In questo saggio divulgativo Franco Cardini vuole mostrare quanto l'occidente deve all'Islam, contro coloro che sostengono l'estraneità e la radicale contrapposizione tra le due civiltà e alimentano odio e timore verso l'Islam. Presenta in modo molto sommario le origini e caratteristiche della religione islamica e la storia del mondo islamico dal suo inizio fin verso il 1200, e passa in rassegna i più importanti pensatori islamici (principalmente filosofi e scienziati) e alcuni aspetti della civiltà islamica (arte, architettura, poesia, ma anche agricoltura, alimentazione, abbigliamento) mostrando l'influenza che hanno avuto sulla cultura e sulla società europea. In breve è un riconoscimento del contributo storico-culturale dell'Islam all'Occidente. Probabilmente non sono abbastanza note al grande pubblico queste vicende storiche: nella loro travolgente espansione innescata dalla nuova religione, gli arabi, relativamente primitivi, vennero in contatto con civiltà più avanzate (soprattutto la greco-bizantina e la persiana), ne assorbirono alcuni aspetti e ingenti conoscenze che elaborarono e svilupparono, dando origine a una splendida fioritura in un periodo che per l'Europa fu particolarmente oscuro. Con il risveglio dell'Europa dopo il 1000, gli europei assorbirono a loro volta grandi conoscenze dall'Islam (soprattutto tanta scienza e filosofia greca che in Europa era andata perduta), mentre questo entrava in una fase di decadenza.
Scambi, influenze reciproche, show more mescolanze avvengono, credo, sempre quando ci sono contatti tra società e civiltà diverse, e sono uno degli elementi del mutamento storico che mai cessa. Può essere spesso violento e distruttivo, può non avere un senso o un fine (secondo me non li ha) o una direzione, ma può anche portare a innovazioni positive e arricchimenti (mi piacerebbe saperne di più di questi temi, se solo trovassi le forze e il tempo). E a volte i conquistati, i sottomessi, i primitivi finiscono per avere una influenza anche notevole sui loro conquistatori. Questa è una parziale consolazione nel panorama di disordine, di violenza e di sfacelo che spesso la storia esibisce. E l'Islam dei primi secoli (espansionista imperialista dominatore, ma anche assorbente rispetto alle culture con cui venne in contatto) può esserne un buon esempio.
Cardini racconta tutto questo, rivolgendosi al profano, per mostrare quanto la cultura europea deve all'Islam. Però non è un libro ben riuscito. Lo stile mi è parso un po' sciatto, disuniforme e a tratti un po' troppo informale, l'esposizione è a volte confusa ed erratica, ci sono ripetizioni inutili e disarmonie, per alcuni temi scende troppo in dettaglio ma mantiene un'aria generale di superficialità, le spiegazioni sull'influenza dei vari pensatori islamici sulla cultura occidentale sono spesso generiche, e in generale tende ad avere una visione un po' troppo rosea dell'Islam.
Titolo sottotitolo e copertina (che peraltro è anche brutta) sono fuorvianti: si addicono più a un pamphlet che a un saggio di storia della cultura come questo è (anche se modesto). Forse ciò dipende dall'atteggiamento "militante" dell'editore. show less
Scambi, influenze reciproche, show more mescolanze avvengono, credo, sempre quando ci sono contatti tra società e civiltà diverse, e sono uno degli elementi del mutamento storico che mai cessa. Può essere spesso violento e distruttivo, può non avere un senso o un fine (secondo me non li ha) o una direzione, ma può anche portare a innovazioni positive e arricchimenti (mi piacerebbe saperne di più di questi temi, se solo trovassi le forze e il tempo). E a volte i conquistati, i sottomessi, i primitivi finiscono per avere una influenza anche notevole sui loro conquistatori. Questa è una parziale consolazione nel panorama di disordine, di violenza e di sfacelo che spesso la storia esibisce. E l'Islam dei primi secoli (espansionista imperialista dominatore, ma anche assorbente rispetto alle culture con cui venne in contatto) può esserne un buon esempio.
Cardini racconta tutto questo, rivolgendosi al profano, per mostrare quanto la cultura europea deve all'Islam. Però non è un libro ben riuscito. Lo stile mi è parso un po' sciatto, disuniforme e a tratti un po' troppo informale, l'esposizione è a volte confusa ed erratica, ci sono ripetizioni inutili e disarmonie, per alcuni temi scende troppo in dettaglio ma mantiene un'aria generale di superficialità, le spiegazioni sull'influenza dei vari pensatori islamici sulla cultura occidentale sono spesso generiche, e in generale tende ad avere una visione un po' troppo rosea dell'Islam.
Titolo sottotitolo e copertina (che peraltro è anche brutta) sono fuorvianti: si addicono più a un pamphlet che a un saggio di storia della cultura come questo è (anche se modesto). Forse ciò dipende dall'atteggiamento "militante" dell'editore. show less
Apr 6, 2026Italian
Volevo farmi un'idea della "Ricerca del Tempo Perduto", opera capitale, smisurata, complessa, temibile, per me sicuramente inaccessibile e che non oso affrontare, e ho pensato di leggerne un estratto. Questo "Le intermittenze del cuore" viene da "Sodoma e Gomorra", a circa metà della monumentale opera: il narratore-protagonista arriva in vacanza a Balbec, e nel Grand-Hotel è assalito dal ricordo di sé bambino accudito dalla nonna («ritrovavo in un ricordo involontario e completo la realtà viva»), dall'amata e amorosa nonna che ora è morta e irrimediabilmente perduta. Egli vorrebbe, ritoccando il passato, diminuire i dolori sofferti dalla nonna anche per colpa sua. Ma non è più possibile: «dato che i morti non esistono che in noi, ci laceriamo senza tregua quando ci ostiniamo a ricordare i colpi che abbiamo inferto loro.» (Ahi, quanto è vero; almeno, per me lo è). Tutto, nel sonno e nella veglia, gli ricorda la nonna. Anche sua madre, che sopraggiunge, è assorbita da un dolore simile ma ancora più intenso, e le distrazioni e divagazioni che intervengono non valgono a lenirli. Alla fine, il narratore acconsente a rivedere Albertine, ma lei è di pessimo umore. Lui la accompagna al suo alloggio e va a fare una passeggiata tra i meli gloriosamente fioriti, ma inizia a piovere: «era una giornata di primavera».
È molto introspettivo, intimo, centrato sull'io dell'autore/narratore, ma un io incerto, vagante, stanco, non padrone di se stesso, assalito e invaso da show more ricordi tormentosi, che gli fanno rivivere il passato e lo riempiono di rimpianto e dolore. Ha un andamento sinuoso, se non contorto, pieno di incisi parentesi aggiunte diramazioni divagazioni, che tende a espandersi senza limite, e passa da un argomento all'altro in modo non lineare e non consequenziale, come per libere e incontrollate associazioni mentali. Induce il lettore a rallentare, soffermarsi, rileggere, retrocedere. Quest'andamento elaborato ha tuttavia qualcosa di delicato e cagionevole, di iridescente e di cangiante. Ci sono suggestivi passaggi poetici, come quando sogna del padre e della nonna, o descrive il giardino di Mme de Cambremer, o alla fine quando si immerge nella distesa primaverile dei meli in fiore. Ci sono sottili e profonde osservazioni psicologiche (sul proprio dolore e su quello della madre, sul rapporto tra vivi e morti, sulla memoria e sul ricordo) e di costume (i piccoli gretti borghesi che si contendono le visite della marchesa di Cambremer), c'è la ridicola e falsa premura del direttore dell'albergo.
