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Where I'm Reading From: The Changing World of Books

by Tim Parks

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Ι started writing this review, a day after I started reading Tim Parks book, because there were so many thoughts in my head, so many questions I didn't even know I had.

Why do some of us feel compelled to get through a book we hardly like, while others (like yours trully) give up once they realise that it is a waste of time?Why do we feel members of a greater community once we read a novel which is accompanied by world-wide success? And even feel guilty if we don't like it at all? How does our upbringing, or our family values influence our appreciation of this genre or that? Why do we tend to value foreign literature more than our own country's? Tim Parks tries to answer all these questions and many more.

There were moments when I lifted my eyes from the page to think on the issues examined in his essays. His language is simple, informative but not didactic. I had the feeling that I was participating in a discussion with a very eloquent and very friendly teacher, a colleague. Not to mention his excellent essay about the Nobels which convinced me as to the absurdity of having such a competition, in the first place.

There was, however, something that bothered me. Repetition. There is information that is mentioned so many times that it becomes tedious. E.g. the fact the he lives in Italy or that one book fair in France. Also, I found that the number of authors he focuses on is rather limited. We are forced to think of DeLillo, Roth, Faulkner, Borges, Hardy and Lawrence too many times, as if they are the epitome of Literature alone and nobody else. Well, no, they are not. This problem becomes much more obvious towards the end of the book.

Perhaps, this repetition is the trap that lays there for all teachers. We- and I'm speaking from personal experience, pleading guilty to the crime- tend to repeat things over and over again to help our students understand. Otherwise, you don't teach, you don't inform. You impose, you give a lecture that accomplishes nothing. So, I must conclude by saying that I wish I had a professor like Tim Parks in university.

( )
  AmaliaGavea | Jul 15, 2018 |
A collection of essays, originally published in the New York Review of Books, by Tim Park, an author, translator, and literary critic. Unsurprisingly, they're all about literature, writing, and translation. Some of the essays give the impression of having been written almost solely to be provocative, such as the ones considering whether e-books may be superior to print or challenging the novelists' familiar self-congratulatory assertion that "the world needs stories." But that's all right, as they are provocative in the right kind of way, I'd say: they make you think, and perhaps even re-think some of your basic assumptions.

Other essays are clearly about subjects he cares a lot about. Or rather, they're mostly about one subject he clearly cares a lot about, as he revisits it over and over: the idea that an increasing emphasis on literature as something that should have an international appeal (and, of course, sell in an international market) discourages authors from writing books that are very much products of their own environment and community, intended for an audience of people who share their own local culture. It's an issue worth considering, and Parks makes some good points about it, as well as having some interesting things to say about translation in this context. But the fact that it's an issue he keeps coming back to repeatedly in essays that were no doubt originally published months or years apart means that when one reads them all close together in collected form, the repetition does start to feel just a little tedious.

Rating: 3.5/5, but that's with me uncharitably docking it a half-star for feeling too repetitive. ( )
  bragan | Dec 12, 2017 |
C'è gente che crede di sapere insegnare a scrivere. Voi mi direte che per questa ragione ci sono scuole di scrittura in tutto il mondo. Vero, verissimo. Il fatto è che la scrittura rimane una delle più misteriose arti o abilità che caratterizzano gli esseri umani.

C'è stato un tempo quando chi sapeva leggere e scrivere, sapeva anche come gestire il potere, un "potere" su chi non sapeva fare né l'una né l'altra cosa. Per questa ragione si affidava a chi ne era capace e ne subiva tutte le conseguenze. Che non erano di poco conto, come si può ben pensare.

Le conseguenze potevano essere non solo condizionamenti mentali, ma anche fisici. Questi ultimi, di fatto, nascevano dai primi. Se non sapevi leggere e nemmeno scrivere eri un dipendente, un soggetto subordinato, uno schiavo dell'altro che sapeva farlo, ma anche della tua ignoranza.

Fino a qualche anno fa, mi capitava spesso, quando ero alle poste, di venire richiesto di firmare per qualcuno che non sapeva apporre la propria firma su qualche documento e l'impiegato aveva aveva bisogno di due persone che firmassero sul suo documento e ne garantissero l'identità.

