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Una fuga dalla tecnologia, alla ricerca dell'autenticità in una Berlino mittleuropea, sensuale e retro. Prende corpo da questo espediente narrativo "Il profumo delle stelle" di Klaus Zambiasi, un lungo racconto che invita il lettore a rallentare il ritmo della vita per cercare la bellezza nelle piccole cose, senza dimenticare il potere dell'incontro casuale e la forza rigeneratrice dell'amore.

Lo scrittore mantovano d'origine ma bolzanino d'adozione, dopo "Il sorriso della luna" (2022) e "3 Il Bacio Rubato" (2023), tradotti anche in tedesco, e "L'appuntamento" (2024), torna ora in libreria con un nuovo libro destinato a bissarne il successo.
Il protagonista del racconto è Sam, un agente immobiliare bolzanino di mezza età. Disilluso dall'iperconnessione digitale, decide di prendersi una pausa "sabbatica" per immergersi nell'atmosfera analogica della Berlino degli anni Venti, tra locali storici e caffè letterari, dietro la suggestione del cinema muto e di dive dell'epoca dalla bellezza leggendaria. Intraprende così un viaggio in treno verso la metropoli tedesca, armato solo di una cartina geografica della città e un taccuino sul quale appuntare pensieri, parole, schizzi e disegni. Durante il suo soggiorno berlinese, lo smartphone resterà spento, chiuso in un cassetto. Niente telefonate, né mail, né Social Network né messaggi istantanei.

Il suo rifugio sarà un caratteristico hotel che fu dimora della diva Asta Nielsen. È qui che il viaggio di Sam prende una piega show more inaspettata: un misterioso collare di velluto nero con una lacrima blu, apparso sul suo comodino, e una serie di bigliettini anonimi danno il via a un intrigo seducente. Tra ballerine di burlesque, receptionist teutoniche e l'incontro con un amore del passato, Sam si troverà a vivere un'avventura fatta di passione, segreti e una ritrovata leggerezza. Riscoprirà così la bellezza dei rapporti umani "analogici".

Il "digital detox", infatti, "accende" nel protagonista uno stato di svegliata attenzione sensoriale e una nuova sensibilità emotiva, come un ritorno a un modo di vivere più autentico, più vero. Un'attitudine, questa, che trapela a livello stilistico-letterario nelle descrizioni vivide e particolareggiate, ricche di dettagli visivi, olfattivi e tattili di atmosfere e luoghi. L'autore evoca con maestria l'atmosfera nostalgica degli anni passati, che si mescola con la vitalità moderna della città.

Il messaggio del racconto è positivo e profondo: l'importanza di vivere con intensità, di cercare connessioni reali e di non perdere il "bambino interiore" che è in noi. In sottofondo, scorre la sottile critica sociale verso l'alienazione digitale che attanaglia il mondo d'oggi.

Con "Il profumo delle stelle" Zambiasi si conferma una voce narrativa capace di trasportare il lettore in atmosfere ricche e suggestive, con uno stile poetico e sensoriale che celebra il piacere di rallentare, osservare, sentire, vivere e amare. Il libro, pubblicato da Youcanprint, è disponibile solo in formato cartaceo sui principali store online e può essere ordinato in tutte le librerie.
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Nove vittime, due indagini, nessun responsabile. A distanza di oltre cento anni lo storico Giovanni Criscione riapre il dossier sull'eccidio di Passogatta del 1921. E lo fa con il libro "La strage di Modica (29 maggio 1921). Un caso irrisolto di cento anni fa" appena pubblicato dalle Edizioni Sicilia Punto L, che fa luce su quell'oscuro episodio della storia italiana.

L'eccidio di Passogatta, così chiamato dalla contrada alle porte di Modica dove 9 persone persero la vita nello scontro tra socialisti, fascisti e forze dell'ordine, segnò il culmine della violenza fascista nell'allora provincia di Siracusa, a cavallo tra il biennio rosso e quello nero.
Il libro di Giovanni Criscione si propone di svelare i misteri e rompere i silenzi che avvolgono ancora gli avvenimenti. Quanti furono realmente i morti? Chi sparò? E perché? Le indagini ufficiali, condotte sia dal Ministero dell'Interno che dalla magistratura, non riuscirono a chiarire l'accaduto, in parte a causa della manipolazione dei testimoni e della sparizione di documenti che resero complicata la ricostruzione dei fatti. Autorità di pubblica sicurezza e forze dell'ordine non furono estranee al massacro. Coordinarono, depistarono e insabbiarono le indagini, garantendo l'impunità ai responsabili.

Basandosi su inediti documenti d'archivio e fonti giudiziarie, l'autore offre un'attenta ricostruzione del contesto storico. Il libro esplora le tensioni politiche e sociali che precedettero l'eccidio, ricostruisce le storie show more dei protagonisti e delle vittime, ripercorre gli istanti di quel tragico giorno, le indagini, i tentativi di depistaggio, gli arresti, il processo tenutosi nella Corte di Assise di Siracusa che mandò assolti i presunti responsabili; l'oblio durante il ventennio fascista, il tentativo di riaprire il caso dopo la caduta del regime, fino all'uso strumentale della strage nella propaganda politica del dopoguerra.

La vicenda narrata, oltre ad apportare un significativo contributo alla comprensione della storia di quegli anni, offre un chiaro esempio di finzione democratica. Si evidenzia il divario tra l'apparenza di una democrazia e la sua sostanza effettiva, tra elezioni manipolate, limitazioni dei diritti politici, controllo della stampa e dipendenza dei magistrati dalla politica. Un invito alla riflessione, affinché il senso e la memoria di quei giorni che videro l'alba di una dittatura non siano dimenticati e possano essere compresi nelle loro sfumature più profonde.

Giovanni Criscione (Ragusa, 1972), dottore di ricerca in Storia contemporanea, si è occupato di antifascismo, emigrazione e storia delle imprese. Tra i suoi lavori principali: Le radici e le ali. Niccolò Curella e la Banca popolare Sant'Angelo, (Kalòs, Palermo, 2017); Per una storia del turismo e del commercio, in Storia di Siracusa. Economia, politica, società (1946-2000), Donzelli, Roma, 2014; La Dolceria Bonajuto. Storia della cioccolateria più antica di Sicilia (Kalòs, Palermo, 2013).
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Il mondo incantevole e appassionato di "3 Il Bacio Rubato" di Klaus Zambiasi (Youcanprint, 2023) varca i confini nazionali con l'uscita della traduzione in tedesco. Dopo il successo del suo precedente romanzo, "Il Sorriso della Luna," Zambiasi, scrittore e pittore dell'Alto Adige con esperienze a Bratislava e Vienna, dimostra ancora una volta la sua abilità nell'intrecciare narrativa e arte. E ci regala con "3 Il Bacio Rubato" un viaggio profondo e misterioso alla ricerca dell'amore.

Nel simbolismo del numero perfetto, "3," Zambiasi ha trovato l'ispirazione per un simbolo mistico che funge da guida attraverso due mondi: uno mentale e uno fisico, spesso carnale e passionale, a tratti clandestino. La copertina stessa, un dipinto famoso di Jean-Honorè Fragonard, riproduce il bacio furtivo, simbolo di un amore sfuggente che permea l'opera di Zambiasi.
Il protagonista, un giovane e avventuriero pittore di nome Jack, affronta una vita complessa, plasmata dall'essere cresciuto con tre madri diverse. Questo dettaglio ha profondamente condizionato la sua vita e il suo modo di amare. In una ricerca continua di amore per superare una solitudine esistenziale, Jack viaggia attraverso città e capitali europee, vivendo storie d'amore intense e trasgressive, lontane dai canoni tradizionali.

Il numero tre ritorna spesso nella sua vita, conducendo Jack a amare contemporaneamente donne diverse, legate talvolta da amicizia o da relazioni più intime. Questa complessità alimenta l'intrigo show more del protagonista, desideroso di vivere con intensità le sue passioni per l'arte e l'universo femminile.

"3 Il Bacio Rubato" è un libro appassionante che offre un viaggio mentale e introspettivo, esplorando il piacere non solo fisico ma anche emotivo. Il romanzo celebra l'universo femminile, in cui Jack non sfrutta le donne per il proprio piacere, ma condivide con loro il raggiungimento del piacere, creando legami intensi che resistono al passare del tempo.

Con la traduzione in lingua tedesca, "3 Il Bacio Rubato" (3 Der gestohlene Kuss) si appresta a conquistare anche un pubblico internazionale, portando l'amore e la passione che contraddistingue l'opera di Klaus Zambiasi ad essere apprezzata da un più ampio pubblico di lettori.
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Un viaggio lungo otto anni attraverso la fibromialgia, malattia definita cronica e incurabile, alla ricerca – coronata dal successo – della guarigione. Lo racconta Francesco Mariotti, imprenditore nel settore elettromedicale e appassionato esploratore del mondo, nelle trecento pagine del suo emozionante libro "Il viaggiatore della vita". Un'avvincente esperienza personale che ripercorre significativi momenti di vita e di viaggio, fornendo strumenti pratici per la cura del corpo e della mente.

Francesco Mariotti (Forlì, 1976) prima del 2015 si definiva «una persona soddisfatta». La sua vita personale e professionale andava apparentemente a «gonfie vele»: la quotidianità «racchiusa in una griglia rassicurante», una laurea in Scienze internazionali, un lavoro appagante e stimolante, una vita sociale intensa, tante passioni tra cui lo sport. E soprattutto tanti viaggi all'estero, per lavoro o per avventura. Le esplorazioni in giro per il mondo e i vagabondaggi in solitaria con lo zaino in spalla, al contatto con la natura selvaggia, erano per lui una fonte di energia e di entusiasmo.

Nel maggio di quell'anno, alcuni sintomi trascurati esplodono in dolori lancinanti sempre più debilitanti, che non lo abbandonano più. Inizia un calvario di visite mediche, referti e responsi interlocutori. Il percorso di cura non è lineare, ma assomiglia a uno di quei sentieri accidentati e impervi che Francesco ama percorrere nei suoi viaggi avventurosi. A volte è costretto a show more fermarsi dinanzi a un ostacolo, altre volte deve tornare indietro, altre volte ancora a intraprendere un sentiero parallelo, fino a perdersi e a ritrovarsi. Ad ogni caduta, si rialza più forte perché più motivato e consapevole. Grazie alla sua caparbietà e forza di volontà, la sfida della malattia si trasforma in un'opportunità straordinaria per la crescita personale, il cambiamento e la comprensione profonda delle dinamiche che collegano mente, corpo e anima in un unicum dal delicato equilibrio.

Il processo di guarigione passa attraverso un radicale cambio di prospettiva: la salute del corpo e quella della mente si influenzano a vicenda. Per guarire il corpo bisogna prima curare l'anima, facendo pulizia delle convinzioni autolimitanti, forme di autocommiserazione, automatismi rafforzati dall'abitudine e soprattutto delle vecchie ferite emotive.

Cinque anni di studio, di strade difficili tra medicina ufficiale e terapie alternative, due anni di crescita personale e disintossicazione del corpo, fino all'ultimo anno sulla strada del ritorno, libero dal dolore cronico e dai vecchi schemi mentali, più forte e guarito nell'anima.

«Soffrire così tanto intensamente per poi tornare a brillare – scrive Vittoria Diamanti, life coach, nella prefazione - è un'impresa titanica che merita di essere raccontata, perché mai come in questo periodo storico c'è bisogno di condividere storie di successo, con lo scopo di emozionare in positivo il lettore e offrire valide alternative rispetto alla cura».

La scrittura di Francesco arriva dritta all'anima del lettore ed è adatta a tutti, non solo a chi si trova in situazioni simili, offrendo la testimonianza di un processo personale di guarigione ma anche incoraggiamento, tanti spunti utili e diversi strumenti pratici.

Attraverso una prosa ora ironica e leggera ora profonda, l'autore offre una visione consapevole del cambiamento necessario per diventare padroni di sé e gestire al meglio la propria salute. Un libro che regala sorrisi e che commuove.

Info e contatti:
Scheda del libro
https://www.amazon.it/viaggiatore-della-vita-male-tutto/dp/B0CP9RSYZT
Sito: www.ilviaggiatoredellavita.com
Facebook: Il Viaggiatore della Vita
Instagram: ilviaggiatoredellavita
Leggi qui l'intervista.
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Dopo il successo de "La casa gialla" (2022), Marta Brioschi torna in libreria con un avvincente thriller psicologico dal titolo "Ferite a fior di labbra", pubblicato da Be Strong Edizioni.

L'autrice (Milano, 1967), lauree in Economia e in Lingue straniere, appassionata di viaggi, culture orientali e drama coreani, è assurta agli onori delle cronache letterarie per aver scritto il primo romanzo italiano - "La casa gialla" - interamente ispirato ai k-drama, popolari serie televisive che vantano un buon numero di affezionati spettatori nel nostro Paese e in Europa.

Un serial killer che uccide donne, scegliendo a caso le sue vittime e colpendo di notte e in luoghi isolati. Un gruppo di pazienti problematici in terapia per "disintossicarsi" dalla dipendenza dai k-drama, le cui storie si intrecciano e si sovrappongono con quelle della loro psicologa, Emma Silvestri. Un bar per amanti di gatti che diventa il punto di ritrovo del gruppo ma che nasconde torbidi segreti. Un giovane skater, Artem Baran, con alle spalle una storia familiare complicata fatta di abusi e abbandoni. E un tema, quello attualissimo della violenza indagata nelle sue molteplici sfaccettature, che costituisce il filo conduttore del romanzo. Sono questi gli ingredienti di "Ferite a fior di labbra" che, alla sapienza narrativa con cui sono costruiti l'intreccio e la psicologia dei personaggi, abbina la valorizzazione di un tema poco dibattuto ma tuttavia di grande rilevanza sociale: le tracce invisibili ma show more indelebili di drammi personali che le varie forme di violenza lasciano nella psiche degli individui.

L'autrice esplora, attraverso le storie dei protagonisti e le interazioni tra i personaggi, la violenza sociale, fisica, verbale, psicologica, sia all'interno della famiglia tra genitori e figli e tra coniugi, sia tra estranei. Dalle piccole forme di abuso alla manipolazione psicologica, dalle relazioni tossiche ai traumi ereditati dalla propria storia familiare, scorrono sotto i nostri occhi un'infinità di atteggiamenti violenti e di sopraffazione dell'altro, spesso impercettibili, subliminali e quasi mai condotti con intenzionalità. Una violenza sottile e diffusa, dunque, che costituisce insieme al conflitto la cifra più autentica dei rapporti sociali a vari livelli e che riguarda tutti noi. Prima o poi destinati a essere vittime e/o carnefici.