Alla fine, dopo averlo letto in più ore, qualche pagina alla volta, più volte, non so bene cosa pensarne. Forse è un frammento troppo minuscolo e non basta per farsi un'idea di quest'opera enorme. show less
È molto introspettivo, intimo, centrato sull'io dell'autore/narratore, ma un io incerto, vagante, stanco, non padrone di se stesso, assalito e invaso da show more ricordi tormentosi, che gli fanno rivivere il passato e lo riempiono di rimpianto e dolore. Ha un andamento sinuoso, se non contorto, pieno di incisi parentesi aggiunte diramazioni divagazioni, che tende a espandersi senza limite, e passa da un argomento all'altro in modo non lineare e non consequenziale, come per libere e incontrollate associazioni mentali. Induce il lettore a rallentare, soffermarsi, rileggere, retrocedere. Quest'andamento elaborato ha tuttavia qualcosa di delicato e cagionevole, di iridescente e di cangiante. Ci sono suggestivi passaggi poetici, come quando sogna del padre e della nonna, o descrive il giardino di Mme de Cambremer, o alla fine quando si immerge nella distesa primaverile dei meli in fiore. Ci sono sottili e profonde osservazioni psicologiche (sul proprio dolore e su quello della madre, sul rapporto tra vivi e morti, sulla memoria e sul ricordo) e di costume (i piccoli gretti borghesi che si contendono le visite della marchesa di Cambremer), c'è la ridicola e falsa premura del direttore dell'albergo.
Alla fine, dopo averlo letto in più ore, qualche pagina alla volta, più volte, non so bene cosa pensarne. Forse è un frammento troppo minuscolo e non basta per farsi un'idea di quest'opera enorme. show less
Mar 4, 2026Italian
È una sorta di biografia collettiva dei familiari di Alessandro Manzoni e di altri personaggi con cui lui ebbe rapporti. Tutto ruota intorno al sommo autore, ma l'attenzione è su chi gli stava intorno, e lui è tenuto un po' lontano, sullo sfondo o a parte. Una famiglia travagliata da problemi: incomprensioni, dissapori, solitudini, sacrifici, difetti personali, malattie (e le cure di allora, che oggi appaiono primitive o raccapriccianti), gravidanze in serie, morti premature, scapestrataggini, guai economici, in cui felicità ce n'è ben poca.
Buona parte del testo consiste di lettere o estratti di lettere (un tempo scrivere lettere era una necessità, un uso, e anche un'arte; oggi tutto ciò purtroppo si è perso) e brevi descrizioni fattuali; sembra il prodotto di una ricerca accurata e completa, ma di suo dell'autrice non c'è molto; l'atteggiamento appare quello che vuol far parlare documenti e fatti da soli. Lo stile è disadorno, da relazione o resoconto, senza voli, forse anche un tantino arido. Non so bene perché ho voluto leggere questo libro, ma alla fine mi ha un po' annoiato.
Buona parte del testo consiste di lettere o estratti di lettere (un tempo scrivere lettere era una necessità, un uso, e anche un'arte; oggi tutto ciò purtroppo si è perso) e brevi descrizioni fattuali; sembra il prodotto di una ricerca accurata e completa, ma di suo dell'autrice non c'è molto; l'atteggiamento appare quello che vuol far parlare documenti e fatti da soli. Lo stile è disadorno, da relazione o resoconto, senza voli, forse anche un tantino arido. Non so bene perché ho voluto leggere questo libro, ma alla fine mi ha un po' annoiato.
Questo libro si apre con il testo che gli dà il titolo, "Perché leggere i classici", in cui Calvino costruisce una sorta di definizione "a tappe" (o forse è meglio dire "sfaccettata") di che cosa è un classico, quali sono le sue caratteristiche, quale rapporto si sviluppa tra un classico e il lettore e tra il classico e l'attualità. Seguono trentacinque brevi testi (articoli, introduzioni, presentazioni, interventi) ad altrettante opere o autori classici scelti «tra quelli che più avevano contato per lui, in diversi periodi della sua vita», dagli antichi ai contemporanei, prevalentemente italiani e francesi.
Sono testi in cui Calvino presenta, spiega, analizza, evidenzia le caratteristiche dell'opera o dell'autore in questione. Non c'è nulla di enfatico o promozionale e nemmeno lirico, e (salvo alcuni) non c'è nulla di astruso, specialistico o accademico. Sono per lo più testi dall'andamento disteso e amichevole, dal linguaggio limpido, di lettura piacevole, rivolti a tutti, che aiutano a capire e a scoprire le caratteristiche e il valore delle opere di cui parlano. Naturalmente in queste osservazioni c'è la sensibilità personale di Calvino, ma ciò che un libro dice a un lettore dipende sia dal libro sia dal lettore. E come molti grandi scrittori, Calvino era anche un grande lettore, per vastità e profondità e comprensione, e ciò che dice di questi classici è perspicace e illuminante. E leggendo, e anche ammirando, ciò che scrive (anche quando non show more capisco bene), mi fa venire voglia di andare a rileggere quelli che ho letto (con la speranza di capirli meglio) e andare a leggere quelli che non ho letto (con la speranza di scoprirli). E qui subentra la mia condizione di lettore disperato, che riesce a leggere una parte piccolissima dei libri (classici o no) che gli appaiono interessanti o importanti o anche solo utili («libri che presupponiamo che possano contare per noi»), e quei pochi non riesce nemmeno a sceglierli bene (quanti titoli mediocri tra i miei libri), e tra quei pochi che legge a volte «la scintilla non scocca» (è successo ad esempio con la "Certosa di Parma" o con il "Don Chisciotte") o non li capisce abbastanza o li dimentica rapidamente. Ma Calvino dice anche «resta sempre un numero enorme d'opere fondamentali che uno non ha letto»: è un po' consolante che lo dica uno come lui. Ma per quanto mi riguarda di queste opere potrei farne un elenco lunghissimo, e sarebbe la "vertigine della lista" (per usare l'espressione di un altro grande lettore, Umberto Eco). Devo a malincuore accontentarmi dei pochi che riesco a leggere, e del poco che di questi pochi riesco a capire, magari con l'aiuto di libri come questo.
Questo è un libro usato e ha vissuto a Roma: tra le pagine ho trovato uno scontrino dell'Oviesse di Viale Trastevere e un biglietto dell'ATAC. show less
Sono testi in cui Calvino presenta, spiega, analizza, evidenzia le caratteristiche dell'opera o dell'autore in questione. Non c'è nulla di enfatico o promozionale e nemmeno lirico, e (salvo alcuni) non c'è nulla di astruso, specialistico o accademico. Sono per lo più testi dall'andamento disteso e amichevole, dal linguaggio limpido, di lettura piacevole, rivolti a tutti, che aiutano a capire e a scoprire le caratteristiche e il valore delle opere di cui parlano. Naturalmente in queste osservazioni c'è la sensibilità personale di Calvino, ma ciò che un libro dice a un lettore dipende sia dal libro sia dal lettore. E come molti grandi scrittori, Calvino era anche un grande lettore, per vastità e profondità e comprensione, e ciò che dice di questi classici è perspicace e illuminante. E leggendo, e anche ammirando, ciò che scrive (anche quando non show more capisco bene), mi fa venire voglia di andare a rileggere quelli che ho letto (con la speranza di capirli meglio) e andare a leggere quelli che non ho letto (con la speranza di scoprirli). E qui subentra la mia condizione di lettore disperato, che riesce a leggere una parte piccolissima dei libri (classici o no) che gli appaiono interessanti o importanti o anche solo utili («libri che presupponiamo che possano contare per noi»), e quei pochi non riesce nemmeno a sceglierli bene (quanti titoli mediocri tra i miei libri), e tra quei pochi che legge a volte «la scintilla non scocca» (è successo ad esempio con la "Certosa di Parma" o con il "Don Chisciotte") o non li capisce abbastanza o li dimentica rapidamente. Ma Calvino dice anche «resta sempre un numero enorme d'opere fondamentali che uno non ha letto»: è un po' consolante che lo dica uno come lui. Ma per quanto mi riguarda di queste opere potrei farne un elenco lunghissimo, e sarebbe la "vertigine della lista" (per usare l'espressione di un altro grande lettore, Umberto Eco). Devo a malincuore accontentarmi dei pochi che riesco a leggere, e del poco che di questi pochi riesco a capire, magari con l'aiuto di libri come questo.
