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Works by Sabrina Placidi

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Centuries of Change: Which Century Saw The Most Change? (2014) — Translator, some editions — 192 copies, 7 reviews

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l titolo originale in inglese di questo libro è il seguente: “Il libro degli umani. La storia di come siamo diventati quelli che siamo”.

L’ho letto in versione Kindle e devo confessare che sono rimasto piuttosto “spiazzato”, per usare un termine sportivo, dal modo in cui il materiale è stato organizzato e servito al lettore.
Una serie di interventi, forse articoli pubblicati in varie occasioni senza un nesso logico, disperdono l’attenzione del lettore che, essendo un “umano” show more è alla ricerca di lumi sulla sua identità.

Devo dire che ho faticato non poco per orientarmi nella sterminata quantità di informazioni che lui offre. Anche se quello che Adam Rutherford dice in merito all’argomento trattato può essere interessante, mi sono ritrovato confuso e ancora più convinto che l’uomo, chi scrive e il suo IO, siamo una specie unica ed eccezionale. Ma non ho capito bene cosa ci distingue da tutti gli altri esseri viventi.

Lo so bene, una pianta è una pianta, un animale è un animale. Tutto quello che scrive Rutherford sembra ricordarci che noi “umani” siamo “superiori” per natura. Tutto sta poi a capire cosa si debba intendere con questa parola. Ho capito soltanto che noi umani siamo solo un piccolo ramoscello di quel singolo, gigantesco albero genealogico che si distende per oltre quattro miliardi di anni.
Pensiamo di essere la sola specie in grado di comunicare con un linguaggio complesso. Abbiamo scoperto poi che la comunicazione delle balene, dei ragni, degli uccelli, e questa peculiarità tutta umana è stata fortemente ridimensionata. Abbiamo a lungo pensato di essere i soli in grado di utilizzare strumenti: poi abbiamo osservato specie che usano utensili complessi, dalle scimmie ai delfini.

Anche il fuoco, ritenuto dominio esclusivo dell’uomo, è governato con astuzia da un rapace australiano che raccogliendo tizzoni ardenti provoca incendi controllati nella prateria per far scappare gli animali e cacciarli più facilmente. Per non parlare del sesso a scopo ricreativo e non generativo, tanto comune nella comunità dei bonobo. E che dire dell’omosessualità? Basta osservare i rituali delle giraffe per comprendere come l’espressione «contro natura» perda qualunque significato.

Questo è un paradosso, il fatto che la nostra biologia sia la medesima di tutti gli altri viventi, eppure noi ci consideriamo speciali sta alla base della nostra natura.Tuttavia, Adam Rutherford ci mostra come in effetti, in un certo senso, siamo speciali. L’evoluzione ha scolpito in noi capacità del tutto peculiari, come lo ha fatto, in maniera diversa, in tutte le altre specie, che fanno sì che la nostra storia evolutiva sia davvero unica.

E veniamo a me, all’IO di cui ho detto innanzi: CHI sono davvero IO? COSA ci faccio qui su questo posto chiamato Terra? QUANDO ebbe inizio tutto questo mondo in cui mi trovo e QUANDO finirà? Da DOVE veniamo e DOVE andiamo? PERCHE’ tutto questo e qual è il senso? Sono forse banali queste domande, ma allora sarà banale anche questo libro che pur avendo fatto una “storia”, una della tante storie che ci scriviamo addosso ogni giorno noi UMANI, ma non riusciamo mai a darci una risposta.