Non a caso "Ferite a fior di labbra" è dedicato a coloro che soffrono di Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso, sindrome che in Italia è ancora sconosciuta a molti medici, famiglie ed educatori, con l'augurio che se ne parli di più e si rendano disponibili le necessarie terapie.

Nelle note che accompagnano il romanzo, Annalisa Barbier, psicologa e ricercatrice in Neuropsicologia, definisce i sintomi e le caratteristiche di questo disturbo con riferimento alla più recente letteratura scientifica.

"Ferite a fior di labbra" è un libro dalla trama intrigante e che aiuta a riflettere da un punto di vista psicologico sulla radice della violenza e sulle cause complesse dell'agire umano.

Il romanzo è stato selezionato per partecipare alla Vetrina di Casa Sanremo 2024 dove sarà presentato il 7 febbraio prossimo e nello stand di Be Strong Edizioni alla Fiera Internazionale del Libro di Torino a maggio 2024.
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Arriva in questi giorni nelle librerie La stagione dell’Isola di Daniela Frisone (Edizioni Tipheret, Acireale, pp. 96), un breve romanzo di formazione di una coscienza già adulta che ricerca, attraverso un viaggio interiore, le radici per evolversi e cambiare.

Il libro è ambientato all’inizio di questo millennio in un’isola di un Sud indefinito. Qui tutti si conoscono e la vita scorre lenta, secondo il volgere delle stagioni e delle generazioni. In questo microcosmo, Cristina Francese, una giornalista squattrinata che arrotonda aiutando un’amica a portare avanti l’unica libreria dell’isola, decide di scavare nel fondo di una storia perduta: la scomparsa di due anziani coniugi avvenuta quindici anni prima. Quando Cristina riesuma l’inchiesta sulla misteriosa sparizione dei coniugi Cammara dalla Casa del Merlo, le indagini delle forze dell’ordine sono giunte ormai a un punto morto e da tempo è calato il silenzio sulla vicenda.

Le sue indagini scavano dentro l’anima più profonda dell’isola, tra le genealogie delle famiglie del luogo, tra le rispettive fortune e le improvvise disgrazie, facendo emergere le ombre del passato ma anche il fardello di responsabilità e pregiudizi sociali che ci si tramanda di padre in figlio. Tra i nodi delle complesse dinamiche individuali, sociali, psicologiche e antropologiche che avvinghiano la popolazione dell’isola e la costringono a vivere entro un ristretto cerchio di possibilità, Cristina scopre il pactum show more sceleris che si nasconde dietro la misteriosa scomparsa dei coniugi e l’uso strumentale che viene fatto di superstizioni e leggende. La credulità popolare serve ad alcuni loschi personaggi per coprire i loro crimini e alla comunità per effettuare una rimozione collettiva di eventi che, senza una spiegazione plausibile, avrebbero provocato dolore e frustrazione. La soluzione del giallo coinciderà con il processo interiore di progressivo distacco ed emancipazione della protagonista dalle sue radici isolane, per affrontare con coraggio e determinazione una nuova vita in una metropoli del Nord. «Uomini e donne, famiglie intere – si legge nella quarta di copertina - rispondono a un mondo surreale che fa da eco a una Sicilia antica e per certi versi dimenticata, in ogni caso distante da un Nord in cui si accampa l'astrusa visione di metropoli indefinite e lontane».

Una scrittura densa, mai banale; la vivida descrizione di personaggi e vicende talvolta surreali; il sovrapporsi di molteplici chiavi di lettura; gli echi letterari che rimandano al Verga e al Marquez di Cent’anni di solitudine; il fascino di situazioni narrative che evocano un mondo quasi fiabesco e ancora tutto da scoprire, coinvolgono il lettore nelle pieghe di un’atmosfera magica e ricca di simboli e fanno de La stagione dell’Isola una lettura appassionante e coinvolgente.

Daniela Frisone (Siracusa, 1972), autrice del blog “Questa non è una matita” sul portale tamtamtv.it, ha collaborato alle pagine di cultura dei quotidiani «La Sicilia» e «Il Mattino di Padova». Tra i vari saggi, ha pubblicato Sicilia, l’avanguardia (Firenze, 2013) e L’inchiostro e l’archeometro. Enrico Cardile tra esoterismo e letteratura, con Sebastiano Grimaldi (Acireale, 2019). Negli ultimi anni si è dedicata allo studio del simbolismo, suoi articoli sono apparsi su «Rivista di Letteratura Italiana», «Avanguardia» e «Mondi». La stagione dell’Isola è la sua prima opera di narrativa.

Il libro è disponibile nelle migliori librerie e nei principali bookstore online, anche in formato ebook.
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Per millenni, le piante officinali e medicinali sono state l'unico rimedio efficace contro disturbi e malattie. La conoscenza approfondita delle loro caratteristiche e proprietà ha rappresentato un patrimonio diffuso sia in Oriente che in Occidente e un sapere indispensabile non solo per monaci di abbazie e conventi, ma anche per medici, scienziati, speziali e farmacisti, almeno fino all'avvento della chimica farmaceutica.

Pasquale D'Agostino, nel libro Natura Cura, ci guida alla scoperta del meraviglioso mondo delle piante officinali e delle loro proprietà salutari e curative. Un patrimonio inestimabile che la Natura mette a disposizione di tutti, un vero e proprio dispensario dove trovare gratuitamente tutto ciò che serve al benessere e alla cura del nostro corpo.

La passione dell'autore affonda le radici nell'infanzia e nell'ambiente che lo circonda: «Sono nato in un piccolo borgo a civiltà contadina nel vibonese - scrive - immerso tra gli uliveti e con una zona montana ricca di una fitta vegetazione nella quale si possono ammirare castagni, faggi e altri tipi di alberi e piante, dove ogni famiglia detiene vari appezzamenti di terreno agricolo. Fin da bambino, quando specialmente nel periodo primaverile sentivo il profumo della Natura che, con il suo risveglio, emana i suoi odori inebrianti, ero attratto nell'osservare le api che si posavano sui fiori degli aranci e degli altri alberi da frutto; le farfalle volare sui prati coperti di fiori; di sera, le lucciole; le show more rondini svolazzare in aria etc. mi domandavo quale fosse il motivo del loro essere, guardando da vicino il loro comportamento. Quando poi andavo in campagna con i miei genitori, dove spesso incontravo greggi di ovini al pascolo, mucche che aravano i terreni e altre specie animali, la mia attrazione non si limitava solo al mondo della fauna, ma mi entusiasmava scrutare anche quello della flora. Facendo mente locale, osservavo la crescita di una pianta che avevo visto qualche giorno prima notando il suo cambiamento. Arrivato all'età adulta, con la consapevolezza di una persona più matura, ho incominciato a studiare le piante e a sperimentare la loro efficacia. Osservando i risultati che si hanno nelle varie applicazioni rimanevo e rimango sempre più sorpreso di quanto la Natura ci possa far meravigliare attraverso i suoi doni».

Il libro si concentra su sei piante officinali - l'Achillea (Achillea millefolium), l'Equiseto o Coda cavallina (Equisetum arvense), l'Ortica (Urtica dioica), la Salvia (Salvia officinalis), il Timo (Thymus serpyllum), l'Aloe Arborescens (Aloe Arborescens) - più altre complementari, indicate nei percorsi fitoterapici. Sono piante che crescono spontaneamente nei prati, nei campi incolti, nei boschi, lungo i sentieri di campagna. Alcune, come la Salvia, il Timo e l'Aloe Arborescens si possono coltivare in vaso, sul balcone o sul terrazzo, nell'orto o nel giardino di casa. In alternativa, quasi tutte, si possono acquistare essiccate nelle erboristerie specializzate.

Di ognuna, l'autore spiega dove trovarle, quando e come raccoglierle; le fasi di essiccazione e di conservazione, i disturbi che riescono a curare, le preparazioni, i dosaggi e le modalità d'uso per tisane, infusi, decotti, tinture, bagni, cataplasmi, pediluvi, ecc. Si indicano, a tal fine, due elettrodomestici, l'estrattore e l'ozonizzatore, che non tutti conoscono e che ogni famiglia dovrebbe avere. Sono un eccellente aiuto al benessere familiare e rispettano in maniera esemplare la funzionalità naturale. Grazie a due codici, chi acquista il volume potrà ricevere dall'autore, via e-mail o per telefono, assistenza gratuita di approfondimento su quanto trattato nel libro. Oppure, su richiesta, una consulenza personalizzata. Il libro è acquistabile sul sito www.natura-cura.it dove si può leggere un'intervista all'autore e trovare ulteriori informazioni.

In più, il lettore riceverà il manuale Guida Eco al risparmio, con ricette e suggerimenti su come mantenere puliti e igienizzati gli ambienti domestici, utilizzando soltanto prodotti naturali. E in tempi di crisi, con i costi sempre crescenti, i benefici a costo zero offerti dalla Natura rappresentano una valida mano d'aiuto alle famiglie.

Natura Cura è più di una introduzione alla fitoterapia (dal greco phyton = pianta e therapeia = cura). È un passepartout per un nuovo approccio green alla vita. È un invito a tornare alla Natura, a fare un uso più moderato di medicinali farmaceutici e prodotti chimici per l'igiene personale e per la pulizia degli ambienti, sostituendoli gradualmente con soluzioni naturali gratuite o prodotti ecologici. Ma è anche un appello a consumare cibi più genuini, a prestare attenzione alla qualità dell'acqua che beviamo e a condurre uno stile di vita più sano, magari facendo lunghe passeggiate nei boschi e all'aria aperta per ritemprare il corpo e lo spirito dallo stress quotidiano.
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Il potere della Congrega di Fabio Barbonaglia è l'atteso sequel di un testo che ha già conquistato i lettori con un'avvincente saga urban fantasy: Il dominio della Congrega, il mitico viaggio del giovane Cassian Larbon tra mondi contemporanei animati da straordinarie creature, antichi simbolismi e leggende secolari. La Congrega è il fulcro dell'epopea che lo scrittore vercellese immagina al governo di Capitalis, una città dalle mille bellezze architettoniche che pulsa nel sottosuolo di Torino, riconosciuto centro di magici triangoli metropolitani. Si tratta di una comunità segreta che usa l'energia cosmica cioè la differenza di potenziale tra polo positivo e polo negativo, emblemi di bene e male, per la realizzazione e l'uso di incantesimi, armi prodigiose e pozioni magiche.

Già dal primo tomo della trilogia, la vita della Congrega è sconvolta dalla comparsa di un'oscura profezia riportata nelle pagine di tre libri gemelli, veri e propri artefatti realizzati con scaglie argentate di drago. Una fazione rinnegata del gruppo che costituisce la Resistenza fa di tutto per impedire che la profezia giunga a Capitalis. Così si dipanano due vicende parallele: quella del protagonista Cassian, che dal sud dell'Inghilterra si sposta verso Torino e, nonostante il furto di uno dei libri, riesce a portare con sé il testo della profezia accompagnato dall'ispettore dell'Interpol Justine Thompson e dalla mitica spada Durindarda; quella di Deomor, boia della Congrega che, ingannato show more dai membri della Resistenza, distrugge un tomo gemello e va alla ricerca di un'altra scaglia di drago per creare un nuovo libro.
Ne Il potere della Congrega Cassian e Justine, tra molteplici peripezie e grande temerarietà, riusciranno a far giungere a Capitalis la famosa profezia salvata da Padre Garrison nella lettera d'addio al ragazzo. Si tratta di un testo in versi di difficile interpretazione. Solo il bibliotecario della Congrega saprà chiarire l'arcano messaggio e svelarne il conseguente scenario apocalittico. Contemporaneamente Deomor, insieme a fortuiti quanto esperti compagni di disavventure, si troverà ad affrontare le sue più profonde paure nella morsa di un fatale inganno.
Fabio Barbonaglia è il sagace autore dell'epopea di Cassian Larbon, che terminerà con l'ultimo tomo della trilogia dal titolo Il destino della Congrega. Ingegnere esperto in gestione qualità, ambiente e sicurezza aziendali, fin da ragazzo si è nutrito delle storie dei grandi autori di genere fantasy. Appassionato di giochi di ruolo e collezionista di armi bianche, giunge naturalmente all'urban fantasy con un ricco bagaglio inventivo e narrativo.

Suspance è la parola chiave di questo secondo libro della saga di Barbonaglia. I personaggi si muovono in una catena di eventi a sorpresa, sempre a caccia di nuovi obiettivi e inseriti in enigmi da svelare. Diversi gli elementi fantastici nell'immaginario de Il potere della Congrega, come pure i riferimenti a testi antichi e a fonti artistiche di natura variegata, che lo rendono caleidoscopico e carico della tensione indispensabile per giungere a un cliffhanger già annunciato. Un'attenta tavolozza psicologica delinea i personaggi conferendo loro sentimenti e intuizioni che agli occhi del lettore li rendono complici e vicini a un certo realismo spesso poco contemplato dal genere fantasy. Di fatto il tono urban, che si muove tra stratificazioni metropolitane, attentati terroristici e squarci di cultura contemporanea nell'incessante scorrere del tempo, conferisce al testo e in generale a tutta la saga quel tratto di umanità che la fa prossima a ciò che di straordinario può accadere nella vita di ogni giorno.
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Com'è cambiato il mestiere più antico del mondo al tempo di internet? Lo racconta Maria Bellucci nel suo "L'incantatrice di numeri", un libro che fornisce una panoramica sulle nuove tendenze e sulle figure professionali, spesso celate dietro denominazioni elusive, che offrono sesso a pagamento in rete.

Maria Bellucci, origini abruzzesi, studi di Lettere e Filosofia, giornalista pubblicista, vive e lavora a Milano. Nel 2016 ha pubblicato "La Bella Costituzione", un'opera scritta ai tempi del Referendum costituzionale, dove il corpo femminile, negli scatti artistici che affiancano gli articoli e le disposizioni, funge da contenuto e non da contenitore.
"L'incantatrice di numeri" appartiene al genere della narrativa d'inchiesta, cioè a quella forma peculiare di romanzo che si avvicina al giornalismo d'inchiesta per l'oggetto – l'indagine su problematiche sociali, economiche, politiche ed etiche d'attualità, con l'intento di informare e far riflettere il lettore – ma se ne differenzia per lo stile e l'uso di tecniche narrative proprie del romanzo-racconto, nonché per il punto di vista soggettivo ed emozionale.
Il titolo richiama Ada Lovelace, figlia del poeta Byron e brillante matematica del XIX secolo, definita appunto "Incantatrice dei numeri". In suo onore, nel 1979, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti chiamò Ada un linguaggio informatico che unificava principi e tecniche provenienti da diversi paradigmi di programmazione. L'autrice ha visto in ciò un show more nesso con la sua inchiesta che riconduce a un'unità organica il vario mondo della prostituzione vecchia e nuova, in rete, in strada e indoor, sottolineando l'obsolescenza della legge Merlin e la sua inadeguatezza rispetto ai tempi d'oggi. La legge n. 75 del 20 febbraio 1958, nota con il nome della senatrice che la promosse, aboliva la regolamentazione della prostituzione, proponendosi la lotta contro lo sfruttamento dell'amore mercenario.