Questo è un libro usato e ha vissuto a Roma: tra le pagine ho trovato uno scontrino dell'Oviesse di Viale Trastevere e un biglietto dell'ATAC. show less
Questo saggio offre una panoramica della storia del diritto europeo dalle origini al XIX secolo. Inizia con una presentazione del diritto romano (ovviamente necessaria data la sua immensa influenza), passa a quello dell'alto medioevo, poi descrive in parallelo la formazione e l'evoluzione del diritto comune (continentale) e del common law (inglese) e alla loro "universalizzazione" grazie al colonialismo. Fa un passaggio oltreoceano per descrivere lo sviluppo del diritto statunitense, che ha avuto origine da quello europeo ma anche un grande impatto su di esso, prosegue con gli effetti rivoluzionari (proprio così) della rivoluzione francese e con la codificazione. E conclude con un "Epilogo" sul diritto dell'Unione Europea, che ha prodotto un nuovo "ius commune" dopo la nazionalizzazione del diritto avvenuta nel periodo della codificazione. Il testo è accessibile e poco tecnico: è pensato anche per il profano, e io da profano non sono ben in grado di valutarne il valore o la novità o l'originalità (e non sono sicuro del perché ho voluto leggerlo). Posso dire che mi sembra ben organizzato, ma l'esposizione mi è parsa non particolarmente efficace, un po' imprecisa e a volte forse anche approssimativa. La traduzione contiene un po' troppi calchi e anglicismi, e (contrariamente a quanto afferma l'autrice) non è affatto elegante.
Nov 21, 2025Italian
La vita di Elisabetta I d'Inghilterra raccontata attraverso immagini.
Immagini espressive, fatte di un misto di realismo e simboli; colori primari: rosso, blu, giallo, accostati con contrasti netti, e loro variazioni (sangue, mattone, amaranto; bluastro, violetto, rosato; ocra, oro, senape); profili, ritagli, silhouettes, damascati; volti, sguardi, mani disegnate a tratto nervoso; il tutto mi pare che renda bene i momenti e gli aspetti salienti di Elisabetta e del suo regno.
Le immagini si appoggiano su un testo succinto in cui Elisabetta racconta in prima persona, che però non mi è parso del tutto convincente. Forse ha un tono troppo contemporaneo, o forse dipinge una Elisabetta un po' troppo buona e sincera, e un po' troppo consapevole del suo ruolo politico e storico. Ma dal punto di vista grafico è un bel libro.
Immagini espressive, fatte di un misto di realismo e simboli; colori primari: rosso, blu, giallo, accostati con contrasti netti, e loro variazioni (sangue, mattone, amaranto; bluastro, violetto, rosato; ocra, oro, senape); profili, ritagli, silhouettes, damascati; volti, sguardi, mani disegnate a tratto nervoso; il tutto mi pare che renda bene i momenti e gli aspetti salienti di Elisabetta e del suo regno.
Le immagini si appoggiano su un testo succinto in cui Elisabetta racconta in prima persona, che però non mi è parso del tutto convincente. Forse ha un tono troppo contemporaneo, o forse dipinge una Elisabetta un po' troppo buona e sincera, e un po' troppo consapevole del suo ruolo politico e storico. Ma dal punto di vista grafico è un bel libro.
Oct 5, 2025 (Edited)Italian
In questa popolare operina, Cicerone scrive all'amico Attico: "Voglio che tu ed io stesso siamo liberati da questo peso, che è comune a me e a te, della vecchiaia che o già incombe o certamente si avvicina" e gli manda questo dialogo, in cui svolge la tesi che la vecchiaia non è un male e che si può vivere bene e felicemente anche l'ultima parte della vita. Individua "quattro cause per cui la vecchiaia appare miserevole": allontana dalla vita attiva, indebolisce il corpo, priva dei piaceri, è vicina alla morte. E le confuta una dopo l'altra.
Cicerone fa dire queste cose a Catone il Vecchio, ormai anziano, figura rispettata e autorevole, che fa anche da dimostrazione vivente delle sue tesi.
Catone/Cicerone espone i suoi argomenti in un lungo discorso con la consueta eloquenza ed eleganza e dovizia di argomenti ed esempi, mai interrotto dagli altri due interlocutori come se non ammettesse replica. Ma non mi è sembrato del tutto convincente, forse proprio perché tenta di essere troppo convincente. Gli argomenti di Cicerone possono valere per una vecchiaia per dir così "moderata". Ma diventano sempre meno veri quanto più procede la lenta e inesorabile devastazione fisica e mentale che l'avanzare dell'età porta. Il disfacimento del corpo, l'istupidimento della mente, la perdita dell'autonomia, l'infermità, il diventare un fardello per gli altri.
La mia nonna materna da anziana diceva: "la vecchiaia è il peggiore di tutti i mali" (ho in mente l'immagine di lei, show more ingrigita e rugosa e piegata, che arrancava lentamente verso l'orto della casa di mia zia, dove allora viveva); allora mi sembrava una frase trita e banale e non le davo peso. Ma ora ho sempre sotto gli occhi mio padre novantenne, sempre più smemorato, sbadato, distratto, maldestro, che un tempo faceva tutto, ora non riesce a fare e a capire quasi più nulla. Quando lo vedo, ad esempio, che scrive un biglietto "oggi è lunedì" e lo attacca al tavolo per ricordarsi che giorno è (e poi dimentica di toglierlo il giorno dopo), mi viene da piangere. Mi è capitato di vedere anche altre persone provare un misto di sopportazione, stanchezza, insofferenza, pietà, compassione, dolore, davanti ai loro cari consumati dall'età. Quello che la vecchiaia fa alle persone è una delle cose peggiori della condizione umana, è una sciagura quotidiana, un orrore subdolo e strisciante che si insinua nelle pieghe della vita e nelle fibre del corpo. Un orrore a cui non c'è rimedio, a cui ci si può sottrarre soltanto morendo prima (che è poi ciò che accadde a Cicerone, anche se non volontariamente. Ma se fosse arrivato a ottanta o novanta anni, avrebbe scritto le stesse cose? E sarebbe stato in grado?). Forse chi ha una visione della vita meno pessimista può essere in disaccordo, ma non è il mio caso. show less
Cicerone fa dire queste cose a Catone il Vecchio, ormai anziano, figura rispettata e autorevole, che fa anche da dimostrazione vivente delle sue tesi.
Catone/Cicerone espone i suoi argomenti in un lungo discorso con la consueta eloquenza ed eleganza e dovizia di argomenti ed esempi, mai interrotto dagli altri due interlocutori come se non ammettesse replica. Ma non mi è sembrato del tutto convincente, forse proprio perché tenta di essere troppo convincente. Gli argomenti di Cicerone possono valere per una vecchiaia per dir così "moderata". Ma diventano sempre meno veri quanto più procede la lenta e inesorabile devastazione fisica e mentale che l'avanzare dell'età porta. Il disfacimento del corpo, l'istupidimento della mente, la perdita dell'autonomia, l'infermità, il diventare un fardello per gli altri.