Il processo di alfabetizzazione nel nostro paese sembra non essere stato ancora del tutto completato, anche se il concetto di "analfabetismo" è mutato. Si parla sempre più raramente di analfabetismo totale, ma rimangono sacche di analfabetismo parziale. A questo si è venuto ad aggiungere una forma chiamata "analfabetismo digitale", vale a dire chi pur sapendo leggere e scrivere in maniera tradizionale, magari sapendo apporre solo una firma, non sa leggere e scrivere su di un aggeggio elettronico, sia esso un telefonino, iPad, Kindle o PC. Il fatto è che, anche se qualcuno sa usare un cellulare, mandare messaggi, chattare e partecipare a social, resta un soggetto poco sensibile ad usare le nuove tecnologie digitali in maniera coerente.

Questa coerenza coinvolge non solo e non tanto la capacità di digitare, quanto quella di pensare in modo diverso da quello che si aveva quando si usava una penna a inchiostro o una bic, oppure una Olivetti 22. I nuovi strumenti usati per scrivere hanno concorso a cambiare anche il modo di organizzare i pensieri e metterli su di un foglio o su di una bacheca digitale.

Siamo così diventati tutti, o quasi, "scrittori". Rimane, allora, valida la domanda proposta all'inizio: chi è un vero scrittore oggi? O meglio: Ma è vero che oggi siamo tutti scrittori? E' vero che la parola scritta sta per scomparire? E' vero che la realtà di oggi è tutta fatta di immagini? Ha scritto il quotidiano Il Foglio recentemente:

Ma quale società dell’immagine, la parola scritta non è mai stata meglio. Dalla televisione a WhatsApp passando per la profezia di Derridà: la parola scritta, proprio perché sussiste anche la di là dell’autore e delle circostanze che l’hanno creata, è e sarà sempre più il carattere essenziale della civiltà umana. Non sono passati molti anni da quando i teorizzatori della “società dell’immagine” ipotizzavano la sparizione della parola scritta.

Con la televisione e i telefoni, con l’evoluzione del sistema delle comunicazioni, si sosteneva, si crea una nuova logica dei rapporti umani in cui la parola scritta, per non parlare dei libri, rappresenterà solo un ricordo archeologico. Invece non è andata così. Nei giorni scorsi l’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp ha raggiunto il miliardo di utenti attivi al mese. Se si aggiungono le altre forme di comunicazione scritta si raggiungono cifre di “scrittori” ancora più impressionanti. Chattare, cioè in definitiva scrivere, è diventato, almeno per i giovani, più frequente che telefonare.

Per la verità c’è stato un pensatore, Jacques Darridà, che mentre tutti parlavano di fine della scrittura, spiegava che invece la parola scritta, proprio perchè sussiste anche la di là dell’autore e delle circostanza che l’hanno creata, è e sarà sempre più il carattere essenziale della civiltà umana. La parola scritta non è solo all’origine della storia, è la storia, così come non è solo all’origine delle religioni ma è la rivelazione stessa.

In principio era il verbo, scrive San Giovanni nella prima riga del suo Vangelo. Sembra blasfemo paragonare scritti di così elevato contenuto spirituale alle frasi smozzicate dei messaggini, ma quello che conta è che ci si esprime scrivendo, si scompare se non si scrive, oggi più che mai. Si tratta di un carattere essenziale alla civiltà umana, che oggi è più diffuso che in ogni altra epoca, anche nelle aree a minore livello di sviluppo, dove però non si rinuncia a mandare messaggi, cioè a proclamare la propria esistenza. In fondo anche in questo caso si è dimostrato come talora una riflessione filosofica attenta vale di più delle mode e delle loro suggestioni.

Se tutto questo è vero, allora vuol dire che siamo tutti scrittori, in un modo o in altro, in maniera del tutto diversa da quella che si è sempre inteso per scrittura, scrittore o scrittrice che sia.

Qualche settimana fa, nella sezione italiana di una piattaforma digitale di comunicazione internazionale sono stato respinto con i miei post da due egregie "editor" italiane, presunte scrittrici, per avere io osato mettere in discussione la loro funzione di moderatrici di scrittura.

Badate bene, tutta scrittura libera e volontaria, (oltre che "gratis!) sempre comunque costruita dentro i canoni di una correttezza sia di forma che di contenuti, nel pieno rispetto di se stessi e degli altri. Insomma, mi hanno censurato ed io ho lasciato la piattaforma.