Protagonista del romanzo è Mia, una giovane donna apparentemente riservata ma passionale, tenace e intuitiva. La giovane, che aspira a fare la giornalista, realizza un'inchiesta sul variegato mondo della prostituzione, indagata sia dal punto di vista dell'offerta, cioè delle donne che la esercitano, sia dal punto di vista della domanda, ovvero dei clienti. Con l'intento, poi trasceso, di realizzare una sorta di "vocabolario" del sesso a pagamento. Per addentrarsi in questo mondo fatto di chat, portali d'incontri a pagamento, siti di annunci, web cam per il sesso virtuale e applicazioni per incontri reali, Mia si infiltra nel mondo delle chat erotiche e dei siti di incontri. Ciò le consentirà di conoscere più da vicino uomini e donne che lo popolano.

Attraverso interviste raccolte o carpite sul campo, Mia delinea un variegato mondo di figure femminili, alcune spinte dalla necessità economica, altre dall'avidità e dall'ambizione, altre ancora dal puro piacere. Puttane, prostitute o prestate, come l'autrice le definisce. Colpiscono, in particolare, le storie tristi di donne che fino a qualche tempo prima avevano una vita e un lavoro normale e che, a causa della crisi economica, del licenziamento del partner o di una malattia in famiglia, sono costrette a prostituirsi per pagare le bollette, le cure o la retta scolastica per i figli. Accanto alle classiche accompagnatrici di alto bordo o alle donne di strada, che il web rischia di lasciare senza lavoro, il mercato del sesso si va popolando di nuove attrici. Come le nigeriane e le donne dell'Est, più economiche delle italiane. O le tante "arrampicatrici sociali" desiderose di affermarsi, pur senza talento, nel campo dello spettacolo o del cinema. E ancora di altre figure che si muovono su un confine più sfumato e ambiguo, quali le wing woman, le tavoline, le web croupier e via dicendo.

I clienti, conosciuti in chat e negli annunci, sono spesso uomini d'affari o manager desiderosi di un'avventura, troppo impegnati o distratti dal lavoro per permettersi una relazione stabile; uomini creduloni e ingenui o, ancora, persone con una vita normale ma dai vizi inconfessabili. Un mondo sommerso, questo, che genera fatturati miliardari. E che sfuggono interamente al fisco per la resistenza morale, e forse anche culturale, dello Stato a normare il fenomeno e a regolamentare il lavoro sessuale. Sul web, infatti, le case chiuse seppur "virtuali" sono sempre aperte. Con buona pace della legge Merlin. Mia, tra confidenze di donne e chat con uomini, conoscerà un uomo addentrandosi in prima persona, per un'unica volta, nel mondo dei sentimenti raggirati.

Una storia intrigante, quella raccontata ne "L'incantatrice di numeri", che si sovrappone alle storie reali delle donne intervistate. E che ci mostra in filigrana lo spaccato sempre attuale di un'Italia perbenista, in un tempo tecnologicamente sviluppato e moralmente arretrato.

Info e contatti
https://www.mariabell.it/
https://www.instagram.com/mariabellucci14/?hl=it
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Giuseppe (Pippo) Puma torna in libreria con "Tempo fuori tempo", una pregevole raccolta di poesie appena pubblicata dalla editrice Àncora di Milano. Il libro, impreziosito dai dipinti (copertina e ritratto dell'autore) degli artisti siciliani Guido Cicero ed Edoardo La Francesca, reca la prefazione di Cataldo Russo, scrittore, poeta e drammaturgo, e la postfazione di Federico Migliorati, giornalista e saggista.

L'autore, figlio d'arte (il padre Salvatore è stato un noto poeta dialettale) dalla natia Modica (RG) si è trasferito a Milano nel 1973, dove lavora come professionista. Animatore di incontri culturali nelle due "patrie", ha fondato a Marina di Modica il salotto letterario estivo "Casa Giara". Tra i riconoscimenti ottenuti, l'Ambrogino (1999), la medaglia d'oro alla Modicanità (2001) e il Diploma di Benemerito della Cultura e dell'Arte (2005) conferitogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ha pubblicato una novella e tredici raccolte di poesie, in lingua italiana e in vernacolo. Alcune liriche sono state tradotte in inglese, francese e spagnolo. Con l'editrice Àncora ha dato alle stampe la trilogia di poesie religiose e sociali "Amor contra amorem" (2017), "Amato per Amare" (2019) e "Annunciare per Amore" (2021). Dal 2023 è presente sul sito dell'enciclopedia Wikipoesia.it.

"Tempo fuori tempo" trae il titolo dall'omonima poesia che apre la raccolta.
In questa lirica l'autore chiede un tempo supplementare, ancora un istante prima che la show more «clessidra della vita» si svuoti inesorabilmente. Un solo momento per richiamare alla memoria il passato, rimuovere le inquietudini, lo scoramento, lo sconforto, «placare il turbine dei pensieri» e accrescere l'amore.

Il tempo supplementare è, dunque, la cornice, l'artificio letterario, lo spazio fisico e poetico nel quale si inseriscono sessanta liriche inedite di struggente bellezza, composte tra il 2005 e il 2022, suddivise in Riflessioni, Pensieri, Meditazioni, Ricordi, Incontri.

Ma la dilazione temporale richiesta è anche, e soprattutto, un tempo dell'anima: uno spazio interiore dove il fluire dei ricordi d'infanzia, le emozioni e gli stati d'animo, la sintonia con la natura, gli sguardi e i gesti di persone care non più in vita, la fraterna vicinanza al dolore e alla solitudine dell'altro, diventano sorgente d'antica felicità, lavacro preparatorio di pace e serenità in vista dell'approssimarsi alla soglia di un'altra vita.

Tra i temi ricorrenti della raccolta, il sentimento della morte, che l'autore affronta con il sostegno della fede cristiana, il rapporto con la Natura, l'amore per la sua terra d'origine, la felicità delle piccole cose. Le liriche sono state scritte tra Modica e Milano (alcune anche in Franciacorta), tra il mare e la pianura. Poli geografici di vita e di scrittura, che si alternano in una sorta di "duale destino" scandito dal ritmo delle stagioni.

Il paesaggio poetico di Puma è intessuto di immagini e di suoni della "sua" Marina d'estate: il rumore del mare, il fruscio delle onde, il garrito dei gabbiani, il guscio vuoto di una conchiglia sulla sabbia. E ancora: la luce dorata, il tepore del sole sulla pelle che fa svanire l'angoscia, i colori del tramonto, la frescura serale del patio. Ma vi compaiono anche le luci e le forme della metropoli milanese: gli anonimi palazzi, il cielo plumbeo d'autunno, il riverbero dei lampioni, i viali alberati, i banchi del San Raffaele, il giocoliere nel corso Vittorio Emanuele II attorniato da bambini, il senzatetto accucciato in un angolo della stazione Lampugnano.

Dietro luoghi, dettagli, emozioni e atmosfere ben descritte con rapide pennellate, si cela una geografia dell'anima in cui l'autore si immerge in una Natura intesa come specchio del Divino. Un paesaggio interiore di dolore, solitudine, mistero, fede e rinascita in cui l'autore immagina di lambire l'esistenza ora come «un gabbiano senza nido / e in continuo volo». ora come «un fiume quieto» che si immette nel lago con la certezza di riemergerne con acque cristalline. Chiude la raccolta una lirica dedicata ad Aristide Poidomani, bohémien modicano, scomparso nel 2021.

«Sono numerosi gli scorci epifanici – scrive Federico Migliorati nella postfazione – che rilucono nella coscienza per affacciarsi gentili e incisivi attraverso una scrittura profonda e screziata che fa memoria consentendo di salvare dall'oblio figure di donne e uomini capaci di lasciare una traccia nell'universo emozionale dell'autore, tutti in attesa, noi compresi, di quell'ultima mano tesa / verso il mistero della morte».
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Il capitalismo? Non spirito di accumulazione o brama di possesso, ma proiezione organica del culo. Parola di Silvano Plinio Dodero che sull'argomento ha scritto un sorprendente e documentato saggio. Homo culus. Divagazioni sul capitalismo proiezione organica del culo, questo il titolo del saggio appena pubblicato, è un testo per nulla irriverente che si fa apprezzare per la vastità della cultura, l'originalità del pensiero, la brillante capacità di analisi e la raffinata ironia.

L'autore (Genova, 1941), una laurea in Fisica elettronico-nucleare e un passato da attivista sessantottino prima nel PCI e poi nei gruppi extraparlamentari di sinistra, inviato di guerra per Panorama (Iraq, 1974), docente di matematica e fisica e, infine, pensionato ai Caraibi. Il suo primo romanzo, Zero, virgola (2001), apprezzato da Aldo Busi, ha vinto il primo premio per la narrativa edita del XIV concorso letterario "Garcia Lorca" di Torino.
Nel suo secondo libro, Homo culus, l'autore si serve di alcuni concetti-chiave per sviluppare la sua originale tesi. Il primo è la scoperta del paleoantropologo australiano Raymond Dart ("bambino di Taung", Johannesburg, Sudafrica – 1924), secondo cui i nostri avi vissuti più di due milioni di anni fa erano bipedi, avevano un cervello da scimmia (inferiore ai 750 centimetri cubi) e mangiavano altri uomini. La scoperta impiegò più di vent'anni a essere "digerita" dalla comunità scientifica occidentale, soprattutto britannica, restia ad accettare show more nell'albero genealogico un cannibale con poco cervello, nato per di più nel continente nero. Il secondo concetto è quello di capitalismo come spreco vistoso e consumo del superfluo, elaborato dall'economista statunitense Thorstein Veblen (1857-1929) che associò la spregiudicatezza negli affari dei capitalisti americani contemporanei ai comportamenti dei primitivi predatori. La tesi del capitalismo come spreco vistoso fu ripresa e sviluppata dal sociologo tedesco Werner Sombart che – ed è la terza chiave - pose il lusso all'origine del capitalismo. Infine, c'è il concetto di proiezione organica, sviluppato dal tedesco Ernst Kapp nella sua Filosofia della tecnica (1877), secondo cui tutti gli strumenti tecnici e le forme organizzative prodotte dall'uomo sono estensioni fisiche o virtuali del corpo.

Da sempre filosofi e scienziati, scrive Dodero, si interrogano su ciò che differenzia l'uomo dalle altre specie, attribuendo la caratteristica distintiva ora alle mani, ora all'anima, ora al cervello. Eppure, sul fatto che la stazione eretta abbia avuto un ruolo cruciale nell'evoluzione biologica dell'uomo, concordano ormai diversi studiosi, a partire da André Leroi-Gourhan. Alla stazione eretta ha contribuito l'esercizio della violenza con l'uso del pugno, che è peculiare della nostra specie. La postura, inoltre, ha impresso un ruolo decisivo al processo evolutivo, consentendo alla donna di nascondere l'estro. Anche il fondoschiena è un portato della stazione eretta. E, ancor più del cervello, caratterizza la nostra specie, dal momento che siamo gli unici tra i Primati ad averlo così sporgente. Quelle due masse così carnose che non assolvono a una funzione precisa, salvo quella di costituire un accumulo di grassi e quindi una riserva energetica, rappresentano un vero e proprio spreco, un lusso del corpo.

L'autore si serve del concetto di proiezione organica per «proporre, o riproporre, il corpo, l'anatomia addirittura, quale protagonista della storia». Si pensi, per esempio, all'invenzione del martello come proiezione organica dell'avambraccio e del pugno; alla camera oscura come proiezione dell'occhio, alla pompa come proiezione del cuore e via dicendo. Anche lo Stato, come insieme strutturato di organi centrali e periferici, è una proiezione dell'intero corpo umano, dove l'impiego tecnologico dell'elettricità è il suo sistema nervoso; le vie di comunicazione, le sue arterie e vene pulsanti di vita, e così dicendo. E il fondoschiena? Qual è la sua proiezione organica? Se il lusso e lo spreco vistoso sono all'origine del sistema capitalistico, come scrivevano Veblen e Sombart, allora il didietro non può che rappresentare la proiezione organica del capitalismo, in quanto accumulo, spreco e lusso del corpo. Senza offesa, ovviamente, per i capitalisti.

«Si tratta di un'opera – chiosa Dodero - che mira a ridimensionare l'immagine che abbiamo di noi, pretesi uomini sapienti, che ci siamo gratificati con l'altisonante Homo sapiens, al quale ritengo andrebbe sostituito un più prosaico Homo culus, maggiormente aderente alla realtà storica e antropologica della nostra specie, feroce come nessun'altra e devastatrice del pianeta su cui viviamo, non ancora per molto, temo».