La mia nonna materna da anziana diceva: "la vecchiaia è il peggiore di tutti i mali" (ho in mente l'immagine di lei, show more ingrigita e rugosa e piegata, che arrancava lentamente verso l'orto della casa di mia zia, dove allora viveva); allora mi sembrava una frase trita e banale e non le davo peso. Ma ora ho sempre sotto gli occhi mio padre novantenne, sempre più smemorato, sbadato, distratto, maldestro, che un tempo faceva tutto, ora non riesce a fare e a capire quasi più nulla. Quando lo vedo, ad esempio, che scrive un biglietto "oggi è lunedì" e lo attacca al tavolo per ricordarsi che giorno è (e poi dimentica di toglierlo il giorno dopo), mi viene da piangere. Mi è capitato di vedere anche altre persone provare un misto di sopportazione, stanchezza, insofferenza, pietà, compassione, dolore, davanti ai loro cari consumati dall'età. Quello che la vecchiaia fa alle persone è una delle cose peggiori della condizione umana, è una sciagura quotidiana, un orrore subdolo e strisciante che si insinua nelle pieghe della vita e nelle fibre del corpo. Un orrore a cui non c'è rimedio, a cui ci si può sottrarre soltanto morendo prima (che è poi ciò che accadde a Cicerone, anche se non volontariamente. Ma se fosse arrivato a ottanta o novanta anni, avrebbe scritto le stesse cose? E sarebbe stato in grado?). Forse chi ha una visione della vita meno pessimista può essere in disaccordo, ma non è il mio caso. show less
Ci sono opere e autori che esito ad affrontare perché mi sembra di non averne le forze; e così ne leggo antologie, estratti, frammenti. È il caso di questo librinuccio, che contiene la n. 23 delle "Lettere a Lucilio" di Seneca; anzi, è un caso un po' estremo, vista la brevità del testo: solo 600 parole, impaginate molto largamente per riempire il fascicoletto, e rivestite da una copertina un po' pop.
La vera gioia, dice Seneca, ha il suo fondamento non nelle cose esterne ma nel nostro animo, si trova nella sua parte migliore, si fonda su una buona disposizione e una condotta di vita tranquilla e costante, ed è qualcosa che si può imparare e raggiungere, anche se non molti lo fanno e ci riescono. Tutto qui.
Presa isolatamente, questa letterina è un testo minimo ed esile. Però resta una bella lettera, per il tono caldo e affettuoso ma misurato, le metafore efficaci, le domande e le esortazioni che coinvolgono il destinatario, e il guizzo finale che mira a sorprendere.
La vera gioia, dice Seneca, ha il suo fondamento non nelle cose esterne ma nel nostro animo, si trova nella sua parte migliore, si fonda su una buona disposizione e una condotta di vita tranquilla e costante, ed è qualcosa che si può imparare e raggiungere, anche se non molti lo fanno e ci riescono. Tutto qui.
Presa isolatamente, questa letterina è un testo minimo ed esile. Però resta una bella lettera, per il tono caldo e affettuoso ma misurato, le metafore efficaci, le domande e le esortazioni che coinvolgono il destinatario, e il guizzo finale che mira a sorprendere.
Jul 7, 2025Italian
È una saga familiare, la storia di una famiglia contadina nell'Italia della prima metà del novecento, intrecciata con la storia d'Italia: i Peruzzi, affittuari/mezzadri della bassa ferrarese, che poi emigrano nell'Agro Pontino bonificato dal fascismo.
C'è una voce narrante che racconta la loro storia, che è la voce di uno della famiglia, di un discendente dei personaggi (li chiama nonni e zii, e solo all'ultima riga si scoprirà che è). Questa voce si rivolge esplicitamente a un ascoltatore non nominato, e risponde alle sue domande e obiezioni («Come dice?»). E il tono della voce narrante, le cose che racconta e come le racconta dicono molto sia della voce narrante sia del suo ascoltatore. La voce narrante suona quella di una persona comune, un uomo del popolo, non istruito né fine ma intelligente, un uomo pratico con esperienza di vita in campagna; l'ascoltatore deve essere un cittadino, un borghese, forse un po' compiaciuto ma lontano dal popolo e dalla vita di un tempo. L'ascoltatore sa un po' di storia, o forse è meglio dire che sa un po' di vulgata storica, e in base a questa fa delle obiezioni alla voce narrante; ma questa gli risponde, gli oppone la storia vissuta, quella vissuta dai Peruzzi che gliela hanno raccontata e che lui riferisce. Sì, perché si può ben dire che i Peruzzi hanno veramente vissuto tutta la storia d'Italia di questo periodo; la relativa tranquillità dell'età giolittiana con le sue diseguaglianze e arretratezze e ingiustizie, la show more grande guerra, la crisi postbellica e i disordini sociali, l'avvento del fascismo, il regime e il suo consolidamento e le sue imprese, le guerre d'Etiopia e Spagna e la seconda grande guerra, la caduta del regime e la liberazione. I Peruzzi hanno partecipato a tutti questi eventi, nel bene e nel male: una numerosa e prolifica famiglia dai forti legami, la dura vita di agricoltori, sono socialisti e poi fascisti e qualcuno anche squadrista, combattenti e qualcuno anche assassino, soprattutto grandi lavoratori, e forse rappresentano gli italiani, il popolo italiano di allora. Infatti sono raccontate le loro vicende e il loro modo di vita, e sono spiegate molte di cose di questa loro vita che l'ascoltatore borghese e cittadino di oggi non conosce e forse non capisce, ed è abbondantemente raccontata anche la storia d'Italia, ma vista dal basso, da chi l'ha vissuta e anche subita.
Al centro del romanzo c'è la bonifica e la colonizzazione dell'Agro Pontino, grande impresa del regime fascista organizzata con piglio (ovviamente) autoritario dall'Opera Nazionale Combattenti: i Peruzzi sono tra le famiglie prescelte, e si racconta tutta la vicenda dei coloni, dal lungo viaggio in treno verso la Piscinara prosciugata (un viaggio comunitario come un pellegrinaggio), allo stabilirsi nei poderi assegnati dall'Opera, l'assestamento nel nuovo territorio un po' straniante («Ma qui ghe xè il deserto, dove me gavè portààà!»), i rapporti difficili con i locali ("cispadani" contro "marocchini"), il lavoro nella nuova terra, il ritorno alla religione che cementa la comunità, fino alle angosce della guerra e al successivo sconvolgimento con la caduta del regime e l'invasione angloamericana.
Certo è un po' indulgente verso il fascismo, ma mi sembra che a Pennacchi prema il raccontare quella che lui considera una grande impresa compiuta dal regime: l'esproprio dei latifondi, la redistribuzione a contadini nullatenenti e la creazione di una classe di piccoli proprietari; una operazione sociale anticapitalista ed egualitaria ("fasciocomunista"), che certamente l'autore trova apprezzabile. «Lei dice che la libertà in Italia l'avrebbe levata il fascismo? Ma in Italia non c'è mai stata la libertà, che t'ha potuto levare il fascismo? Ai signori magari gliel'avrà levata, ma i poveracci non ce l'avevano mai avuta.» Ma il fascismo la libertà l'ha levata davvero, e l'ha levata a tutti (ed è da condannare per questo e per tante altre cose). Ma a buona parte, o forse alla maggior parte, dei cittadini importa poco o nulla della libertà o dello stato di diritto o di avere buoni governanti, anche quando se li possono scegliere: era vero allora e lo è anche oggi: lo vediamo continuamente nelle notizie politiche. Si può ben dire che questo è un romanzo populista; ma il popolo non è buono, non è saggio, non è intelligente, non è lungimirante, non è democratico, non è liberale (e d'altra parte anche le élite spesso sono cattive: autoritarie, illiberali, corrotte, incapaci, egoiste, rapaci, o persino criminali). Ma tornando al romanzo, comunque sia, questo dà il punto di vista dei Peruzzi: «io le racconto la verità dei Peruzzi, che i miei zii hanno raccontato a me, secondo come l'avevano vissuta loro.» Bisogna prenderla così, e bisogna dire che la racconta bene.
