padre che aveva trovato un impiego a Milano), Pellico riscosse un notevole successo nei "salotti" letterari, visto che possedeva modi gentilissimi, ingegno pronto e vivace, e una cultura estrema.

Fu amicissimo di Vincenzo Monti, ma la sua predilezione andò sempre per Ugo Foscolo, un personaggio per il quale Pellico aveva un'ammirazione sconsiderata, sia come uomo che come scrittore.
Alla caduta del Regno italico, restituita la dominazione austriaca in Lombardia, il papà di Pellico tornò con la famiglia a Torino, ma Silvio decise di rimanere a Milano.

Nel 1816 riuscì a trovare un impiego stabile: doveva badare all'educazione dei due figli del Conte Porro Lambertenghi, compiendo, in pari tempo, l'ufficio di segretario della nobile casa (il compenso pattuito, oltre vitto e alloggio, era di mille lire annue).
Conservò questa carica sino al 13 ottobre 1820, il fatidico giorno del suo arresto.

Il palazzo del Conte Porro, ricco patrizio milanese, uomo coltissimo e generoso, promotore e fautore di molte libere iniziative, era in quel periodo il ritrovo degli uomini più insigni nelle scienze e nelle arti. Là il nostro Pellico cominciò a far conoscere le sue prime opere, e iniziò ad far suoi gli ideali di indipendenza e libertà che avrebbero caratterizzato il proseguo della sua vita.

La sua prima tragedia, la "Francesca da Rimini", esordì al teatro Re di Milano il 18 luglio 1815; fu subito un trionfo clamoroso e memorabile e venne in seguito applaudita anche Genova, Firenze e Napoli.
Il passaggio dell'Opera che riscuoteva più successo era quando veniva recitata un'infiammata ode all'Italia, che inebriava di patrio furore ogni individuo che doveva sopportare la dura repressione dell'invasore austriaco.

In quegli anni di feconda operosità il Conte Porro, con l'ausilio del fedele Pellico, riunì alcuni dei più insigni intellettuali e formò il primo nucleo del Il Conciliatore, un periodico dai fogli azzurri che, sotto le spoglie di giornale delle lettere, delle scienze e del progresso, in realtà aveva lo scopo di indire una guerra sorda, ma terribile ed efficace, contro la dominazione dell'Austria.

I governatori austriaci non tardarono a comprendere che quel periodico aveva una tendenza politica e rappresentava una precisa dichiarazione rivoluzionaria, e quindi prima gli contrapposero un altro giornale settimanale, L'attaccabrighe, con l'intento di svilire e denunciare gli intenti del Conciliatore, e poi, visti gli scarsi risultati, tramite la censura cominciarono a mutilare orrendamente i fogli del "Il Conciliatore".
La parte politica veniva infatti interamente cassata, la parte letteraria rivista in moltissimi aspetti.

Dopo un solo anno di vita "Il Conciliatore", vista la feroce repressione, dovette per sempre sospendere le pubblicazioni.
Tra gli scrittori di quel periodico, che agli occhi dell'Austria appariva ormai come un nemico delle istituzioni, era particolarmente divenuto sospetto alla polizia il nostro Pellico, in quanto redattore capo de "Il Conciliatore" e segretario e principale collaboratore del Conte Porro.

Negli ultimi giorni dell'ottobre del 1819, il Pellico fu chiamato negli uffici della Polizia e venne severamente ammonito dal Governatore, il quale gli vietò, pena la minaccia di espulsione dagli stati austriaci, di mandare alla Censura atti che riguardassero la politica.

Il Conciliatore quindi non c'era più, ma non per questo i suoi promotori rinunciarono a quei propositi e a quegli ideali che ne avevano ispirato la breve esistenza; essi cambiarono divisa e si diedero alla Carboneria.

Il Pellico, nonostante fino ad allora fosse stato contrario ai propositi delle sette segrete, decise di iscriversi anche lui alla Carboneria (la setta in assoluta più diffusa, in quegli anni gli adepti erano 360.000).
Lo scopo politico principe della Carboneria era quello di raggiungere l'indipendenza nazionale e la libertà civile, da conseguirsi con ogni mezzo, lecito e non.
L'Austria comprese subito quanto quella setta fosse pericolosa per la sua stessa esistenza nei territori occupati, e si mostrò feroce ed implacabile nel combatterla.