Homo culus è un divertissement intellettuale, un'opera di erudizione, che spazia dalla filosofia all'antropologia, dall'economia alla sociologia, passando per la storia. E che non può mancare nelle biblioteche di chi ama la storia delle idee e le avventure del pensiero.
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Storia di fantasia tratta da un mondo vero. Il romanzo di Davide Latini dal titolo “Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala” (edizioni Haiku, 2021) apre l’immaginazione al cuore pulsante dell’Asia meridionale. Le Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie del pianeta.
È lo stesso autore a ricordarne in una nota la cronistoria: «La foresta è famosa in tutto il mondo perché vive la tigre del Bengala, un animale bellissimo ma anche particolarmente feroce, con la fama di essere un mangiatore di uomini. La foresta è meno famosa per essere luogo di raccolta di miele selvatico, quello che i residenti chiamano l’“oro liquido”. Ogni anno circa cento uomini, che per vivere non hanno altra possibilità se non quella di rischiare la vita avventurandosi nella foresta, vengono uccisi dalle tigri». Un vissuto altamente inquietante da cui scaturiscono la penosa esistenza delle mogli delle vittime, le cosiddette “vedove delle tigri”, il clima di terrore che i pirati riuscivano a infliggere fino a qualche anno fa tra gli abitanti delle Sundarbans, e in ultimo la fuga di molti di loro per approdare alla misera vita delle baraccopoli di Dacca.
Chi scrive ha cognizione dei luoghi narrati. Davide Latini, originario di Prato, abita a Riccione ma ha vissuto e lavorato per tredici anni in Asia in qualità di buyer di una grossa azienda commerciale. Questa sua seconda opera, dopo “Un dio perdente” (Efesto, 2019), nasce dallo studio delle condizioni sociali in show more cui versano gli abitanti delle Sundarbans, il terrificante e caleidoscopico sistema che l’autore cerca di svelare anche attraverso una serie di articoli messi a corredo del suo racconto.
“Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala” è una narrazione dal titolo ottocentesco con una trama altamente contemporanea, intensa, spietata e allo stesso tempo disincantata e ricca di umanità. Il protagonista è Roni, un giovane cacciatore di miele delle Sundarbans che tra paure, violenze e grande povertà, combatte per la sopravvivenza di se stesso e della propria famiglia. La sua è una lotta contro le minacce della foresta, quindi le tigri, i serpenti, i coccodrilli, ma anche contro chi cerca di speculare sull’esistenza altrui, contro quegli uomini che possono rivelarsi più pericolosi delle belve. Ecco perché Antonello Costa in una recensione al testo pubblicata su “L’incendiario” richiama l’attenzione sulla molteplicità del ruolo del vero carnefice: «Chi è la vera tigre? Chi è la vera belva? Domanda ecolalica, che rimbombava nelle stanze della mia mente, mentre mi inoltravo nella lettura de Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala […] La prima tigre che ho individuato è la tigre del Bengala, annunciata dal titolo. […] La seconda tigre del romanzo è umana, è una bestia che non è più affamata di carne, ma di denaro. […] La terza tigre è un istinto interiore, è un sentimento vendicativo, impossibile da placare. […] La quarta tigre è solo esterna, è il mondo che non permette a chi è povero di vivere una vita senza tigri». È la legge del più forte, il duro volto di una realtà che alla fine abbraccerà Nasima, la sorella di Roni, destinata a vivere in uno dei tanti tuguri della capitale del Bangladesh.
Il romanzo di Davide Latini penetra nel tessuto pulsante delle mangrovie asiatiche volteggiando in una tragica giostra fatta di belve e uomini. La scrittura è schietta e penetra in modo efficace nel dramma esistenziale di chi combatte portando con sé sentimenti familiari e meravigliosi miti che, come ricorda l’autore, “sono storie capaci di regalarci morali illuminanti e farci riflettere sui valori della vita”.
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Una storia vera e attuale. Di sofferenza e di fede. Che tocca nel profondo i cuori e li apre alla speranza. L'ha scritta Luigi Antonio Greco nel libro "La promessa a San Francesco". È il diario di un pellegrinaggio sulla via del Santo di Assisi, intrapreso per grazia ricevuta, che si trasforma in un cambiamento spirituale, quasi mistico, con la conquista di un'armonia interiore e di più profondi orizzonti di fede.

Roma, Novembre 2020. Luigi Antonio Greco, 43 anni, carabiniere, scopre di essere positivo al Covid. Non teme per sé: è giovane, in salute e guarirà rapidamente. Teme per i figli e soprattutto per la moglie Caterina, affetta da sclerosi multipla. Tutta la famiglia è contagiata. Caterina si aggrava e viene ricoverata in ospedale. Sono giorni drammatici. Il marito, isolato in casa con i figli, è in preda allo sconforto, ai sensi di colpa e ai pensieri più funesti. L'Italia è in lockdown, il Covid è un'incognita e avere notizie dei propri cari in ospedale è quasi impossibile. Luigi Antonio, cattolico praticante, si aggrappa alla preghiera.

"Era il mio modo di dire che Dio ci sarebbe stato – scrive - che avrebbe pensato lui a tutto e che, anche se io non ero fisicamente in ospedale, c'era Lui, accanto a lei". Un giorno, mentre prepara un borsone per la moglie in ospedale, trova in un cassetto un'immagine di San Francesco. È una piccola lastra intagliata a forma di pergamena, proveniente da Assisi. "Presi in mano l'immagine, la rigirai, e pregai San show more Francesco di proteggere mia moglie e di farla guarire. Gli feci anche un voto: se Caterina fosse tornata a casa e fosse stata bene, avrei fatto un pellegrinaggio per ringraziarlo e onorarlo. Poi, misi la piccola immagine nel borsone per l'ospedale". Dopo quasi un mese di cure, Caterina torna a casa guarita. Per Luigi Antonio è tempo di mantenere la promessa.

Si tratta di coprire a piedi i 296 km che separano Assisi da Roma, camminando tra i sentieri impervi degli Appennini umbri e laziali, in mezzo a una natura selvaggia e incontaminata, con ogni condizione meteo-climatica, ripercorrendo il cammino compiuto da San Francesco otto secoli fa per recarsi da papa Innocenzo III. L'impresa richiede una preparazione e una pianificazione meticolose.

La preparazione fisica, mentale e spirituale di Luigi Antonio dura quasi un anno. Durante il quale deve superare i postumi del Covid, un intervento chirurgico e dire addio al padre, mancato mentre lui è ancora convalescente. Allena ogni giorno il corpo, con l'attività fisica. E lo spirito, con letture, preghiere e meditazioni. Dedica molta cura alla selezione dell'equipaggiamento: la scelta di cosa mettere nello zaino è già di per sé la metafora di un viaggio spirituale che chiede di spogliarsi del superfluo, alleggerire l'animo dalle scorie della quotidianità e puntare all'essenziale. Proprio come il poverello di Assisi.

Luigi Antonio parte il 1° maggio 2022 in treno per Assisi. Da lì, dalla Basilica Superiore, farà ritorno a Roma il 10 maggio, dopo aver percorso dieci tappe tra borghi storici e paesaggi mozzafiato, immerso nella solitudine e nel silenzio della natura, col sole o sotto la pioggia, dormendo e rifocillandosi poche ore al giorno nei rifugi, negli ostelli e nei conventi. Sulla via, piccoli accadimenti, incontri casuali e prove da superare conducono il pellegrino lungo un itinerario di spiritualità francescana, a meditare e riflettere sulla pace dei popoli, sull'attenzione verso chi vive nella solitudine, sull'esigenza di un nuovo stile di vita più rispettoso del prossimo e della Natura. Quando Luigi torna a casa è una persona diversa, con una nuova consapevolezza della vita, in pace con se stessa e con gli altri, pronto a farsi testimone di fede e di speranza nella vita di tutti i giorni. E anche questo, in fondo, è un piccolo grande miracolo.
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È uscito nelle librerie e nei bookstore online il romanzo "Eliade (Gli eredi di Priamo)" di Bruna Spagnuolo, il secondo e atteso volume della saga “Angeli in ginocchio”, imperniata sul recupero delle identità non tramandate. Il romanzo, pubblicato nella collana “Identità italiche”, segue a distanza di un anno il volume Angela (Gli eredi dei Messapi).
Per parlare ai lettori d’oggi, Bruna Spagnuolo non sceglie il linguaggio freddo e asettico del saggio, ma quello pulsante di vita, evocativo e ricco di emozioni del romanzo storico dallo stile lirico araldo di una dignità linguistica da salvaguardare e tramandare. Sono le spore glottologiche a determinare i sopralluoghi dell’autrice (dalla valle dell’Indo, all’Anatolia, alla Troade, alle rovine di Troia, alla Siritide di Policoro e alle valli del Sarmento e del Sinni) ma la ricerca si lascia sedurre dai sentieri imperscrutabili del mito e della narrativa letteraria lirica e avulsa da “presupponenze” documentali di settore.
Eliade (Gli eredi di Priamo)
Sembrava che tutto fosse stato detto sulla distruzione di Troia fino… all’uscita di questo libro, che prende il via da un segreto sepolto nella vita di Priamo e da eventi incisi nelle ceneri di Troia e nella rosa dei venti di un viaggio epico.

Salvato da un eroe dalle misteriose implicazioni, Baletos, figlio di Brentos, figlio di Priamo, raggiunge la rada segreta delle navi già pronte e prende il mare con i suoi figli, il giovane Egeo e il piccolo show more Cheones. Le insidie di una sosta avventurosa permettono soltanto ai figli di Baletos di giungere alle coste italiche, dove, intorno a tre sorgenti sacre, il popolo di Egeo fa prodigi mai veduti con materiali pregiati, terreni, coltivazioni e giardini e crea tradizioni-meraviglia, tra cui quella dell’albero-calendario. Il fiume Siris, con il tempo, oscurerà il nome della città, ma, prima, il principe Cheones parte con metà del popolo di Egea, in cerca della patria perduta, seguito da Eliade, sua amata e suo alter ego, e da un dono con cui il re Egeo pone a dimora gli aghi laceranti delle vicende drammatiche in cui il principe schiavo Leuco è punto di riferimento. Mentre parte del suo esercito naviga il Sarmento al contrario e il resto del popolo s’inerpica verso i monti con animali da soma e clamore di armi e di voci, forze minacciose insidiano Cheones, per portargli via la sua amata. L’incantesimo del fascino di Eliade, bella come una dea, permette l’arrivo nella valle del grande Cubuk, il Sarmento, che Cheones elegge sua “patria” ritrovata. I prodigi delle albanelle indicano i siti dei formicai umani dall’indescrivibile vita operosa, teatro omerico di un amore epico scandito da tragici abissi esteriori e interiori e da guerre fatali tra le infedeltà dell’istinto e la fedeltà del cuore. I tempi di riferimento non tolgono all’amore tra Cheones ed Eliade nessuno dei respiri di attualità contenuti nelle grandi storie d’amore di tutti i tempi, poiché questo libro è, prima e al di sopra di tutto, una storia d’amore così grande che il vento ancora la racconta e che trafigge il cielo con ogni grido libero del falco pellegrino…

Bruna Spagnuolo ha origini lucane. Collabora con molte riviste specializzate nazionali e internazionali. Vince il premio Romagna, nel 1985, ed esordisce con il suo primo libro di narrativa. Seguono molti premi e molte opere, che riecheggiano del fascino delle culture e dei popoli da lei conosciuti e amati nei suoi moltissimi lunghi soggiorni nelle più sperdute latitudini del mondo. I suoi libri, molto recensiti e anche recitati, rubano all’oblio personaggi indimenticabili, incastonandoli nell’irrinunciabile identità delle culture di appartenenza. È nella biblioteca del Quirinale.
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Avezzano (AQ) - Separazioni e divorzi? Come guerre, fredde o guerreggiate, travolgono sogni d'amore e progetti di vita delle coppie e lasciano sul terreno vittime dirette e collaterali, danni economici, ferite affettive e psicologiche difficili da rimarginare.

Parola di Anna Boggi Fasciani, avvocato del Foro di Avezzano (AQ), vent'anni e più di esperienza in materia di diritto della famiglia, che nei giorni scorsi ha pubblicato il libro "Coppie scoppiate. Come non farsi troppo male quando un matrimonio finisce" (Produzioni i giorni di Antigone, pp. 174, € 20,00 disponibile solo su Amazon).

Come rileva Adriano Squillante (notaio, avvocato e già avvocato di Forum, in onda su Canale 5 e Rete 4) nella prefazione, l'autrice ricorre spesso a parole e similitudini belliche per descrivere l'impatto e le conseguenze drammatiche dei complessi percorsi giudiziari e umani, perché sono le più appropriate per raccontare ciò che avviene con la fine del matrimonio.
In Italia separazioni e divorzi sono in costante aumento dagli anni Ottanta. E rappresentano per le persone coinvolte una delle principali cause di stress, in grado di compromettere durevolmente la serenità e spesso anche la salute.

"Coppie scoppiate" è un vademecum dedicato soprattutto a chi si trova ad affrontare una separazione o un divorzio o sta meditando di farlo. Il libro si propone di favorire nel lettore la consapevolezza delle difficoltà che lo attendono, affinché possa affrontarle con un approccio corretto, show more senza false aspettative, e riguadagnare prima possibile il benessere e la serenità perduta. Non solo. Il volume, esponendo le difficoltà legate alle battaglie legali e allo stress psicologico, intende rivolgersi anche a quelle coppie che possono ancora salvare il loro matrimonio, magari scoraggiandole dall'intraprendere un percorso così doloroso a cuor leggero e senza aver riflettuto bene sulle conseguenze. La sua lettura, inoltre, si rivela utile anche per avvocati e addetti ai lavori che possono ricavarne spunti e suggerimenti interessanti per assistere al meglio i loro clienti nei percorsi giudiziari.

Anna Boggi Fasciani, infatti, non parla (solo) di diritto. Affronta con grande sensibilità e umanità tutti quegli aspetti squisitamente personali, affettivi, psicologici di cui non c'è traccia nei manuali e nei codici. Ma non per questo meno importanti. Come ad esempio, il modo di comunicare ai figli la fine del matrimonio, la sofferenza dei nonni, le tensioni tra le famiglie di origine, l'essere vittime e carnefici del partner nello stesso tempo, l'affidamento degli animali da compagnia, i rapporti con l'ex che si è rifatto una vita; le feste che rinnovano le lacerazioni del tessuto familiare, fino alle implicazioni di natura patrimoniale che non mancano di ripercuotersi sul tenore di vita delle persone coinvolte.

«Un matrimonio che finisce – scrive Anna Fasciani nell'introduzione - esprime un contesto conflittuale che mette a nudo le pieghe più intime della vita di due perfetti sconosciuti; i fascicoli di separazione e di divorzio contengono i sentimenti, i giorni felici, i sogni interrotti, la delusione, la rabbia, le vendette, le contese delle famiglie di origine che, sebbene non compaiano direttamente, sono spesso il substrato umano e il contesto di riferimento su cui si gettano le fondamenta di un matrimonio destinato a finire male».

Il testo si articola in due parti, seguite da un epilogo e da un'appendice normativa.

La prima parte, "La legge, i tribunali e l'esperienza", oltre a far opera di chiarificazione concettuale tra le opzioni disponibili per il cliente, mette in scena il dramma del matrimonio che muore. Se il momento fatidico in cui il cliente varca la soglia dello studio di un avvocato matrimonialista o divorzista rappresenta l'antefatto, è solo con la famosa lettera del professionista recapitata alla controparte che il dramma vero e proprio ha inizio. Nelle fasi successive emergono in primo piano gli aspetti connessi all'affidamento dei figli minori, all'eventuale determinazione dell'assegno di mantenimento per il coniuge più svantaggiato, al contributo di mantenimento per i figli, all'assegnazione della casa coniugale, all'eventuale divisione dei beni oggetto di comunione legale, fino alla regolamentazione delle obbligazioni contratte dai coniugi durante il matrimonio. Non mancano, peraltro, le riconciliazioni da parte dei cosiddetti "pentiti del divorzio", che sono più frequenti di quello che si possa credere.

Nella seconda parte, "Scene da un matrimonio che finisce", l'autrice riporta alcune storie reali, rielaborate in modo da garantire l'anonimato dei protagonisti: casi-limite che ha trattato nel corso della sua lunga esperienza e da cui ha tratto insegnamenti professionali ma anche stimolanti riflessioni sui limiti della giustizia. Che può tutelare i diritti, ma non può imporre l'amore.
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Un vecchio su una panca, in un tramonto d'estate, rievoca ricordi, emozioni, rimpianti, tra riflessioni sul destino e sulla natura dell'arte. Lui è Sandro Botticelli, uno dei massimi artisti del Rinascimento italiano, e quello che leggiamo nelle quasi settecento pagine del romanzo Sandro di Johannes Bramante, è il racconto della sua vita narrato in prima persona.