Il tono è quello di un lungo racconto, informato e informale, un po' grossolano ma vivo e genuino e concreto (un "filò"), con una buona dose di ironia e anche qualche tocco di realismo magico (la nonna che sogna il manto nero, l'Armida che parla con le api), ed è un racconto di un passato recente condiviso in cui noi italiani possiamo tutti un po' riconoscerci. Ma ci sono anche dei riferimenti dotti ("Il Mulino del Po", "Canne al Vento", Catone, Gadda - Gadda viene preso in giro, e forse non è un caso visto il suo feroce antifascismo) e un trattamento sofisticato dei tempi narrativi, con anticipazioni e flashback e sospensioni, che lasciano intendere che la voce narrante non è affatto indotta e grossolana, e che questa è una costruzione letteraria; ma è una costruzione ben riuscita. show less
C'è una voce narrante che racconta la loro storia, che è la voce di uno della famiglia, di un discendente dei personaggi (li chiama nonni e zii, e solo all'ultima riga si scoprirà che è). Questa voce si rivolge esplicitamente a un ascoltatore non nominato, e risponde alle sue domande e obiezioni («Come dice?»). E il tono della voce narrante, le cose che racconta e come le racconta dicono molto sia della voce narrante sia del suo ascoltatore. La voce narrante suona quella di una persona comune, un uomo del popolo, non istruito né fine ma intelligente, un uomo pratico con esperienza di vita in campagna; l'ascoltatore deve essere un cittadino, un borghese, forse un po' compiaciuto ma lontano dal popolo e dalla vita di un tempo. L'ascoltatore sa un po' di storia, o forse è meglio dire che sa un po' di vulgata storica, e in base a questa fa delle obiezioni alla voce narrante; ma questa gli risponde, gli oppone la storia vissuta, quella vissuta dai Peruzzi che gliela hanno raccontata e che lui riferisce. Sì, perché si può ben dire che i Peruzzi hanno veramente vissuto tutta la storia d'Italia di questo periodo; la relativa tranquillità dell'età giolittiana con le sue diseguaglianze e arretratezze e ingiustizie, la show more grande guerra, la crisi postbellica e i disordini sociali, l'avvento del fascismo, il regime e il suo consolidamento e le sue imprese, le guerre d'Etiopia e Spagna e la seconda grande guerra, la caduta del regime e la liberazione. I Peruzzi hanno partecipato a tutti questi eventi, nel bene e nel male: una numerosa e prolifica famiglia dai forti legami, la dura vita di agricoltori, sono socialisti e poi fascisti e qualcuno anche squadrista, combattenti e qualcuno anche assassino, soprattutto grandi lavoratori, e forse rappresentano gli italiani, il popolo italiano di allora. Infatti sono raccontate le loro vicende e il loro modo di vita, e sono spiegate molte di cose di questa loro vita che l'ascoltatore borghese e cittadino di oggi non conosce e forse non capisce, ed è abbondantemente raccontata anche la storia d'Italia, ma vista dal basso, da chi l'ha vissuta e anche subita.
Al centro del romanzo c'è la bonifica e la colonizzazione dell'Agro Pontino, grande impresa del regime fascista organizzata con piglio (ovviamente) autoritario dall'Opera Nazionale Combattenti: i Peruzzi sono tra le famiglie prescelte, e si racconta tutta la vicenda dei coloni, dal lungo viaggio in treno verso la Piscinara prosciugata (un viaggio comunitario come un pellegrinaggio), allo stabilirsi nei poderi assegnati dall'Opera, l'assestamento nel nuovo territorio un po' straniante («Ma qui ghe xè il deserto, dove me gavè portààà!»), i rapporti difficili con i locali ("cispadani" contro "marocchini"), il lavoro nella nuova terra, il ritorno alla religione che cementa la comunità, fino alle angosce della guerra e al successivo sconvolgimento con la caduta del regime e l'invasione angloamericana.
Certo è un po' indulgente verso il fascismo, ma mi sembra che a Pennacchi prema il raccontare quella che lui considera una grande impresa compiuta dal regime: l'esproprio dei latifondi, la redistribuzione a contadini nullatenenti e la creazione di una classe di piccoli proprietari; una operazione sociale anticapitalista ed egualitaria ("fasciocomunista"), che certamente l'autore trova apprezzabile. «Lei dice che la libertà in Italia l'avrebbe levata il fascismo? Ma in Italia non c'è mai stata la libertà, che t'ha potuto levare il fascismo? Ai signori magari gliel'avrà levata, ma i poveracci non ce l'avevano mai avuta.» Ma il fascismo la libertà l'ha levata davvero, e l'ha levata a tutti (ed è da condannare per questo e per tante altre cose). Ma a buona parte, o forse alla maggior parte, dei cittadini importa poco o nulla della libertà o dello stato di diritto o di avere buoni governanti, anche quando se li possono scegliere: era vero allora e lo è anche oggi: lo vediamo continuamente nelle notizie politiche. Si può ben dire che questo è un romanzo populista; ma il popolo non è buono, non è saggio, non è intelligente, non è lungimirante, non è democratico, non è liberale (e d'altra parte anche le élite spesso sono cattive: autoritarie, illiberali, corrotte, incapaci, egoiste, rapaci, o persino criminali). Ma tornando al romanzo, comunque sia, questo dà il punto di vista dei Peruzzi: «io le racconto la verità dei Peruzzi, che i miei zii hanno raccontato a me, secondo come l'avevano vissuta loro.» Bisogna prenderla così, e bisogna dire che la racconta bene.
Il tono è quello di un lungo racconto, informato e informale, un po' grossolano ma vivo e genuino e concreto (un "filò"), con una buona dose di ironia e anche qualche tocco di realismo magico (la nonna che sogna il manto nero, l'Armida che parla con le api), ed è un racconto di un passato recente condiviso in cui noi italiani possiamo tutti un po' riconoscerci. Ma ci sono anche dei riferimenti dotti ("Il Mulino del Po", "Canne al Vento", Catone, Gadda - Gadda viene preso in giro, e forse non è un caso visto il suo feroce antifascismo) e un trattamento sofisticato dei tempi narrativi, con anticipazioni e flashback e sospensioni, che lasciano intendere che la voce narrante non è affatto indotta e grossolana, e che questa è una costruzione letteraria; ma è una costruzione ben riuscita. show less
Salvatore Niffoi le storie le sa raccontare, e questo vale anche per il suo personaggio Bertinu Muscari.
Dal nonno Boelle, Bertinu a sette anni contrae il terrore degli specchi: "Bertì, non lo sai che lo specchio ruba l'anima alle persona e la dà in pasto ai morti!". Per curarlo, sua madre Diddina lo porta dalla guaritrice Pasca Perdiles: "Lo specchio non è la morte, è la vita, sono le mille vite rinchiuse dentro di noi che ogni volta si vedono in modo diverso, basta saperle guardare. Ogni specchio ha la sua storia da raccontare". E Bertinu guarisce dal terrore, acquista una fascinazione per gli specchi, e all'occasione li ruba, li trafuga. E ogni specchio trafugato provoca un sogno, e nel sogno c'è una storia che ha le caratteristiche del sogno: con un aggancio alla realtà, ma per il resto fantastica, bizzarra, con una logica sua che non è quella della vita reale.
E così Bertinu racconta in prima persona la sua vita, in un paesino della Sardegna rurale (una Sardegna dal cielo cattivo, che impone un sole cocente o vomita alluvioni), e alterna il racconto degli episodi principali della sua vita a quello delle storie scaturite dagli specchi. Bertinu non è tagliato per lo studio ("ero affamato di cose che la scuola non mi dava") e a dodici anni viene mandato a imparare il mestiere dal tagliapietre Candidu Pilisu. E lo impara magnificamente, fino a diventare uno scultore abilissimo. Candidu dìventa il suo vero padre, e Bertinu vive il resto della sua vita, tra le show more storie sognate (la cosa più immateriale ed effimera che ci sia) e le sculture in pietra (la cosa più materiale e duratura che ci sia). E già un po' avanti con gli anni, si innamora della misteriosa Vasila Rubecola, che compare non si sa da dove e poi scompare come un fantasma, e alla fine si scopre chi era.
