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Essayism by Brian Dillon
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Essayism

by Brian Dillon

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Non dimenticherò mai il mio primo incontro con la forma letteraria chiamata “saggio”. Era un’antologia contenente scritti di questo tipo del settecento inglese. Mi colpirono due in particolare scritti nel 1701, uno intitolato "Meditation upon a broomstick" - "Meditazioni su un manico di scopa" e l’altro “An Essay on fan” - “Un saggio sul ventaglio”.

Il primo era del canonico irlandese Jonathan Swift, uno dei più famosi saggisti inglesi, il secondo di Joseph Addison, uno dei fondatori non solo del saggio letterario ma anche del giornalismo moderno. Oggi sarebbero due grandi firme di libri di saggistica legati ad argomenti giornalistici meritevoli di approfondimento e passati dall’editoria moderna, cartacea o digitale, come saggi di approfondimento.

Non ho mai dimenticato la perplessità che provai a quel tempo per questo tipo di scrittura. In effetti, i saggi erano satire come solo Swift, l'autore dei "Viaggi di Gulliver" e Addison, fondatore del moderno “magazine”, avrebbero saputo scrivere. Questo libro di Brian Dillon è tutto teso a dimostrare che questa forma letteraria è quanto mai viva ed attiva anche se spesso ci si continua chiedere cosa sia esattamente un saggio. Aldous Huxley lo definì “una dannata cosa dopo l’altra”. Virginia Woolf sostenne che il suo scopo era “dare piacere”, anche se il piacere di qualcuno può essere un dispiacere per qualche altro.

Ci sono innumerevoli tipi di saggi. La stessa idea di scrittura può assumere nomi diversi come memorie, ricordi, pensieri. La forma può essere tanto personale, quanto impersonale. Nel primo caso, alla sua base, ci deve essere l’idea di verità personalizzata presentata al lettore come verità condivisa ed oggettiva. A dire il vero Dillon dice chiaramente di non sapere cosa scrivere e come scrivere del “saggio”, visto e considerato che questa forma di scrittura, nel corso dei secoli, e nella storia della comunicazione scritta, trasferita da quella orale, ha assunto varie e diverse forme.

Scrivere un saggio sui saggi, presenta una chiara difficoltà, anche in considerazione del fatto che nello stesso titolo del libro, Dillon dichiara di voler occuparsi non tanto del “saggio”, quanto del “saggismo”. Dal latino “exagium” - sop-pesare - e “examen” - controllare, considerare, sciamare -. Il saggio, lui scrive, ha facce diverse. Oscilla tra leggerezza e pesantezza. Tra i saggisti “leggeri” vanno annoverati Oscar Wilde, Italo Calvino, Georges Perec. Dillon, piuttosto che privilegiare un genere, pensa che sia meglio scegliere un comportamento “obliquo”, una scrittura cioè che proceda per obiettivi.

Ed infatti, nel suo libro, egli categorizza questa forma di scrittura, personalizzando le idee di chi scrive per adattarle a quello che cerca o vuole il lettore. Egli cosi dedica sezioni diversificate per interessi: l’ansia, la dispersione, la consolazione, il gusto, la malinconia, il frammento, la coerenza, l’io, l’attenzione, la curiosità. Questo mi fa ricordare che in francese la parola “essai” significa "tentativo, prova". Ogni scritto, allora è tale, un cercare di capire, prima se stessi e quindi gli altri.

La scrittura ideale del saggio non deve essere mai lineare, ma informe, incerta, misteriosa, nel senso che chi legge non sa mai dove si vuole arrivare. Va bene una abbondanza di citazioni, il tono sia scettico, ma mai troppo cinico o negativo. Bisogna sapere interessarsi di tutto, e sapere farlo credere a chi legge. Il motto dovrebbe essere quello di Montaigne: "Cosa so?" Questo atteggiamento porta il saggista ideale ad essere un sostenitore del pensiero libero.

Egli non si inganna e non intende ingannare chi legge. Scrive in un modo sempre piacevole e sembra che si diverta sempre di quello che dice, delle sue leggerezze, delle sue osservazioni intelligenti e delle sue stupidità. I saggi di Montaigne non vanno letti con metodo, perchè lui scrive senza metodo. Logico che sia stato così. Scriveva per capire se stesso. E’ quanto mi sforzo di fare anche io. Non so se ci riesco e se mai ci riuscirò. La lettura del libro Brian Dillon non mi ha convinto molto.