Sandro, pubblicato dall'editore fiorentino Maddali e Bruni, segna l'esordio letterario in grande stile di Johannes Bramante (Roma, 1990). Attore, drammaturgo e regista teatrale, Johannes trasferisce nella scrittura del romanzo le doti geniali e le qualità già evidenziate sul palcoscenico con la trilogia Il complesso di Antigone, Alkestis 2.1 e Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae.
Davanti agli occhi del lettore si dispiega il grande affresco di un luogo e di un'epoca straordinari: la Firenze di Lorenzo de' Medici. Una città, quella tardo-quattrocentesca, dove umanisti e filosofi indicano nella bellezza la via per elevare l'anima a Dio. Dove fioriscono le botteghe di grandi maestri, da Filippo Lippi ad Andrea del Verrocchio, da Antonio Pollaiolo a Domenico Ghirlandaio e altri. E dove magnati, banchieri e mercanti fanno a gara per accaparrarsi le loro opere.

È in questo ambiente stimolante che il giovane Sandro di Mariano Filipepi, detto il Botticello, muove i primi passi. Con un accuratissimo lavoro di ricostruzione storica, Bramante racconta, per voce del grande pittore, gli show more umili inizi come battiloro nel laboratorio del fratello, l'apprendistato nella bottega di Filippo Lippi, le prime commissioni e i rapporti con la corte medicea che faranno di lui uno dei pittori più apprezzati e richiesti dall'aristocrazia fiorentina. E anche le passioni umane, gli amori omosessuali, l'ambizione, il carattere malinconico e riflessivo, le gelosie e le invidie dei pittori rivali, i dubbi e le incertezze sulla via da seguire, la ricerca di un equilibrio tra l'esigenza di soddisfare il gusto dei committenti e l'indipendenza dell'espressione artistica, il tormento della perfezione, l'influsso neoplatonico di Marsilio Ficino, la convinzione del valore civilizzatore della bellezza, la genesi dei grandi capolavori.

L'autore ci porta, insieme a Botticelli, sui ponteggi dell'abside del duomo di Spoleto, sotto le volte maestose della cappella Sistina, nelle operose botteghe fiorentine, nelle stanze ingombre di cavalletti, tavole, fogli, pennelli, collante e mortai per pestare i pigmenti, per le strade di Firenze, ma anche nelle raffinate ville di campagna e nelle sale maestose dei palazzi nobiliari. Ci fa incontrare papa Sisto IV, il magistrato Tommaso Soderini, Simonetta Vespucci, i maggiori pittori contemporanei, ma anche Leonardo da Vinci e il giovane Michelangelo.

Tuttavia, sotto la superficie di quella che fu la nuova Atene, si agitano le oscure passioni di uomini politici, la bramosia di potere, le alleanze, gli intrighi, le congiure, le vendette, i tradimenti, gli assassinii. Gli artisti, che ne siano consapevoli o no, hanno il potere di dare un corpo e un volto a Dio, alla Madonna e ai santi, hanno il dono di tradurre in immagini concrete gli astratti concetti. Per questo i governanti li tengono avvinti con la forza del ricatto o con le lusinghe della fama e della ricchezza. E si servono del loro potere comunicativo come Instrumentum regni. Per finalità di propaganda nella politica interna o per estendere le alleanze all'esterno.

Così, la mano che ha dipinto la Venere non può sottrarsi all'infame compito di ritrarre i cadaveri dei congiurati impiccati alle finestre dei palazzi. Perché lo vuole il Magnifico, a futura memoria dei suoi avversari. A ben vedere, quello di Botticelli è un lungo cammino verso la consapevolezza della eterogenesi dei fini artistici che ispira riflessioni estremamente attuali sul rapporto tra arte e politica, sull'essenza dell'arte e sulla refrattarietà della natura umana. Per questa via il romanzo può leggersi come un'allegoria del presente.

Lo scorcio del secolo XV, caratterizzato da un'involuzione autoritaria e dalle profezie apocalittiche del Savonarola, vedrà l'uscita di scena dell'artista. Amareggiato dal rogo dei suoi dipinti considerati da blasfemi nel nuovo clima di rigore moralistico e dalle persecuzioni dei sodomiti, abbandonato da tutti gli allievi, Sandro si ritira in campagna, sulle colline di Bellosguardo, per trascorrervi gli ultimi anni.

Quando il flusso di memorie giunge al termine, il sole non è ancora tramontato: «Neanche il tempo di un tramonto – commenta il vecchio sulla panca - è durato il racconto di tutta la mia vita! E forse la mia vita stessa è stata breve come un tramonto». Non così le opere, destinate invece a una gloria imperitura.
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"Kaleidos" di Marcel Dorian: storia di un amore fuori dalle regole sociali e dentro il senso
profondo dell’esistenza

Non si sa mai che cosa può celarsi dietro un sentimento inconsueto. Neppure quanto una relazione
fuori dall’ordinario possa stravolgere la vita di uomo fino a rivelargli il senso di tutta un’esistenza.
Questi sono alcuni dei quesiti che filtrano dalla texture di Kaleidos, romanzo di esordio di Marcel
Dorian. Un libro dal fascino immediato, sin dal titolo, che muove letteralmente da “bella forma” per
giungere all’idea di bellezza in movimento, vita illuminata da un incanto: l’amore che dal mito più
antico si insinua miracolosamente nella contemporaneità.
È il racconto di un incontro straordinario. Un professore di storia dell’arte, sposato con figli, intreccia
una pericolosa relazione con una sua studentessa all’ultimo anno di liceo. Dapprima sguardi, poi
parole, infine lunghe conversazioni virtuali che sfociano nel desiderio assoluto di un amore di grande
respiro ma contestabile agli occhi delle regole sociali. Il tutto scandito da un senso etico profondo che
accompagna il protagonista nel febbrile lavoro di stesura di un romanzo che possa catturare e
immortalare il suo sentimento e l’idea della ragazza che ama e che etichetta con il sensuale e divino
nome di Kaleidos.
Marcel Dorian è uno pseudonimo e come tale reca in sé il mistero di un’identità celata. Anche se alla
sua prima prova letteraria, lo scrittore dimostra una certa show more maturità nell’uso di una scrittura persuasiva
e nella scelta di una trama lineare ma di grande spinta emotiva. È evidente il lavoro di cesello e una
solida cultura mai ostentata ma quasi sempre bilanciata tra le righe prosaiche del quotidiano narrato.
L’autore crede nello spiritualismo come affermazione dello spirito sulla materia: la sua indagine
interiore lo conduce alla ricerca delle origini dell’evoluzione umana, dunque al mito come materia da
cui attingere in modo fatalistico per sopravvivere ai duri colpi della vita. In lui convivono forti spinte
neoclassiciste per via di un certo rigore estetico e intensi richiami a teorie filosofiche di ascendenza
novecentesca con particolare riferimento al modello einsteiniano della relatività.
La ricerca dell’unicità di certi legami e il connubio tra arte e vita trovano equilibrio nell’autenticità
di una trama incentrata ai giorni nostri. L’amore tra l’insegnante e la sua allieva, un classico di genere
romantico, dà modo al protagonista (sovrapposto allo stesso scrittore) di immergersi nelle pieghe
profonde dell’esistere per rispondere ad atavici interrogativi. È lo stesso autore che, forte dei feedback
dei suoi lettori, ama sottolineare: “Kaleidos racchiude un congegno capace di donare una nuova
visione del mondo. Attraverso il racconto di una storia d’amore proibita si ha un ritorno alle origini,
a una visione magica in cui si segue un ordine spirituale che è al di là del bene e del male. Una visione
profondissima che fa di Kaleidos un libro quasi iniziatico”. Di fatto il dato psicologico più importante
è l’universalità, da cogliere sia come dato storico, in quanto il tempo risulta sempre un concetto
relativo, che immanente: l’uomo attraverso l’Amore può giungere alla Conoscenza.
In ultimo, la vicenda narrata, che vede Kaleidos al centro dei desideri di un uomo nel difficile
cammino esistenziale, prevede il licenziamento dal lettore con uno straordinario colpo di scena che
riuscirà a spostare il finale oltre il termine del racconto. D’altronde, come afferma Dorian: “Chiunque
leggerà queste pagine, chiunque vivrà un’emozione così intensa, renderà reali queste parole, darà loro
una possibilità di futuro sottraendole per sempre all’immutabilità della fine”
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In Italia nel 2021 sono aumentati i libri pubblicati. Sono 85.551 i nuovi titoli a stampa, 49.313 gli ebook, secondo l’ultimo Rapporto AIE. Ma i fatturati degli editori calano. E anche il numero dei lettori. Perché l’offerta di libri cresce indipendentemente dalla domanda? Come funziona il mercato editoriale? Cosa deve fare un autore esordiente per inserirsi in questo mercato? Lo spiega Giovanni Criscione nel saggio “Migliora le vendite del tuo libro. Consigli pratici per aumentare la tua visibilità e vendere più copie”, appena pubblicato in ebook e in formato cartaceo.
Forte di un’esperienza decennale come comunicatore e autore di libri aziendali e saggi storici, Giovanni Criscione (Ragusa, 1972), ex collaboratore dei quotidiani La Sicilia e Giornale di Sicilia, fondatore dell’agenzia di comunicazione Inpress Events & Communication, si rivolge a un pubblico di aspiranti scrittori, esordienti ed emergenti, indipendenti e self publisher.
«Il paradosso di un’offerta che cresce più della domanda – spiega - legittima alcuni autori a ritenere che i libri non siano soggetti alle leggi di mercato, ma rispondano all’insopprimibile bisogno dell’uomo di nutrire lo spirito. In realtà, in quanto prodotti, i libri obbediscono alle leggi economiche e alle regole del marketing. Uno scrittore auto-pubblicato, esaurita la fase di stesura del libro, non potrà disinteressarsi della promozione, della distribuzione e della vendita, pena l’insuccesso della sua fatica show more letteraria. Al contrario, dovrà impegnarsi in prima persona, conoscere il mercato, il posizionamento, i competitori e cosa spinge i consumatori all’acquisto. E agire di conseguenza con efficaci strategie e strumenti di marketing».

Nel libro se ne indicano alcune. Gli approcci proposti si basano sulla graduale trasformazione dei self publisher in imprenditori di sé, cioè in soggetti consci della necessità di individuare gli obiettivi, capaci di gestire un budget, definire un pubblico di riferimento, pianificare delle azioni in un dato lasso di tempo, realizzarle e misurarne l’impatto. Il self publisher dovrà lavorare sul proprio personal branding per aumentare la visibilità e diventare protagonista in un mercato sempre più competitivo. Tre, in particolare, gli ambiti su cui intervenire: i tradizionali organi di informazione e i nuovi media; il web e i social network; le pubbliche relazioni.

Dalle schede di lettura ai comunicati, dalle newsletter alle piattaforme fai-da-te per la diffusione delle notizie, dalla promozione nelle radio alle ospitate nelle TV, dall'organizzazione di eventi in libreria ai book tour, dalle presentazioni online alla partecipazione attiva nei gruppi di lettura e nelle community sui social network, dai blog letterari ai social per lettori e amanti di libri, passando per i concorsi e le fiere di settore, il libro offre un ampio quadro delle attività che si possono intraprendere per promuovere il proprio “brand” di scrittore. Alcune a costo zero, altre a basso costo. L’errore, però, in cui molti scrittori incorrono è quello di attivarsi solo dopo l’uscita del libro. La costruzione del brand personale, a rigore, dovrebbe iniziare già prima.

Lo stile chiaro e scorrevole, i casi di studio desunti dall’attività professionale, la panoramica sulle risorse digitali, i nuovi servizi ancora poco conosciuti, i numerosi consigli e suggerimenti utili ricavati dall’esperienza, fanno di questo libro una guida preziosa e indispensabile per aspiranti scrittori e self publisher che vogliono orientarsi nella giungla del mercato editoriale.
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Quali misteri si celano dietro i maestosi cancelli della Villa Bocchese e nel suo enorme parco in collina, tra viali alberati, prati e boschi ombrosi? Che fine ha fatto il proprietario, l’imprenditore Claudio Bocchese, partito per un viaggio d’affari e scomparso nel nulla? E che ne è del suo gatto Fijodor, uno splendido esemplare di Certosino, dagli occhi gialli? Sono questi i quesiti che dovranno risolvere un investigatore improvvisato e spregiudicato, Leo Rodgher, e un goffo tuttofare, Boris Castaman, protagonisti del giallo “L’amico fedele” di Daniele Gonella, pubblicato da Youcanprint.
Daniele Gonella (Trissino, 1984) è un appassionato lettore di libri gialli, che ha deciso di scriverne uno. “L’amico fedele” segna, appunto, il suo esordio sulla scena letteraria. La storia è ambientata ai nostri giorni, nel piccolo mondo della provincia veneta. Protagonisti, due anti-eroi da commedia italiana. Leo Rodgher e Boris Castaman, coinquilini, cercano di sbarcare il lunario. L’uno, con piccoli incarichi da investigatore privato. L’altro con riparazioni, traslochi e lavoretti qua e là. Alla fine del mese si ritrovano puntualmente in bolletta. Così Boris spinge Leo a darsi da fare per ritrovare un gatto, che si è allontanato da Villa Bocchese. I proprietari hanno promesso una ricca ricompensa a chi glielo avrebbe riportato.

La villa rinascimentale della famiglia Bocchese sorge su una collina, circondata da un’immensa tenuta di giardini, viali, prati e show more boschi. All’interno della tenuta sopravvive il rudere di un antico castello, semidistrutto da un incendio. La facoltosa famiglia che risiede nella tenuta è salita di recente agli onori delle cronache per la sparizione di Claudio Bocchese, a capo di un piccolo impero finanziario. L’imprenditore, partito all’improvviso per un viaggio di affari in Germania, è sparito nel nulla. La sua macchina è stata ritrovata in terra tedesca. Di lui, invece, si è persa ogni traccia. Le tensioni interne alla famiglia e i rilevanti interessi economici in ballo hanno fatto pensare a una scomparsa volontaria. A sospettare che le cose siano andate in maniera diversa è, invece, Leo Rodgher che, nel tentativo di riportare il gatto scomparso ai legittimi proprietari e di incassare la ricompensa, sente “puzza di bruciato”. Così decide di indagare, di sua volontà, per vederci chiaro. Nelle indagini coinvolge anche il povero Boris come infiltrato tra i giardinieri della villa. Da qui si dipartono una serie di rocambolesche vicende, che avranno come suggestivo scenario la misteriosa tenuta e come attori i suoi abitanti, l’autorevole donna Erminia, la figlia Michela, il piccolo Niccolò, il viscido avvocato Filiberto Varotto, curatore degli affari di famiglia, e il personale di servizio. Chiave di volta dell’intera costruzione narrativa sarà proprio il felino Fijodor, “l’amico fedele” cui allude il titolo, che consentirà agli inquirenti di risolvere il caso.