È bella la storia di Bertinu, e sono belle le storie che lui sogna e racconta. (Quando le racconta? sembra, dopo essere morto). Ma non c'è molto più che questo raccontare belle storie, a meno che ci sia qualche significato simbolico che mi sfugge. E quest'idea dello specchio generatore di sogni e storie mi sembra un po' paradossale: lo specchio non restituisce forse un'immagine fedele delle cose? E anche tutta la parte finale, quella che racconta di Vasila Rubecola, mi è sembrata non troppo convincente. show less
Dal nonno Boelle, Bertinu a sette anni contrae il terrore degli specchi: "Bertì, non lo sai che lo specchio ruba l'anima alle persona e la dà in pasto ai morti!". Per curarlo, sua madre Diddina lo porta dalla guaritrice Pasca Perdiles: "Lo specchio non è la morte, è la vita, sono le mille vite rinchiuse dentro di noi che ogni volta si vedono in modo diverso, basta saperle guardare. Ogni specchio ha la sua storia da raccontare". E Bertinu guarisce dal terrore, acquista una fascinazione per gli specchi, e all'occasione li ruba, li trafuga. E ogni specchio trafugato provoca un sogno, e nel sogno c'è una storia che ha le caratteristiche del sogno: con un aggancio alla realtà, ma per il resto fantastica, bizzarra, con una logica sua che non è quella della vita reale.
E così Bertinu racconta in prima persona la sua vita, in un paesino della Sardegna rurale (una Sardegna dal cielo cattivo, che impone un sole cocente o vomita alluvioni), e alterna il racconto degli episodi principali della sua vita a quello delle storie scaturite dagli specchi. Bertinu non è tagliato per lo studio ("ero affamato di cose che la scuola non mi dava") e a dodici anni viene mandato a imparare il mestiere dal tagliapietre Candidu Pilisu. E lo impara magnificamente, fino a diventare uno scultore abilissimo. Candidu dìventa il suo vero padre, e Bertinu vive il resto della sua vita, tra le show more storie sognate (la cosa più immateriale ed effimera che ci sia) e le sculture in pietra (la cosa più materiale e duratura che ci sia). E già un po' avanti con gli anni, si innamora della misteriosa Vasila Rubecola, che compare non si sa da dove e poi scompare come un fantasma, e alla fine si scopre chi era.
È bella la storia di Bertinu, e sono belle le storie che lui sogna e racconta. (Quando le racconta? sembra, dopo essere morto). Ma non c'è molto più che questo raccontare belle storie, a meno che ci sia qualche significato simbolico che mi sfugge. E quest'idea dello specchio generatore di sogni e storie mi sembra un po' paradossale: lo specchio non restituisce forse un'immagine fedele delle cose? E anche tutta la parte finale, quella che racconta di Vasila Rubecola, mi è sembrata non troppo convincente. show less
Mar 9, 2025 (Edited)Italian
«Tutte le religioni hanno un paradiso, e tutti i popoli la nostalgia per uno stato felice situato agli inizi, o l'anelito per una gioia infinita da aspettarsi alla fine. Tutte le civiltà hanno immaginato uno stato paradisiaco, un luogo paradisiaco, un tempo paradisiaco... Eppure il paradiso resta sempre altrove, sempre inaccessibile, sempre fuori dal tempo.»
Questo libro contiene la trascrizione di una serie di conferenze radiofoniche: l'argomento è la ricerca del paradiso, non di quello che si trova in cielo o in qualche aldilà, ma di quello che si trova sulla Terra. Nella cultura occidentale, la Bibbia racconta di un paradiso, il Giardino dell'Eden, situato da qualche parte a oriente, un giardino meraviglioso da cui i primi esseri umani, Adamo ed Eva, a un certo punto furono scacciati. E a partire dal medioevo, gli occidentali quel giardino lo cercarono, lo immaginarono, lo posero sulle mappe (era nella Bibbia, quindi doveva esistere); ma questa ricerca non è stata un'esclusiva occidentale. Anche le altre civiltà pensarono che ci fosse un paradiso, lo immaginarono e lo cercarono in modo del tutto analogo: il paradiso, nelle sue varie versioni, da chiunque immaginate, è sempre un luogo delizioso, senza affanni, senza fatiche, senza sofferenze.
Il testo, di questi paradisi immaginati e cercati, fa una rassegna su base geografica, un po' in tutti i luoghi del mondo, tra terre e mari, continenti e isole, montagne altissime e abissi oceanici. È un percorso tra storia, show more mitologia, religione, letteratura, teorie, fantasticherie e illusioni, resoconti di esplorazioni reali e leggendarie. E proprio alle esplorazioni è dato uno spazio notevole: Marco Polo, Colombo, Magellano, Cook, Livingstone, Peary e tanti altri hanno percorso la Terra e svelato tutto quel che contiene, e così hanno mostrato che il paradiso in Terra non c'è. E anche dopo che questa conclusione è diventata irrefutabile, c'è stato chi si è ostinato a trovargli comunque un posto formulando teorie strampalate e mitomaniache. E certe ideologie che hanno preteso di creare il paradiso in Terra, hanno invece prodotto qualcosa di simile all'inferno. Il paradiso in Terra non c'è, non può esserci; ma il desiderio del paradiso è rimasto, incancellabile, ineliminabile, insopprimibile, testimonianza certa di quanto la normale condizione umana è sentita come insufficiente, insoddisfacente, triste e finanche dolorosa.
L'autore insegna "Medieval and Renaissance Cultural History", che deve essere una disciplina affascinante, conosce molto bene il suo argomento ed è un'ottima guida per il lettore profano. Il testo mantiene la scorrevolezza e direi persino la dolcezza del parlato, è vario e leggibile, ha la giusta proporzione di vero e di favoloso e forse anche un lieve sottofondo di malinconia. show less
Questo libro contiene la trascrizione di una serie di conferenze radiofoniche: l'argomento è la ricerca del paradiso, non di quello che si trova in cielo o in qualche aldilà, ma di quello che si trova sulla Terra. Nella cultura occidentale, la Bibbia racconta di un paradiso, il Giardino dell'Eden, situato da qualche parte a oriente, un giardino meraviglioso da cui i primi esseri umani, Adamo ed Eva, a un certo punto furono scacciati. E a partire dal medioevo, gli occidentali quel giardino lo cercarono, lo immaginarono, lo posero sulle mappe (era nella Bibbia, quindi doveva esistere); ma questa ricerca non è stata un'esclusiva occidentale. Anche le altre civiltà pensarono che ci fosse un paradiso, lo immaginarono e lo cercarono in modo del tutto analogo: il paradiso, nelle sue varie versioni, da chiunque immaginate, è sempre un luogo delizioso, senza affanni, senza fatiche, senza sofferenze.
Il testo, di questi paradisi immaginati e cercati, fa una rassegna su base geografica, un po' in tutti i luoghi del mondo, tra terre e mari, continenti e isole, montagne altissime e abissi oceanici. È un percorso tra storia, show more mitologia, religione, letteratura, teorie, fantasticherie e illusioni, resoconti di esplorazioni reali e leggendarie. E proprio alle esplorazioni è dato uno spazio notevole: Marco Polo, Colombo, Magellano, Cook, Livingstone, Peary e tanti altri hanno percorso la Terra e svelato tutto quel che contiene, e così hanno mostrato che il paradiso in Terra non c'è. E anche dopo che questa conclusione è diventata irrefutabile, c'è stato chi si è ostinato a trovargli comunque un posto formulando teorie strampalate e mitomaniache. E certe ideologie che hanno preteso di creare il paradiso in Terra, hanno invece prodotto qualcosa di simile all'inferno. Il paradiso in Terra non c'è, non può esserci; ma il desiderio del paradiso è rimasto, incancellabile, ineliminabile, insopprimibile, testimonianza certa di quanto la normale condizione umana è sentita come insufficiente, insoddisfacente, triste e finanche dolorosa.