Ce la potrà dare, forse, la Poesia, una poesia di Thomas Hardy, intitolata “The Darkling Thrush”, “Il tordo a sera”:

The Darkling Thrush

I leant upon a coppice gate
When Frost was spectre-grey,
And Winter’s dregs made desolate
The weakening eye of day.
The tangled bine-stems scored the sky
Like strings of broken lyres,
And all mankind that haunted nigh
Had sought their household fires.
The land’s sharp features seemed to be
The Century’s corpse outleant,
His crypt the cloudy canopy,
The wind his death-lament.
The ancient pulse of germ and birth
Was shrunken hard and dry,
And every spirit upon earth
Seemed fervourless as I.
At once a voice arose among
The bleak twigs overhead
In a full-hearted evensong
Of joy illimited;
An aged thrush, frail, gaunt and small,
In blast-beruffled plume,
Had chosen thus to fling his soul
Upon the growing gloom.
So little cause for carolings
Of such ecstatic sound
Was written on terrestrial things
Afar or nigh around,
That I could think there trembled through
His happy good-night air
Some blessed Hope, whereof he knew
And I was unaware.
— —
M’appoggiai al cancello d’un boschetto
Quando il Gelo era di un grigio fantasma,
E le scorie d’Inverno desolavano
L’occhio morente del giorno.
I rami intrecciati striavano il cielo
Come corde di lire spezzate,
E tutti gli umani all’intorno
Erano presso il loro focolare.
Le linee della terra scheletrita
Sembravano il cadavere del Secolo disteso.
La sua cripta sepolcrale la volta nuvolosa,
Il vento il suo lamento di morte.
Il palpitare antico del seme e della nascita
S’era ritratto in rigida secchezza,
E ogni spirito sopra la terra
Svuotato di fervore come me.
Ed ecco una voce improvvisa
Scoppiò dagli squallidi rami,
A piena gola, in canto vespertino
Di gioia sconfinata;
Un vecchio tordo, fragile, sparuto, piccolino,
Le piume arruffate dal vento,
In quel modo spendeva la sua anima
Sull’ombra che scendeva.
Così poco attento a canti
Di tanto estatiche note
Era scritto sul volto della terra,
Lontano o intorno a lui,
Da farmi pensare vibrasse
In quella sua gioiosa buona-notte
Una lieta speranza, di cui egli sapeva
Ed io ero ignaro.

Il “tordo” sa, nella sua “lieta speranza”, mentre gli “umani” continuano a vivere nella loro ignoranza …
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La vita di un libro non finisce con l'ultima pagina. Questa frase l'ho letta alla fine di questo libro che ho letto in versione Kindle. Desidero chiarire questo perché quando leggo in versione digitale non è come leggere sulle pagine di carta. Non è il caso che io qui dica ancora una volta quale sia la differenza tra questi due tipi di letture. Mi basta ricordare a me stesso che leggere sulle pagine di un libro cartaceo significa confrontarsi con la "solidità" di ciò che l'autore del show more libro intende comunicare a chi legge, mentre la lettura digitale rimane quanto mai liquida, volatile ed evanescente.

Il contenuto di questo libro non ha nessuna di queste tre ultime qualità citate. Tutta scienza, dati, fatti i quali hanno una loro "solidità", che solo la pagina di un libro stampato può contenere. Da questa solidità il lettore, poi, può e deve procedere per i necessari approfondimenti. Che ci sia bisogno di saperne di più e meglio, me ne sono reso conto, ignorante come sono, anzi ero, di tutto quello l'autore di questo libro mi ha saputo trasmettere.

Il lessico finale, che lui ha voluto astutamente aggiungere per chiarire in breve sintesi alcune parole chiave, mi ha fatto comprendere quanto io abbia bisogno di approfondire questi importanti contenuti. Ma una conclusione, se non un giudizio, almeno la posso fare. La grande scienza, la grande conoscenza, il grande, vero sapere "pesa", e ha bisogno per questo di cautela, coraggio, volontà per cercare di varcare quel muro di mistero nel quale siamo avvolti.

I geni, il DNA, il genoma, con tutto il resto, e vi assicuro che il resto non è poco. La parola che sintetizza ogni cosa resta sempre la stessa, nonostante la "grande" scienza: nebbia. Una parola che, guarda caso ben si accoppia con un'altra: religione. La scienza, senza la religione, non potrà mai spiegare il mistero del nostro essere e non essere. Entrambe dovranno scrivere l'ultima pagina ...
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