Come nella migliore tradizione del genere, Gonella costruisce un giallo in cui ogni minimo dettaglio o particolare apparentemente insignificante diventa importante per la soluzione finale, in una logica narrativa stringente. La scrittura sobria, scorrevole e a tratti ironica rendono particolarmente piacevole e avvincente la lettura di questo romanzo di esordio che ci rivela il profilo di un autore e di un’opera già maturi.
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Il monastero del diavolo, il romanzo di esordio di Giovanni Morlari, tra horror e fantascienza
Dietro uno pseudonimo il talento di uno scrittore milanese abile nel far riflettere e rabbrividire insieme
Milano (MI) - Qual è il prezzo dell’ambizione? Quanto costa il successo per una scoperta capace di rivoluzionare il mondo? E soprattutto che valore ha l’esistenza se certe conquiste svelano confini talmente inquietanti da mettere a repentaglio la stessa vita? Questi e molti altri interrogativi attraversano Il monastero del diavolo di Giovanni Morlari, la storia di un’avventura al limite con l’immaginazione più terrificante.
L’autore di origine milanese sfrutta uno pseudonimo per conquistare il pubblico con un romanzo horror dalle venature fantascientifiche. Alla stregua di un Dottor Jeckyll e Mister Hyde dichiara sui social di condurre una doppia vita: “impiegato di giorno e scrittore al calar delle tenebre”. La passione di Giovanni Morlari per l’occulto lo accompagna fin da giovanissimo, e ne Il monastero del diavolo, la sua prima prova narrativa, dimostra ottime conoscenze di religione, fantascienza e filosofia tradizionale.
Da Edgar Allan Poe a Stephen King l’horror ha sempre prediletto i passaggi spaventosi che la mente umana sa concepire conducendo il lettore all’interno di quel cerchio intimo che è il perturbante freudiano. Ciò che non appare, o che appare poco, o che può essere solo immaginato e non classificato, suscita la paura fino show more all’angoscia più allarmante con successiva quiete in cui si annida il passibile spettro del ritorno del male. Uno schema narrativo che Giovanni Morlari utilizza ne Il monastero del diavolo attraverso una scrittura accattivante e intellegibile, capace di soffermarsi su particolari e parentesi riflessive di un plot ad alta tensione.
La trama ben articolata vede Marco e Matteo due fratelli della Brianza, orfani di padre e con una madre psicolabile, alla ricerca di uno spiraglio che riscatti le loro esistenze provate. In particolare Matteo, il più sensibile e dotato intellettualmente ma anche il più e fragile, asseconda l’ambizione del fratello che avverte la necessità di un cambiamento e, di fronte all’invenzione di un anziano signore, riconosce l’occasione di una vita. All’interno di una compagnia un po’ troppo ingenua approdano Simone vecchio compagno di scuola, Lucia ex fidanzata di Marco, e tre personaggi tanto strambi quanto pericolosi di bulgakoviana memoria. Tra esperimenti paranormali, misteriose leggende e luoghi tenebrosi, il viaggio dei protagonisti attraverserà un portale per un’altra dimensione contraddistinta da incontri con entità spettrali e scomparse inverosimili.
L’aspetto psicologico appare rilevante. Il desiderio di Morlari di distaccarsi dal quotidiano alla ricerca di verità oscure è indice di una forte introspezione che richiama l’idea junghiana degli archetipi: la dualità umana insita nel confronto tra i fratelli, la figura del matto in Simone, l’anima nell’immagine di Lucia. Il tutto contornato da un velo di religiosità ben congegnato che insinua dubbi e revoca certezze di ortodossa memoria e da un tono catartico di intensa umanità.
Il monastero del diavolo è un romanzo da leggere tutto d’un fiato assaporando una trama intrigante, capace di far riflettere e rabbrividire insieme.
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Può l’individuo sottrarsi ai condizionamenti naturali e sociali che, sin dall’infanzia, vanno definendo i confini delle sue prigioni interiori? Può, con la libertà di scelta, sfuggire al campo di forze deterministiche e scardinare le sbarre di quelle prigioni? Sono le domande che Marco Spinicci solleva nel suo nuovo e intrigante libro, A ciascuno la sua prigione, appena pubblicato dalle edizioni Porto Seguro di Firenze. Il libro, con un sapiente intreccio narrativo, incastra alla perfezione romanzo di formazione, giallo e saga familiare, in una più ampia cornice che contempla riflessioni di natura filosofica sulla condizione umana e motivi di dura critica sociale.
Marco Spinicci, medico odontoiatra, vive e lavora a Pistoia. Nella scrittura esprime la sua dimensione interiore, cercando un'armonia tra gli accadimenti della vita. Ha pubblicato il saggio La virtù della libellula; le sillogi poetiche Oltre l’orizzonte e L’acqua saliente; i romanzi Ti accenderò di amore antico e L’abbraccio dell’acqua. Ha ottenuto il Premio Ferrucci Montagna Pistoiese per la poesia e la menzione di merito al Premio Argentario per la narrativa.

Nel nuovo libro l’autore dispone gli avvenimenti - che si svolgono tra l’Emilia Romagna, l’Eritrea e la Toscana dagli anni Venti agli anni Ottanta del Novecento - in un ordine non lineare, anticipando o posticipando alcuni fatti rispetto al loro succedersi naturale. Frammenti di storie, destini che si incrociano, trame multiple che show more si intrecciano e si aggrovigliano. Per poi dipanarsi nel finale e confluire in un’unica, complessa, vicenda nella quale ritroviamo tutti i sentimenti, le passioni, le emozioni e le ragioni che agitano l’infinito garbuglio delle esistenze umane.

Lagune comacchiesi, anni Trenta. Giuditta Dacreni, figlia di umili pescatori di anguille, nel passaggio dall’infanzia alla pubertà, scopre di avere una rara alterazione dei caratteri sessuali nota come pseudoermafroditismo, che influisce sul suo carattere e sul suo aspetto fisico.

La giovane cresce in una società che esalta il virilismo e assegna alla donna il ruolo di angelo del focolare. Prigioniera del suo corpo androgino, sotto il peso dei pregiudizi familiari e sociali, si chiude in sé e diventa ostile verso il prossimo. E «nessuna prigione è peggiore di quella che ci costruiamo noi stessi». Nel dopoguerra, rompe definitivamente con la famiglia d’origine e si trasferisce a Lucca, dove inizia una nuova vita. Anni di ingiustizie, umiliazioni e patimenti, ne piegheranno il carattere. Riuscirà a riappacificarsi con sé e con gli altri poco prima della morte.

La sua vicenda, da un lato, si lega a quella dello zio materno Agostino Signorini, morto nel 1926 ad Asmara, prima di conoscere la figlia nata da una relazione clandestina con una donna del luogo. Lei e la figlia avranno un ruolo importante nel prosieguo della vicenda. Dall’altro, si lega alla morte di Ottavio Rustici.

Ottavio, che in gioventù si era macchiato di crimini orrendi nel nome degli ideali fascisti, nel dopoguerra prova a rifarsi una vita. Il lavoro come capo cantiere nelle cave di marmo a Seravezza, il matrimonio con Vanna Prisco e la nascita delle figlie Maddalena e Solidea fanno di lui un uomo nuovo. Finché i fantasmi del passato non tornano a materializzarsi. Michele, scampato anni prima all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema e da poco assunto come cavatore, lo riconosce come uno dei collaborazionisti repubblichini che guidarono i tedeschi fin lassù, lungo i sentieri della collina. Tre donne, a diverso titolo, lo odiano e vogliono vendicarsi. Vilma, che ha avuto un figlio da lui in seguito a una violenza sessuale. La matrigna Fedora Borghi, che Ottavio ricatta per una vecchia storia di soldi. E la cognata Laura, innamorata di lui e malamente respinta. Quando Ottavio muore per avvelenamento, sono molti gli indiziati di omicidio. Le indagini, tuttavia, puntano in un’unica direzione. Molti anni dopo toccherà all’investigatore privato Egidio Pierini, su incarico delle figlie di Ottavio, riaprire i fascicoli del cold case e fare luce sull’accaduto.

La padronanza delle tecniche narrative; la capacità di penetrazione psicologica; la creazione di personaggi dai tratti fisici, caratteriali e morali ben definiti; l’attenta descrizione di ambienti e contesti sociali e di lavoro (la pesca delle anguille, le cave di marmo, i lavori della terra); la critica ai pregiudizi per il diverso; la riflessione sull’origine del male e sullo statuto ontologico della verità, fanno di questo libro un romanzo di grande lucidità in cui l’autore, svincolando i personaggi dai ruoli prestabiliti, ci racconta il conflitto continuo tra l’ineluttabilità del destino e ciò che ognuno sceglie di essere.
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"La casa gialla" di Marta Brioschi, pubblicato da Mosaico Edizioni, rappresenta con tutta probabilità il primo romanzo italiano ispirato ai drama coreani e, in particolare, a una delle sue star, l'attore Jang Keun Suk. Il libro, un giallo avvincente e intrigante, è dedicato ai numerosissimi fan di queste fiction televisive. Arrivati nel nostro Paese alla fine degli anni Novanta, i k-drama sono diventati così popolari che alcune case di produzione coreane hanno persino ambientato alcune scene in Italia. Il libro, naturalmente, non è destinato soltanto agli appassionati del genere ma possiede tutte le qualità e le caratteristiche per farsi apprezzare da un pubblico più ampio.

Marta Brioschi (Milano, 1967) vive in provincia di Bolzano. Laureata in economia e in lingue straniere, ama viaggiare ed è appassionata di culture orientali. Da qualche anno ha cominciato per diletto a tradurre dall'inglese i sottotitoli di serie TV asiatiche per la piattaforma streaming Viki. Da questa passione è nata "La casa gialla", che segna il suo esordio sulla scena letteraria.
Il romanzo è ambientato nei nostri giorni. Protagonista, il giovane scrittore Mae Son-Jun (detto Jean), padre coreano e madre francese, ispirato dichiaratamente nei tratti somatici e nel fascino orientale all'attore Jang Keun Suk. In polemica con il padre, che lo vorrebbe accasato e sistemato, Jean parte senza quattrini per l'Europa alla ricerca della madre, scomparsa quando aveva pochi anni. Le tracce della donna show more lo portano a Parigi, dove conosce Chantal De Molay, studentessa di lingue orientali e truccatrice per un'agenzia di modelli, che si offre di aiutarlo. Seguendo una labile pista, Jean arriva a Monticchiello in Val d'Orcia (Siena). Qui le tracce della madre si perdono.

Come alloggio e base logistica per proseguire le sue ricerche, il giovane ottiene la possibilità di soggiornare, in cambio di piccoli lavoretti, nella Villa delle Rose, elegante dimora immersa nella campagna toscana che il proprietario, Vieri Nocenti, ha trasformato in un Bed & Breakfast. La figlia Angelica, come già Chantal, ammaliata dal fascino dell'ospite straniero, decide di collaborare con lui.

In realtà, la ricerca della madre si trasforma in un rebus indecifrabile, contornato da strane morti e fitti misteri che ruotano intorno alla villa e ai suoi occupanti. Tutto si rivelerà diverso da ciò che appare, in un sorprendente incrocio di destini e in una concatenazione di agnizioni che terranno il lettore con il fiato sospeso fino all'ultimo. Il ritmo serrato, l'equilibrio tra dialoghi e parti narrative, le rapide descrizioni e una scrittura scorrevole fanno di questo giallo un libro adatto alla trasposizione filmica. Inoltre, non mancano riferimenti alla cultura coreana, dalla descrizione di piatti tipici agli abiti e alle tradizioni nuziali e familiari. Il trionfo finale dell'amore, tipico dei drama coreani, consegna ai lettori un messaggio di ottimismo: dopo tante peripezie, arriverà sempre il tempo per gioire ed essere felici.
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Quando la vita ti pone di fronte a grandi sfide la scelta più coraggiosa è l’amore. Un
assunto che affiora dalle pagine di Cercare la felicità di Susanna Diamanti. Il romanzo rosa della
scrittrice bolognese è stato pubblicato lo scorso maggio da Sicrea Libri in seguito al conferimento
della menzione speciale “Il senso della vita”, per la seconda edizione del concorso letterario Emanuele
Ghidini indetto nel gennaio 2022 dalla Fondazione PesciolinoRosso in collaborazione con la casa
editrice bresciana.

Susanna Diamanti è un’imprenditrice, titolare di un’azienda vitivinicola sulle colline di Bologna. La
sua è una storia vincente, fatta di rinunce e sacrifici, di scelte forti e di grande entusiasmo. La passione
per i libri nasce da giovanissima. Avrebbe voluto intraprendere gli studi letterari ma ha dovuto
affiancare il padre nell’attività di famiglia. Dopo tutto, una laurea in economia e marketing del sistema
agro-alimentare le avrebbe consentito di seguire al meglio la sua futura azienda. Oggi è una donna
realizzata, è appassionata di scrittura e la sua opera prima assomiglia all’immagine di una vita
caratterizzata da momenti controversi ma anche da grandi soddisfazioni.

L’autrice bolognese sceglie il romanzo rosa come genere speculare di uno spaccato femminile
altamente contemporaneo.Il testo in parte ripesca il senso di leggerezza, passionalità, fatalismo, tipici
del genere storico nato negli anni Trenta e divenuto famoso con Liala grazie al show more grande interesse
dannunziano, e in parte segue una nuova corrente di influenza nordamericana con sfumature meno
esotiche e più realistiche e qualche punta di drammaticità. Di fatto il racconto che narra le vicende di
Laura, una ragazza benestante di La Spezia, e della sua formazione psicologica e realizzazione
sociale, a un certo punto va a toccare il tema della pandemia che entra nel viaggio esistenziale della
giovane caricandola di responsabilità e soprattutto di una visione più concreta e profonda della vita.
La narrazione che mette in campo Susanna Diamanti è semplice ma ricca di sfumature di intensa
umanità. Inizia con l’infanzia di Laura, una bambina orfana di madre ed estremamente legata a un
padre molto facoltoso che, pur di renderla felice, soddisfa ogni suo capriccio. Una casa meravigliosa
fa da sfondo alla vicenda, insieme a personaggi familiari come la matrigna, con la quale Laura ha un
rapporto conflittuale, e una tata dal fare rassicurante e molto attenta ai suoi desideri. Paolo, invece, è
il compagno di scuola e di giochi della bambina: di ceto meno abbiente, fin dalle prime battute si
mostra sincero, affettuoso e leale. Con la scelta di iscriversi alla facoltà di medicina di Bologna,
l’esistenza della protagonista comincia a diventare più intrigante, tra nuove amicizie e impegni
accademici, una travolgente passione amorosa che metterà a dura prova la sua personalità, e certi
fatali colpi di coda che le consentiranno di crescere in direzione del vero amore, dell’unica reale
felicità.