L'autore insegna "Medieval and Renaissance Cultural History", che deve essere una disciplina affascinante, conosce molto bene il suo argomento ed è un'ottima guida per il lettore profano. Il testo mantiene la scorrevolezza e direi persino la dolcezza del parlato, è vario e leggibile, ha la giusta proporzione di vero e di favoloso e forse anche un lieve sottofondo di malinconia. show less
Jan 21, 2025 (Edited)Italian
Si parte da Torino e un po' zigzagando si attraversa l'Italia fino alla Sicilia, in questo "andare per i luoghi dell'editoria" (e cioè principalmente le sedi delle case editrici). In realtà, più che una geografia, questa è una breve rassegna e storia degli editori italiani di libri, disposti lungo un itinerario. È condotta dall'autore (lui stesso editore) con grande competenza, in tono piacevole e anche un po' affettuoso. Ma il libro non mi sembra ben riuscito. Come rassegna e storia degli editori italiani, è ipersintetica; tenta di citare un po' tutti, ma finisce col dire di ciascuno poco, o anche nulla. Come guida di viaggio, descrive poco i luoghi, questi luoghi non sempre sono significativi (e spesso si riducono a un indirizzo), e comunque non sono visitabili. Il libro contiene alcune (poche) immagini, che sono troppo piccole e stampate malissimo. Insomma, l'ho trovato alquanto deludente.
Jan 10, 2025 (Edited)Italian
"Possiamo fare a meno della religione?" "Dio esiste?" "Quale spiritualità per gli atei?" Ridotto all'essenziale, l'argomento di questo saggio consiste in queste tre domande. Brevissimamente, le risposte che Comte-Sponville dà sono: "sì"; "non lo sappiamo, ma io non ci credo"; "un'apertura verso l'Assoluto".
Le tre parti in cui il libro è diviso corrispondono alle tre domande. La prima: "Possiamo fare a meno della religione?" A livello personale, la risposta dipende dalle persone: per alcuni sì, per altri no; ma dovrebbe essere una libera scelta. A livello di società, una religione comune è un legame sociale, "rafforza la comunione delle coscienze e l'adesione alle regole del gruppo". Queste funzioni sono la base dell'esistenza di una società; ma non è detto che possano essere svolte solo dalla religione. Per Comte-Sponville ciò che conta è che ci siano "comunione" e "fedeltà", cioè la condivisione di un insieme di valori e la loro trasmissione nel tempo.
La seconda: "Dio esiste?" passa in rassegna vari argomenti classici a sfavore di Dio: debolezza delle "prove" dell'esistenza di Dio, debolezza delle esperienze a favore dell'esistenza di Dio, incomprensibilità delle spiegazioni di Dio, argomenti contro l'esistenza di Dio. Per la sua stessa natura, dice Comte-Sponville, non sappiamo, non possiamo sapere se Dio esiste; ma lui non crede, e sostiene il diritto di non crederci.
La terza: "Quale spiritualità per gli atei?" sostiene che essere atei non vuol dire non show more avere una vita spirituale. Secondo Comte-Sponville, la spiritualità è la parte della vita dello spirito che si rapporta con "l'assoluto, l'infinito, l'eternità". La religione è solo una modalità di questo rapporto, che può esserci, in modo diverso, anche per un ateo. Lo spirito non è una sostanza; è una funzione, radicata nella materialità della natura, ma aperta sul Tutto, e che può metterci in contatto con il Tutto. La spiritualità è fatta di esperienza del Tutto, dell'Assoluto, di esperienze mistiche, che possono capitare a chiunque, e che sono inebrianti, liberanti, rivelanti, gioiose. Comte-Sponville per una ventina di pagine tenta una descrizione dei vari aspetti di queste esperienze, basata sulle sue (sì, ne ha avute) e sui resoconti dei molti altri che ne hanno avute, e invita anche gli atei ad aprirsi fiduciosamente a questa possibilità: una spiritualità senza trascendenza.
Il testo si inscrive nella cultura occidentale, e quindi fa riferimento principalmente alla concezione occidentale della religione, e cioè quella ebraico-cristiana, con il suo Dio personale, trascendente, onnipotente e creatore. La critica non per rifiutarla in blocco; anzi l'autore riconosce esplicitamente il suo debito verso il cristianesimo e il radicamento in una cultura imbevuta di cristianesimo. Ma ciò non comporta l'obbligo di praticarlo o di imporlo.
I bersagli di Comte-Sponville sono da una parte il fanatismo, il dogmatismo, l'integralismo, dall'altra il nichilismo, il lassismo e l'indifferenza, la negazione della verità e della moralità. A favore della tolleranza, della libertà di credere e di non credere, in definitiva di una società aperta, pluralista e pacifica.
Essendo io sostanzialmente ateo, ho apprezzato e largamente condiviso le prime due parti. Ma guardando l'occidente di oggi scristianizzato e irreligioso (e specialmente l'Europa), mi chiedo se davvero gli è rimasto abbastanza dal punto di vista spirituale per avere vita e futuro come società. A me piacerebbe una società saldamente unita su valori umanistici, tollerante, aperta, pacifica; ma questi valori sono una base sufficiente? Lo sono per l'occidente di oggi? E l'occidente di oggi, corroso e istupidito, allo stesso tempo massificato e oligarchico, allo stesso tempo materialista in modo sfrenato e sempre più ipnotizzato dal fittizio e dal virtuale, ci crede in questi valori? E specialmente l'Europa di oggi, avvolta da ottundimento, paura, chiusura, deriva populista e autoritaria, ci crede ancora? Mi pare lecito dubitarne, visto il suo innegabile declino (che è anche un declino ideale). Non vorrei certo il ritorno a una società ferreamente cristiana che non ammette altro credo, o che impone un credo di qualche altro tipo. Ma quale può essere una soluzione? Non lo so, non vedo un futuro positivo per la nostra società.
La terza parte mi è parsa meno convincente: per la vaghezza dei concetti, per una certa fumosità delle argomentazioni, che mi sembrano a volte scadere nel gioco di parole; ma anche (soprattutto?) per la mia scarsa affinità con il misticismo. Le esperienze mistiche esistono, bisogna ammetterlo; l'autore ne racconta una sua; ma a me non ne è mai capitata una, e quindi non le capisco, e forse non riesco a prenderle sul serio. E infatti non sono considerate essenzialmente incomunicabili? E comunque, anche per chi le sperimenta, sono eventi eccezionali, dopo cui si riprecipita nella povera e desolante vita ordinaria.
Il discorso è condotto con chiarezza e verve (è un libro per tutti e non specialisti), con argomentazioni serrate e vigorose, uno stile brillante, citazioni e riferimenti a pensatori occidentali e orientali, e note personali che lo rendono più immediato.
Certamente non ho capito tutto, ma questo libro mi ha fatto capire meglio alcune cose, è stato una lettura piacevole e interessante, e quindi mi è stato utile. L'ho trovato in un punto di scambio di libri usati, ed è stato un buon ritrovamento. E concludiamo notando che l'immagine di copertina è veramente brutta. show less
Le tre parti in cui il libro è diviso corrispondono alle tre domande. La prima: "Possiamo fare a meno della religione?" A livello personale, la risposta dipende dalle persone: per alcuni sì, per altri no; ma dovrebbe essere una libera scelta. A livello di società, una religione comune è un legame sociale, "rafforza la comunione delle coscienze e l'adesione alle regole del gruppo". Queste funzioni sono la base dell'esistenza di una società; ma non è detto che possano essere svolte solo dalla religione. Per Comte-Sponville ciò che conta è che ci siano "comunione" e "fedeltà", cioè la condivisione di un insieme di valori e la loro trasmissione nel tempo.