Manco a farlo apposta, proprio in questi giorni ho cominciato a leggere il libro di quel pirotecnico scrittore e traduttore inglese che è Tim Parks sull'idea di libri oggi, con un titolo che è tutta una provocazione: "Di che cosa parliamo quando parliamo di libri?"

Un libro nel quale viene messo in discussione tutto il mondo che riguarda il libro: chi li scrive, li legge, li vende, chi ne scrive e ci campa su scrivendo. Un libro da non perdere, che consiglio amichevolmente a quelle due "editor" che temo non solo non sanno quello che pensano, ma credono anche di scriverne e di insegnarlo a chi sa già scrivere e magari ha scritto per tutta una vita, per capire quello che pensa.
  AntonioGallo | Nov 2, 2017 |
Why do we need fiction? Why do books need to be printed on paper, copyrighted, read to the finish? Why should a group of aging Swedish men determine what “world” literature is best? Do books change anything? Did they use to? Do we read to challenge our vision of the world or to confirm it? Tim Parks is both a noted translator and award-winng novelist. In this collection he demonstrates his skill as an essayist as he addresses questions that challenge the serious reader. ( )
  jwhenderson | Jan 17, 2017 |
Tim Parks takes reading seriously. Seriously enough to talk about reading bravely, boldly, without fearing to step on our brittle book-lover toes. Parks dares to talk thoughtfully and critically about whether we can really talk thoughtfully and critically about our readings. He says we can and then he says we can’t. Both are, of course, true.

You have never read someone who writes about reading so brutally and lovingly at the same time. ( )
  debnance | Dec 21, 2015 |
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Epigraph
Dedication
First words
It's time to rethink everything. Everything. What it means to write and what it means to write for a public--and which public.
Quotations
Last words
Disambiguation notice
Publisher's editors
Blurbers
Publisher series
Original language
Information from the Dutch Common Knowledge. Edit to localize it to your language.
Canonical DDC/MDS

References to this work on external resources.

Wikipedia in English

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Book description
Haiku summary

Amazon.com Product Description (ISBN 159017884X, Hardcover)

Why do we need fiction? Why do books need to be printed on paper, copyrighted, read to the finish? Why should a group of aging Swedish men determine what “world” literature is best? Do books change anything? Did they use to? Do we read to challenge our vision of the world or to confirm it? Has novel writing turned into a job like any other? In Where I’m Reading From, the internationally acclaimed novelist and critic Tim Parks ranges over a lifetime of critical reading--from Leopardi, Dickens and Chekhov, to Woolf, Lawrence and Bernhard, and on to contemporary work by Jonathan Franzen, Peter Stamm, and many others—to overturn many of our long-held assumptions about literature and its purpose.
 
Taking the form of thirty-eight interlocking essays, Where I’m Reading From examines the rise of the “global” novel and the disappearance of literary styles that do not travel; the changing vocation of the writer today; the increasingly paradoxical effects of translation; the shifting expectations we bring to fiction; the growing stasis of literary criticism; and the problematic relationship between writers’ lives and their work.  In the end Parks wonders whether writers—and readers--can escape the twin pressures of the new global system and the novel that has become its emblematic genre.
 

(retrieved from Amazon Thu, 12 Mar 2015 18:11:53 -0400)

"Why do we need fiction? Why do books need to be printed on paper, copyrighted, read to the finish? Why should a group of aging Swedish men determine what "world" literature is best? Do books change anything? Did they use to? Do we read to challenge our vision of the world or to confirm it? Has novel writing turned into a job like any other? In Where I'm Reading From, the internationally acclaimed novelist and critic Tim Parks ranges over a lifetime of critical reading--from Leopardi, Dickens and Chekhov, to Woolf, Lawrence and Bernhard, and on to contemporary work by Jonathan Franzen, Peter Stamm, and many others--to overturn many of our long-held assumptions about literature and its purpose. Taking the form of thirty-eight interlocking essays, Where I'm Reading From examines the rise of the "global" novel and the disappearance of literary styles that do not travel; the changing vocation of the writer today; the increasingly paradoxical effects of translation; the shifting expectations we bring to fiction; the growing stasis of literary criticism; and the problematic relationship between writers' lives and their work. In the end Parks wonders whether writers--and readers--can escape the twin pressures of the new global system and the novel that has become its emblematic genre. "--… (more)

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