Il senso psicologico aderisce perfettamente alla trama del romanzo. Cercare la felicità offre diversi
spunti di riflessione sul senso esistenziale, sull’accettazione della morte e del dolore, sulla costruzione
dei sentimenti più autentici e la speranza di un futuro basato su valori e solide passioni. Per l’appunto
l’amore si pone come il giusto collante di tutta una vita in corsa verso l’autorealizzazione, non solo
personale ma anche all’interno del tessuto sociale di un mondo in cambiamento.
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Quale terribile mistero si cela sotto le navate della magnifica cattedrale di San Martino a Lucca? Un segreto sepolto sotto la polvere dei secoli, racchiuso in antiche pergamene e inciso su una effige lignea, la cui rivelazione consentirebbe di riscrivere la storia dell'umanità.
Intorno a questo inquietante mistero e alla catena di omicidi collegati gravita "Il mistero della cattedrale", il thriller dello scrittore lucchese Lucio Gatto (pseudonimo di Luciano Giovannetti) pubblicato da Youcanprint. L'autore di romanzi come "Omicidi nella città delle Mura" (2005), "L'enigma del Volto Santo" (2012), "L'alba del giorno dopo" (2019), "La pergamena scomparsa" (2021) e "Viola. Il destino di un amore" (2022), ambienta il suo nuovo libro nella città dove è nato (1951) e dove vive. Ma non c'è solo Lucca, con le sue vie, piazze e quartieri nell'ultima fatica letteraria di Gatto.
L'autore, com'è nel suo stile, crea un puzzle in cui si inseriscono piani narrativi diversi, personaggi storicamente esistiti e altri inventati, vicende accadute in tempi e luoghi tra loro distanti. Bisogna arrivare alle ultime pagine del libro per avere chiaro il quadro d'insieme e i fili sottili che legano uomini e avvenimenti di tempi remoti e recenti. Il libro si articola in tre parti, la prima ambientata negli Stati Uniti, tra New York e Baltimora, nei nostri giorni. La seconda, a Betlemme (33 d. C.), Alessandria d'Egitto (638 d. C.) e Gerusalemme (742 d. C.). La terza, prevalentemente a Lucca, che show more conosce una inusitata escalation di omicidi efferati, tutti collegati tra loro.

Tutto inizia a New York nel 2018. Carl Payton, docente alla Stanford University, antropologo di fama internazionale, ingaggia l'investigatrice privata Claire Freelander della Fox Investigation per far luce sulla scomparsa di un anziano professore di storia e di una giovane ricercatrice. Quella che, a tutta prima, potrebbe essere scambiata per una fuga romantica, dopo il macabro ritrovamento del cadavere del professore, si rivela l'inizio di un "caso" dagli inquietanti risvolti. L'investigatrice privata e un aitante poliziotto, Clay Fergusson, volano in Italia sulle tracce della ricercatrice scomparsa, allieva del professore ucciso e depositaria dei suoi segreti. Le indagini, condotte in collaborazione con gli inquirenti del luogo – il commissario D'Ambrosio, l'ispettore Furlan, il procuratore della Repubblica – portano alla scoperta di una setta segreta, dalle origini millenarie e con potenti ramificazioni, pronta a uccidere chiunque si avvicini al segreto che essa custodisce tra Lucca e Gerusalemme. La risoluzione del caso non porterà gli investigatori, almeno per ora, alla rivelazione del segreto. Il finale prelude a un possibile sequel.

Con "Il mistero della cattedrale" Lucio Gatto si conferma scrittore dalla penna scorrevole e dalla avvincente tecnica narrativa, capace di creare personaggi dalle spiccate singolarità, ben raffigurati nel modo di essere e agire, nei loro drammi sentimentali, nelle rispettive visioni del mondo; personaggi che si muovono entro scenari dove storia e fantasia trovano un perfetto equilibrio.
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Un viaggio alla ricerca della felicità, tra mari, memorie e città, contro i fantasmi della bulimia e dell'anoressia, per approdare alla consapevolezza che «felicità è desiderare di essere nel luogo esatto in cui si è». È il percorso narrato nel sorprendente "Mi hai trovata tu", romanzo di formazione di Maria Rita Concilio, appena pubblicato da Youcanprint, con la prefazione di Vania Russo, scrittrice di romanzi e docente di scrittura creativa. Il libro, per la qualità della scrittura capace di coinvolgere il lettore e trasmettere le emozioni più intime e per la rilevanza sociale delle tematiche affrontate, si annuncia come una delle novità più interessanti nel panorama della narrativa femminile contemporanea.
Maria Rita Concilio (Salerno, 1973), manager in una multinazionale italiana, vive e lavora a Pescara. Nel 2007 ha esordito sulla scena letteraria con la silloge poetica "Ancora un alito di vento" (Ed. Tracce).

"Mi hai trovata tu" parla di vite sospese, come barche dondolanti sul mare al tramonto. Di naufragi sentimentali sulle rotte della felicità. Di dolori che levigano l'anima e il corpo, come fanno le onde con i ciottoli sulla riva. Ma anche della voglia di rialzarsi e ricominciare un nuovo viaggio. E del coraggio di essere sé stessi, in una società che ci vorrebbe cinici e insensibili.

L'io narrante e la protagonista, Anna, è una giovane sognatrice, solitaria, avida di letture, amante del mare. I fatti narrati si svolgono tra l'inizio e la prima show more metà degli anni Novanta del secolo scorso, tra Roma, una imprecisata città della costa adriatica e Milano. Schiacciata dal peso delle speranze e delle aspettative che altri le hanno cucito addosso, Anna è alla ricerca di un amore perfetto, di un approdo sicuro per dare un senso alla propria vita. Crede di trovarlo in Alessandro, ma ben presto la loro relazione naufraga tra incomprensioni e incompatibilità. È allora che iniziano i disturbi del comportamento alimentare. Prima la bulimia, poi l'anoressia. In principio l'insano rapporto col cibo si manifesta come una richiesta di attenzione. In seguito diventa una dipendenza, subdola e latente. «Convivevo col suo spettro – si legge - Mi ricordava che si sarebbe potuta manifestare, indesiderata, in qualsiasi momento, ogni volta che la vita non avrebbe funzionato come volevo».

Il tempo e le distanze leniscono le ferite. A Milano, dove Anna si è trasferita per uno stage in una multinazionale americana, conosce Carlo, rampollo anticonformista di una ricca famiglia di imprenditori, con il quale intreccia una relazione amorosa. Gli eventi che precedono e seguono la fine della loro storia costringono la protagonista a interrogarsi sul senso della vita e della morte, sul prezzo da pagare per una vita felice. Ricomincia allora la sua discesa negli abissi, accompagnata dai disturbi alimentari, dalla depressione, da sentimenti distruttivi e autolesionistici, dai pensieri suicidi. A tirarla fuori dal vortice che la sta per annientare è Cecilia, una collega di stage, che la assiste e la convince ad andare da uno psicanalista. È attraverso lo scavo analitico su di sé e sulla sua anima, sulle sue emozioni e aspirazioni, che Anna ritrova un equilibrio esistenziale. Nella nuova vita, ci sarà posto solo per ciò che veramente conta, anche a costo di sacrificare il lavoro in una grande azienda. Una vita al prezzo di una vita.

Dalle pagine del romanzo emergono innumerevoli spunti di interesse: il viaggio introspettivo della protagonista che può essere d'aiuto per chi lotta contro i disturbi del comportamento alimentare; la rappresentazione della società disumanizzante e orientata al profitto che espropria l'individuo del suo tempo e della sua anima; il profondo rapporto d'amore con il mare che si alimenta della contemplazione delle onde e di passeggiate solitarie sulla battigia; e soprattutto la riflessione sul fatto che la felicità non vada ricercata all'esterno, nelle cose materiali e nelle persone che ci circondano, ma dentro di noi, nell'autenticità delle nostre passioni e aspirazioni.
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Una donna dolcemente complicata al centro di una vicenda ricca di colpi di scena e suspense. Sono questi gli ingredienti principali del nuovo romanzo di Lucio Gatto, “Viola. Il destino di un amore” appena pubblicato da Youcanprint. Lucio Gatto (pseudonimo di Luciano Giovannetti) è nato a Lucca nel 1951 dove vive. Laureato in Lettere Moderne all’Università di Pisa, dopo aver viaggiato a lungo e in largo per l’Europa, è tornato nella sua città natia dove ha insegnato materie letterarie negli istituti superiori per trentacinque anni. Dopo l’esordio con “Omicidi nella città delle Mura” (2005), ha pubblicato “L’enigma del Volto Santo” (2012), “L’alba del giorno dopo” (2019) e, di recente, “La pergamena scomparsa” e “Il mistero della Cattedrale” (2021). Ora torna in libreria con un giallo avvincente e appassionante che tiene il lettore incollato al libro per oltre 150 pagine. Il merito di ciò è da ravvisarsi in almeno tre elementi.
In primo luogo, nella costruzione dei personaggi. Dove si riflette la fine capacità di osservazione e di penetrazione psicologica dell’autore. Lucio Gatto crea una galleria assai varia di tipi umani, dai tratti fisici, caratteriali e morali così ben definiti da suscitare nel lettore un’impressione di familiarità con le proprie cerchie di amicizia e conoscenze professionali. Contribuisce a rafforzare quell’impressione anche l’attenta ricostruzione dei microcosmi e dei contesti sociali e di lavoro nei show more quali i vari personaggi si muovono con grande naturalezza e disinvoltura. Su tutti grandeggia la figura di Viola, intorno alla quale ruotano le vicende del romanzo. Viola è una giovane ricercatrice di Chimica, forte e fragile allo stesso tempo. Tanto forte e determinata nell’affrontare le sfide professionali e nel farsi largo in un ambiente molto competitivo, quanto fragile e quasi indifesa sul piano sentimentale, con un passato costellato di incertezze, slanci passionali, errori, innamoramenti e delusioni. Una personalità complessa, la sua, che non manca di affascinare il lettore e catturarne subito le simpatie. L’autentico protagonista del romanzo, tuttavia, è il Destino imprevedibile, che come un burattinaio capriccioso o un deus ex machina di altri tempi, lega, intreccia e scioglie i fili invisibili che muovono le vite di Viola e degli altri personaggi, in modi e forme spinte al limite dell’inverosimile.

In secondo luogo, nell’articolata e intricata trama che si snoda lungo un arco cronologico di oltre vent’anni, spaziando tra Milano, La Spezia, Barcellona, Trieste e la California. La trama mescola sapientemente gli elementi tipici del thriller (alcuni attentati scambiati all’inizio per una catena di incidenti, le indagini degli inquirenti e la cattura del colpevole che non chiarisce, però, alcuni aspetti della vicenda) con gli ingredienti propri del romanzo sentimentale (l’innamoramento di Viola, il tradimento, la vendetta del marito tradito che le porta via la figlia, la vita di lei accanto al nuovo compagno, il riconoscimento o agnizione finale) e di formazione (la maturazione e l'evoluzione dei personaggi principali verso una nuova consapevolezza di sé e della vita).

Terzo, nella sapiente tecnica narrativa adottata dall’autore. Lo scrittore lucchese comincia dalla fine, con una scena che precede di poco l’aristotelica “catastrofe”, cioè la fase risolutiva del dramma, per poi tornare indietro al passato e lasciare che premesse e antefatti, trame principali e (in apparenza) secondarie, domande e interrogativi si accumulino insoluti e si sedimentino nella mente del lettore. Nello scioglimento finale, anche l’ultima tessera del puzzle sarà collocata al suo posto, rivelando così il sorprendente disegno complessivo del romanzo.

L’autore si distingue anche per uno stile descrittivo, chiaro e preciso, con cui riesce a ricreare l’atmosfera di un determinato ambiente e a restituire in maniera incisiva dialoghi, interazioni, soliloqui, stati d’animo ed emozioni dei vari personaggi. Tra le pieghe della vicenda, inoltre, si insinuano interessanti e inquietanti spunti di riflessione sul valore della genitorialità, sulle relazioni con gli altri, sulla forza del destino e sui fantasmi di un passato che ritorna e con cui prima o poi bisognerà fare i conti.
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ROMA - Educare significa plasmare, modellare l'indole di un individuo secondo un disegno prestabilito, quasi "cera molle" tra le mani di un artigiano, oppure lasciarlo libero di svilupparsi secondo la propria natura, come una pianta frondosa? Può un incontro influenzare una persona a tal punto da renderla estranea alla famiglia in cui è cresciuta? E ancora: esiste il libero arbitrio oppure è il destino a decidere per noi? Questi e altri interrogativi solleva il libro di Anna Maria Anzini, "Il destino decide per te", un memoir (disponibile anche in ebook) che ripercorre in undici capitoli un'amara vicenda realmente accaduta. Il libro, che reca la prefazione del giornalista Carmelo Abbate, offre all'autrice l'occasione di raccontare un pezzo importante della sua vita e di riflettere sulle relazioni genitori-figli, sulla maternità, sull'esperienza dell'adozione, sulle difficoltà e sulle gioie che ne derivano, affinché altri genitori possano metterle a frutto.

Anna Maria e il marito Maurizio Persiani sono due affermati immobiliaristi della Capitale. Nel 2007, dopo una gravidanza extrauterina e diversi tentativi non riusciti di concepimento mediante la fecondazione assistita, la coppia decide di ricorrere all'adozione per coronare il sogno di diventare genitori. Ma il percorso burocratico si rivela lungo e irto di ostacoli. Assomiglia a «un labirinto fatto di analisi del sangue, per accertare che fossimo sani, di presentazione di documenti reddituali e un alloggio show more adatto, per dimostrare di essere solidi». Ancor più arduo il percorso psicologico. «Per due anni – scrive - ci siamo sottoposti a test, terapie, abbiamo affrontato percorsi individuali e di gruppo. Abbiamo seguito corsi con altre coppie, alcune sono arrivate con noi fino alla fine, altre hanno gettato la spugna, sfiancate dalla difficoltà e dalle domande. […] Saremmo stati pronti a crescere un bambino malato? Ad accogliere un bambino già cresciuto in condizioni difficoltose? E poi la domanda più importante, quella più reale, più vera: ve la sentite di curare la ferita più profonda di un bambino, quella lasciata dall'abbandono?»