Fattosi carbonaro, il nostro Pellico si accinse subito ad un intenso lavorio di propaganda; proprio il giorno dopo la sua aggregazione alla Carboneria, l'Austria pubblicò il suo famoso editto contro gli affiliati a questa setta, minacciando pene atroci a tutti i cospiratori e a quelli che ancora non li avessero denunciati.

Il 6 ottobre del 1820 i governanti austriaci arrestarono (grazie all'intercettazione di una lettera compromettente) Piero Maroncelli, amico intimo, compagno d'avventure e di carboneria di Silvio Pellico.
Le rivelazione del Maroncelli portarono, il 13 ottobre del 1820, all'arresto e alla traduzione di Silvio Pellico nel carcere di Santa Margherita.

Di fronte agli inquirenti, il Pellico negò in ogni circostanza qualsiasi addebito, ma ciò non gli bastò per evitare la condanna.
Al termine del processo, Maroncelli e Pellico, come rei di alto tradimento, furono condannati alla pena di morte, che venne "clementissimamente" ridotta a venti anni di reclusione per il Maroncelli e a quindici per il Pellico.

Il 10 aprile 1822 i nostri giunsero nel durissimo carcere dello Spielberg (fino al 1851 prigione di stato austriaca).
In quell'orrida galera, con l'uniforme da galeotto (e sovente con una palla al piede), il soave cantore della "Francesca da Rimini" scontò otto anni della sua pena.
Della vita di privazioni, di fame, di stenti, di angherie e soprusi che condusse Pellico e gli altri prigionieri nello Spielberg rimandiamo ai suoi scritti (Le mie prigioni in testa) e alle sue memorie.

Afflitto da gravi infermità e dolori atroci, con un corpo già minato in giovane età, il Pellico sperò più di una volta di morire in galera per non soffrire più.

Nonostante tutto, il 1 agosto del 1830, a Silvio Pellico e Piero Maroncelli venne data la notizia della loro scarcerazione.
Tornato in famiglia, Pellico poté finalmente riabbracciare i suoi cari. Aveva da poco compiuto quarant'anni, ma sembrava ormai un vecchio cadente in preda ad un'invalidità permanente.

Pur se minato nel fisico, il nostro non aveva assolutamente abbassato la guardia e cambiato idea riguardo le sue posizioni patriottiche e libertarie, e questo fervore gli permise di scrivere nel 1834 uno dei migliori e più popolari volumi della nostra letteratura, Le mie prigioni, e diventare unanimemente uno dei più grandi patrioti di tutti i tempi.

Incredibile fu l'accoglienza fatta dal pubblico italiano e straniero a quel libro, al punto che in poco tempo se ne moltiplicarono le edizioni e le traduzioni in varie lingue d'Europa.
Nel libro non c'era nessuna pompa nelle forme, nessuna forzatura, niente bestemmie e insulti contro l'odiato invasore, ma il suo contenuto, semplice e descrittivo, fece più danni all'Austria di quanti ne avrebbero fatto interi eserciti.

Infatti Le mie prigioni, con le quali il Pellico non aveva mai pensato di assicurarsi l'immortalità, e di cui non previde certamente l'immenso effetto, riuscirono a rappresentare una rivendicazione per i cospiratori e una condanna terribile per l'Austria, la quale si affrettò a proibirne l'introduzione e la lettura nel Lombardo-Veneto, adoperandosi anche, sebbene inutilmente, presso il Vaticano, per far mettere all'Indice il famigerato volume.

Sia Giuseppe Mazzini che il Papa Pio IX vollero conoscere Pellico.
Nel 1850, Massimo D'Azeglio propose a Vittorio Emanuele II di insignire della Croce dell'Ordine di Savoia il glorioso martire dello Spielberg; ed il re, seguendo le orme del padre, che aveva assegnato al Pellico una pensione annua di 600 lire, accolse ben volentieri la proposta del suo Primo ministro.

La sera del 30 gennaio 1853, poco prima delle nove di sera, Silvio Pellico morì agonizzante nel suo letto. ( )
  MareMagnum | Apr 3, 2006 |
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