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  AntonioGallo | Nov 2, 2017 |
Non dimenticherò mai il mio primo incontro con la forma letteraria chiamata “saggio”. Era un’antologia contenente scritti di questo tipo del settecento inglese. Mi colpirono due in particolare scritti nel 1701, uno intitolato "Meditation upon a broomstick" - "Meditazioni su un manico di scopa" e l’altro “An Essay on fan” - “Un saggio sul ventaglio”.

Il primo era del canonico irlandese Jonathan Swift, uno dei più famosi saggisti inglesi, il secondo di Joseph Addison, uno dei fondatori non solo del saggio letterario ma anche del giornalismo moderno. Oggi sarebbero due grandi firme di libri di saggistica legati ad argomenti giornalistici meritevoli di approfondimento e passati dall’editoria moderna, cartacea o digitale, come saggi di approfondimento.

Non ho mai dimenticato la perplessità che provai a quel tempo per questo tipo di scrittura. In effetti, i saggi erano satire come solo Swift, l'autore dei "Viaggi di Gulliver" e Addison, fondatore del moderno “magazine”, avrebbero saputo scrivere. Questo libro di Brian Dillon è tutto teso a dimostrare che questa forma letteraria è quanto mai viva ed attiva anche se spesso ci si continua chiedere cosa sia esattamente un saggio. Aldous Huxley lo definì “una dannata cosa dopo l’altra”. Virginia Woolf sostenne che il suo scopo era “dare piacere”, anche se il piacere di qualcuno può essere un dispiacere per qualche altro.

Ci sono innumerevoli tipi di saggi. La stessa idea di scrittura può assumere nomi diversi come memorie, ricordi, pensieri. La forma può essere tanto personale, quanto impersonale. Nel primo caso, alla sua base, ci deve essere l’idea di verità personalizzata presentata al lettore come verità condivisa ed oggettiva. A dire il vero Dillon dice chiaramente di non sapere cosa scrivere e come scrivere del “saggio”, visto e considerato che questa forma di scrittura, nel corso dei secoli, e nella storia della comunicazione scritta, trasferita da quella orale, ha assunto varie e diverse forme.

Scrivere un saggio sui saggi, presenta una chiara difficoltà, anche in considerazione del fatto che nello stesso titolo del libro, Dillon dichiara di voler occuparsi non tanto del “saggio”, quanto del “saggismo”. Dal latino “exagium” - sop-pesare - e “examen” - controllare, considerare, sciamare -. Il saggio, lui scrive, ha facce diverse. Oscilla tra leggerezza e pesantezza. Tra i saggisti “leggeri” vanno annoverati Oscar Wilde, Italo Calvino, Georges Perec. Dillon, piuttosto che privilegiare un genere, pensa che sia meglio scegliere un comportamento “obliquo”, una scrittura cioè che proceda per obiettivi.

Ed infatti, nel suo libro, egli categorizza questa forma di scrittura, personalizzando le idee di chi scrive per adattarle a quello che cerca o vuole il lettore. Egli cosi dedica sezioni diversificate per interessi: l’ansia, la dispersione, la consolazione, il gusto, la malinconia, il frammento, la coerenza, l’io, l’attenzione, la curiosità. Questo mi fa ricordare che in francese la parola “essai” significa "tentativo, prova". Ogni scritto, allora è tale, un cercare di capire, prima se stessi e quindi gli altri.

La scrittura ideale del saggio non deve essere mai lineare, ma informe, incerta, misteriosa, nel senso che chi legge non sa mai dove si vuole arrivare. Va bene una abbondanza di citazioni, il tono sia scettico, ma mai troppo cinico o negativo. Bisogna sapere interessarsi di tutto, e sapere farlo credere a chi legge. Il motto dovrebbe essere quello di Montaigne: "Cosa so?" Questo atteggiamento porta il saggista ideale ad essere un sostenitore del pensiero libero.

Egli non si inganna e non intende ingannare chi legge. Scrive in un modo sempre piacevole e sembra che si diverta sempre di quello che dice, delle sue leggerezze, delle sue osservazioni intelligenti e delle sue stupidità. I saggi di Montaigne non vanno letti con metodo, perchè lui scrive senza metodo. Logico che sia stato così. Scriveva per capire se stesso. E’ quanto mi sforzo di fare anche io. Non so se ci riesco e se mai ci riuscirò. La lettura del libro Brian Dillon non mi ha convinto molto.

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  AntonioGallo | Nov 2, 2017 |
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