Alla fine, la coppia decide di cambiare percorso e sceglie la via dell'adozione internazionale. Tramite i canali della Comunità di Sant'Egidio, Anna Maria e Maurizio riescono ad adottare una bimba cambogiana di 8 anni, che chiamano Sara. L'autrice tratteggia efficacemente la gioia dell'attesa, le emozioni dei neo-genitori, il clima di amore, affetti e attenzioni che circondano la bambina nella nuova famiglia, il miracolo della crescita, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza. La vita insieme è divertente e complicata al tempo stesso. Anna Maria e Maurizio imparano giorno dopo giorno quanto sia difficile il "mestiere" di genitori. La bimba dallo sguardo malinconico diventa un'adolescente ribelle prima e una ragazza apatica poi. Per i genitori, vederla consumare le ore e i giorni in una vita piatta e senza uno scopo, senza studiare o applicarsi nello sport, incurante di costruirsi un futuro e divenire autonoma, annullata da una relazione d'amore con un ragazzo impulsivo e possessivo, è qualcosa di disperante e drammatico. Ma è proprio quella relazione a lungo contrastata che spinge la giovane a innalzare un muro di incomunicabilità verso i genitori adottivi. Un muro costruito, giorno dopo giorno, con mattoni fatti di silenzi e cementato con la malta dell'indifferenza. Il destino, insomma, sembra voler negare per vie impreviste quella genitorialità che Anna Maria e Maurizio hanno ricercato con forza e determinazione. Una frase di Maurizio condensa il dramma della vicenda: «I sacrifici che facciamo per i figli sono a fondo perduto, in qualche modo glieli dobbiamo. Non hanno chiesto loro di venire al mondo. Né di essere adottati.»

Il finale lascia l'amaro in bocca. Sara, che dopo il compimento del diciottesimo anno di età è andata a vivere con il fidanzato e ha chiuso i rapporti con la famiglia, denuncia i genitori per atti gravissimi, non meglio precisati, chiedendo loro un risarcimento economico. La vicenda giudiziaria, tuttora in corso, impone la sospensione di qualunque giudizio. L'ultimo capitolo è una lettera aperta alla figlia: una promessa d'amore rinnovata, una mano tesa in segno di pace e di aiuto.
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Milano, 11 settembre 1986. Suonano alla porta. Diego, dipendente della ditta di famiglia e musicista in una band, apre. Un pugno in pieno volto. Un uomo con il passamontagna si avventa su di lui. Si risveglierà in un letto di ospedale con un occhio solo e una domanda: perché?
Comincia così l'avvincente giallo dello scrittore vercellese Giorgio Gavina, che torna in libreria con Il volto della vita, pubblicato di recente da Echos edizioni di Giaveno (TO) nella collana Giallo & nero e presentato nei giorni scorsi al Salone internazionale del libro di Torino.Classe 1971, Giorgio Gavina vive e lavora a Castligione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Ha esordito nel 2015 con il noir L'uomo del bene e del male (Parallelo45 edizioni), seguito poi dalla raccolta Sono solo un uomo (Ilmiolibro, 2016), Il branco ha serrato le fila (Augh edizioni, 2017) e Reset. Sfida di Gerry (Augh edizioni, 2018).
Il volto della vita (titolo che ricorda una canzone di Caterina Caselli) è ambientato a Milano nella seconda metà degli anni Ottanta, prima degli scandali legati all'inchiesta "Mani pulite". Dopo l'inizio in medias res, l'autore fa un passo indietro e presenta il protagonista Diego, l'ambiente familiare – il padre, impresario funebre, gli ha trasmesso l'amore per la musica; la madre apprensiva; il fratello più grande Franco, imprenditore rampante – e gli amici. Un'adolescenza felice nel nido familiare, tra scuola, lezioni di chitarra, serate trascorse a provare e riprovare con show more la band, sognando un futuro da star. Poi l'aggressione, tanto violenta quanto inspiegabile. Un tentativo di rapina finito male? Uno scambio di persona? Una vendetta indiretta? Mistero.

La perdita dell'occhio spinge il giovane in un abisso depressivo. Così, per ritrovare se stesso, si trasferisce in un paese di montagna semi disabitato. Qui trascorre una vita umbratile. Unico compagno, il cane Poe. È l'incontro con la bella Daniela a ridargli la forza di tornare in città, riprendere i contatti con la famiglia e ricostituire la band con gli amici. Soprattutto lo spinge a ricercare la verità sull'aggressione. Più va a fondo nella vicenda e più la stessa risulta complessa, fitta di trame laterali. Una ricerca densa di suspense che, attraverso un'immersione nel torbido mondo di soldi facili, droga, modelle, imprenditori di successo, malavitosi e zingari, lo porterà alla scoperta della verità. Tutte le sue certezze finiranno per essere ribaltate. Diego ne uscirà trasformato interiormente, con una maggiore consapevolezza di sé e degli altri. Come nella migliore tradizione del genere, nessun particolare o dettaglio è fine a se stesso e tutto ha una logica narrativa stringente.
L'autore descrive efficacemente la "Milano da bere", «quel mondo che lavora di giorno e conclude affari di notte» nei party, nelle ville, nei locali notturni. Un mondo dorato, in cui il perbenismo, l'efficientismo e il rampantismo celano un sottobosco di trame opache e loschi affari. Dove convivono splendori e miserie: «Se sei stanco, assonnato o debole, basta riempirsi le narici di bamba, se te la puoi permettere. Così resti attento, vigile, eccitato e in forma. Se invece appartieni al mondo di quelli che di sogni non ne ha più, che non ne ha mai avuti, che vive con i soldi rubati, prima ai genitori e poi per strada, finisci per ucciderti di eroina comprata in qualche parco o a Quarto Oggiaro, magari usando una siringa trovata infilata in un albero che qualcuno ha lasciato lì apposta per te».

Sottotraccia scorrono il tema del rapporto tra padre e figlio, considerato uno dei motivi ispiratori del romanzo («quanti errori, convinti di far del bene, facciamo con i nostri figli?») e la passione per la musica italiana e straniera di quegli anni che pervade, con citazioni e rimandi, l'intero tessuto narrativo e fa da collante tra le generazioni. Lo stile vivace e coinvolgente, la sapiente costruzione dell'intreccio, la penetrante analisi psicologica dei personaggi e l'ambientazione metropolitana rendono Il volto della vita una lettura piacevole, intrigante e intensa.
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In un mondo fatto di schemi e definizioni, in cui la vita scorre come una check-list di cose da fare, la "zona franca" - una frazione di secondo che non appartiene a nessuno, simile all'istante sospeso in cui si taglia un incrocio quando il semaforo è rosso per tutti - diventa metafora di un viaggio introspettivo in fondo ai limbi, agli inferni e ai paradisi perduti del cuore.

Zona franca è il sorprendente romanzo di esordio di Alessandro Rosato, pubblicato oggi dalla casa editrice Maddali e Bruni di Firenze. L'autore, originario di Varese, giovanissimo e talentuoso, dopo la laurea a Pavia, il periodo di studi al Trinity College di Dublino e i master a Barcellona, ha lavorato come brand strategist per marchi prestigiosi. Nel 2020 ha lasciato il lavoro nel campo della pubblicità per dedicarsi alla scrittura e alla regia cinematografica.
L'azione del romanzo si svolge nell'arco di ventiquattro ore, in un giorno di primavera del 2000. L'io narrante e protagonista, Gabriele, ventiseienne milanese, è sul volo Milano-Lisbona. Nella capitale portoghese vuole ricominciare da zero e dimenticare Barcellona, dove ha lavorato per qualche anno ma che poi ha lasciato, soffocato dal ricordo dolce-amaro di un amore finito e dal rimpianto di uno mai nato. Si alternano, intrecciandosi, due piani narrativi. L'uno coevo al viaggio tra le nubi, incentrato sulle sue riflessioni e stati d'animo. L'altro, differenziato anche per l'uso del corsivo, che ripercorre i ricordi dei momenti più o show more meno felici trascorsi a Barcellona. Il secondo piano narrativo contiene le premesse e gli antefatti del primo. Sono memorie di luoghi, rituali, routine, relazioni effimere in una città piena di sogni, multietnica e multiculturale. Sullo sfondo la movida barcellonese, tavoli condivisi con sconosciuti, la crew (la cerchia di amici più stretti), le feste di addio per chi torna nel proprio paese dopo gli studi o lo stage, l'ebbrezza dell'alcol, lo spleen della domenica, le assolate terrazze, le vie brulicanti di turisti, la ricerca della quiete e della tranquillità sotto le navate ombrose di una chiesa.

E poi le persone che hanno condiviso un breve, ma intenso, tratto di vita con lui: la sua ex ragazza austriaca Ari; Mario, l'amico italiano con la "paura del rimpianto"; Sophie, la bella francese dalla decappottabile di seconda mano. Con lei Gabriele instaura un rapporto speciale, fatto di parole non dette, di complicità, di attimi sospesi nell'eccitante brivido del pericolo. Rivelatrice la sua abitudine di "tagliare" i semafori rossi: «Penso a quell'istante subito dopo aver tagliato il rosso, in cui ci sentivamo in un tempo sospeso; una specie di limbo in cui il rosso era acceso da entrambe le parti: una frazione di secondo che non apparteneva a nessuna carreggiata. In quegli attimi, la macchina apparteneva a tutto e a niente. Anche noi, lì sopra: eravamo in una zona franca. E ci sentivamo così noi. Così selvaggiamente noi stessi».

I piani narrativi procedono paralleli, finché i ricordi del passato lasciano il posto agli eventi e ai personaggi del presente. Come Giacomo, un anziano signore dalle molteplici passioni, e Lara, una misteriosa ragazza dalle mani delicate. Uno scalo imprevisto a Barcellona cambierà i progetti di Gabriele e lo costringerà a riaprire un capitolo della sua vita che credeva già chiuso.

Lo stile semplice e scorrevole, variato da moduli colloquiali propri del gergo giovanile e da un'efficace trascrizione filmica delle scene, riesce a esprimere in maniera autentica le sfumature dei sentimenti e dei pensieri più reconditi.

Zona franca è un romanzo di formazione, in cui l'autore si interroga sulla ricerca della propria identità, sulle scelte dettate dall'abitudine o dalle pressioni sociali, sulle esitazioni che hanno cambiato la storia, sulle passioni accantonate, sulla potenza che non si è tradotta in atto. Ma anche sulle seconde possibilità che la vita ci offre e sulla voglia di vivere fuori dagli schemi. È anche lo specchio di una generazione, la cosiddetta "generazione Erasmus": giovani inquieti, dalla vita frenetica, sentimentalmente instabili, che non hanno ancora trovato il loro posto nel mondo, e di cui Alessandro Rosato si candida a diventare una delle voci più interessanti.
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C'è un omicidio commesso quattro secoli anni fa, di cui sono noti i mandanti e gli esecutori, che ancora grida vendetta. È quello del filosofo Giordano Bruno, arso nel rogo di Campo de' Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600. A vendicarlo idealmente, con una straordinaria invenzione letteraria, è Anna Maddalena Belcaro nel bel romanzo Giordano Bruno e la ruota delle vicissitudini. Avventure filosofiche (Ianieri edizioni).

Anna Maddalena Belcaro, dirigente scolastica di Spoltore (PE), laureata in Lingue e in Filosofia, già docente all'estero, collabora con la rivista "Scuola e Didattica". Dopo Effetto Spinoza (Ianieri, 2020) l'autrice torna a raccontare le idee e l'avventura di un geniale pensatore, scrivendo un finale diverso da quello che tutti conosciamo. Il libro valica i confini del romanzo filosofico per inserirsi nel filone della letteratura escatologica.
In omaggio all'estensore de L'infinito, universo e mondi, l'autrice ambienta le vicende narrate in una dimensione "altra", il pianeta delle seconde occasioni, e le colloca in un tempo parallelo, dal 17 febbraio 1600 in poi. Particolarmente suggestiva e intrigante è la descrizione dei luoghi. Guglie rocciose alte anche mille metri, forre e gole profonde scavate da acque impetuose, ricoperte da una vegetazione selvaggia e lussureggiante, come in un dipinto del fiammingo Tobias Verlaecht.

Sulla cima spianata di una guglia sorge il villaggio di Achedjar, raggiungibile solo da scale impervie a filo di roccia. Una show more cittadella ispirata alla Città del Sole di Tommaso Campanella, riveduta e corretta, costruita secondo criteri urbanistici di razionalità geometrica, semplicità e bellezza.

Qui vige una sorta di contrappasso: vittime e carnefici, cacciatori e prede possono invertirsi i ruoli. Chi si inerpica fin qui, attraversando il mare e i labirintici sentieri della foresta, lo fa perché cerca e vuole una seconda possibilità, per ridisegnare il corso degli eventi. Della vita precedente, del proprio passato non conserva più alcun ricordo o emozione. Trattiene solo le cognizioni apprese. Tutti gli abitanti sono artigiani e filosofi. La libertà del filosofare è la pietra angolare dell'equilibrio, della pace e della sicurezza che vi regnano. Ad Achedjar convergono, per un singolare incrocio di destini, il Dio Ermes Mercurio (che, dopo il rogo di Campo de' Fiori, abbandona la Terra), lo stesso Giordano Bruno e gli inquisitori Roberto Bellarmino, Paolo Isaresi e Ippolito Beccaria.

L'arrivo degli inquisitori altera l'equilibrio della comunità e diffonde il virus della verità imposta per fede e dell'intolleranza. «Le loro credenze - scrive l'autrice - avrebbero aggruppato gli uomini su linee definite di comportamento, che non potevano essere messe in discussione. La fede era l'antitesi della prova e del ragionamento. Gli uomini razionali e riflessivi dovevano tornare nell'ombra, o, meglio, essere perseguitati, annientati, fatti scomparire nelle foreste profonde, in modo tale che la Verità e la Giustizia potessero trionfare con le loro regole e la loro supremazia». Lo scontro ingaggiato tra il santo inquisitore e il filosofo dell'infinito, sotto gli occhi di Ermes Mercurio, è un déjà vu. Ma stavolta l'esito spiazza il lettore.

Giordano Bruno e la ruota delle vicissitudini è uno stimolante viaggio alla scoperta di un pensatore vigoroso e attuale, che assestò un colpo mortale alla concezione finita dell'universo e inaugurò la lotta del pensiero moderno contro il principio di autorità e la tradizione dogmatica. Considerato il momento storico in cui il volume ha visto la luce, tra restrizioni personali, pensiero unico e demonizzazione acritica del dissenso, le sue parole suonano oggi come una critica e un monito verso la società attuale.
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