La seconda: "Dio esiste?" passa in rassegna vari argomenti classici a sfavore di Dio: debolezza delle "prove" dell'esistenza di Dio, debolezza delle esperienze a favore dell'esistenza di Dio, incomprensibilità delle spiegazioni di Dio, argomenti contro l'esistenza di Dio. Per la sua stessa natura, dice Comte-Sponville, non sappiamo, non possiamo sapere se Dio esiste; ma lui non crede, e sostiene il diritto di non crederci.
La terza: "Quale spiritualità per gli atei?" sostiene che essere atei non vuol dire non show more avere una vita spirituale. Secondo Comte-Sponville, la spiritualità è la parte della vita dello spirito che si rapporta con "l'assoluto, l'infinito, l'eternità". La religione è solo una modalità di questo rapporto, che può esserci, in modo diverso, anche per un ateo. Lo spirito non è una sostanza; è una funzione, radicata nella materialità della natura, ma aperta sul Tutto, e che può metterci in contatto con il Tutto. La spiritualità è fatta di esperienza del Tutto, dell'Assoluto, di esperienze mistiche, che possono capitare a chiunque, e che sono inebrianti, liberanti, rivelanti, gioiose. Comte-Sponville per una ventina di pagine tenta una descrizione dei vari aspetti di queste esperienze, basata sulle sue (sì, ne ha avute) e sui resoconti dei molti altri che ne hanno avute, e invita anche gli atei ad aprirsi fiduciosamente a questa possibilità: una spiritualità senza trascendenza.
Il testo si inscrive nella cultura occidentale, e quindi fa riferimento principalmente alla concezione occidentale della religione, e cioè quella ebraico-cristiana, con il suo Dio personale, trascendente, onnipotente e creatore. La critica non per rifiutarla in blocco; anzi l'autore riconosce esplicitamente il suo debito verso il cristianesimo e il radicamento in una cultura imbevuta di cristianesimo. Ma ciò non comporta l'obbligo di praticarlo o di imporlo.
I bersagli di Comte-Sponville sono da una parte il fanatismo, il dogmatismo, l'integralismo, dall'altra il nichilismo, il lassismo e l'indifferenza, la negazione della verità e della moralità. A favore della tolleranza, della libertà di credere e di non credere, in definitiva di una società aperta, pluralista e pacifica.
Essendo io sostanzialmente ateo, ho apprezzato e largamente condiviso le prime due parti. Ma guardando l'occidente di oggi scristianizzato e irreligioso (e specialmente l'Europa), mi chiedo se davvero gli è rimasto abbastanza dal punto di vista spirituale per avere vita e futuro come società. A me piacerebbe una società saldamente unita su valori umanistici, tollerante, aperta, pacifica; ma questi valori sono una base sufficiente? Lo sono per l'occidente di oggi? E l'occidente di oggi, corroso e istupidito, allo stesso tempo massificato e oligarchico, allo stesso tempo materialista in modo sfrenato e sempre più ipnotizzato dal fittizio e dal virtuale, ci crede in questi valori? E specialmente l'Europa di oggi, avvolta da ottundimento, paura, chiusura, deriva populista e autoritaria, ci crede ancora? Mi pare lecito dubitarne, visto il suo innegabile declino (che è anche un declino ideale). Non vorrei certo il ritorno a una società ferreamente cristiana che non ammette altro credo, o che impone un credo di qualche altro tipo. Ma quale può essere una soluzione? Non lo so, non vedo un futuro positivo per la nostra società.
La terza parte mi è parsa meno convincente: per la vaghezza dei concetti, per una certa fumosità delle argomentazioni, che mi sembrano a volte scadere nel gioco di parole; ma anche (soprattutto?) per la mia scarsa affinità con il misticismo. Le esperienze mistiche esistono, bisogna ammetterlo; l'autore ne racconta una sua; ma a me non ne è mai capitata una, e quindi non le capisco, e forse non riesco a prenderle sul serio. E infatti non sono considerate essenzialmente incomunicabili? E comunque, anche per chi le sperimenta, sono eventi eccezionali, dopo cui si riprecipita nella povera e desolante vita ordinaria.
Il discorso è condotto con chiarezza e verve (è un libro per tutti e non specialisti), con argomentazioni serrate e vigorose, uno stile brillante, citazioni e riferimenti a pensatori occidentali e orientali, e note personali che lo rendono più immediato.
Certamente non ho capito tutto, ma questo libro mi ha fatto capire meglio alcune cose, è stato una lettura piacevole e interessante, e quindi mi è stato utile. L'ho trovato in un punto di scambio di libri usati, ed è stato un buon ritrovamento. E concludiamo notando che l'immagine di copertina è veramente brutta. show less
Lettere vibranti, sensuose e appassionate, che puntano verso il destinatario, lo avvolgono e lo coinvolgono. Desiderio di vita, assorbimento della bellezza della natura, giocosità, freschezza, fervore, un pizzico di impertinenza e un sottofondo di inquietudine. Sono le cose che ho trovato in questa piccola raccolta di lettere di Katherine Mansfield, scrittrice arrivata dall'altra parte del mondo nell'Inghilterra di inizio novecento e morta troppo giovane.
Questo libretto fa parte di una collana di lettere di scrittori, artisti e scienziati; ciascuno contiene qualche decina di lettere scelte, con brevi commenti che le mettono nel contesto delle vicende di vita dell'autore, e nel loro piccolo mi sembrano ben fatti. Sono adatti a lettori con poche forze, come me. Questo è il quarto che leggo, e forse ne leggerò altri. (La sovraccoperta si può usare come busta per spedirli, ma a me questo non interessa.)
Questo libretto fa parte di una collana di lettere di scrittori, artisti e scienziati; ciascuno contiene qualche decina di lettere scelte, con brevi commenti che le mettono nel contesto delle vicende di vita dell'autore, e nel loro piccolo mi sembrano ben fatti. Sono adatti a lettori con poche forze, come me. Questo è il quarto che leggo, e forse ne leggerò altri. (La sovraccoperta si può usare come busta per spedirli, ma a me questo non interessa.)
Dec 24, 2024 (Edited)Italian
Nel pieno della prima guerra mondiale, il tenente Sturm comanda un plotone sul fronte occidentale, nell'infuriare della guerra di trincea.
Sturm ha una doppia natura, attiva e contemplativa: combattente valoroso e sostenuto dal senso dell'onore, ma anche intellettuale, letterato e scrittore (un "contrastante gioco di passioni" che lo strappa agli studi e lo spinge nell'esercito).
Sturm si è creato un rifugio nella cantina di una casa in rovina, ed è qui che si riposa nelle pause del combattimento, legge e scrive. E qui riceve i suoi colleghi Dohring e Hugershoff, e con loro discute di arte e letteratura.
Il racconto si svolge nell'arco di una giornata, e tra un attacco e l'altro Sturm legge i suoi racconti ai colleghi. Racconti che parlano di uomini soli, immersi in una città formicolante e un po' spettrale, dall'animo che oscilla tra estetismo ed erotismo. Compare un nuovo personaggio, Von Horn, capo dei genieri: costui è del tutto privo della metà "contemplativa", racconta con gran vanto una sua impresa di guerra, e si addormenta durante il racconto di Sturm.
Il testo è attentamente costruito: definisce la situazione e l'ambiente, presenta i personaggi, e incastona i racconti di Sturm tra uno scontro e l'altro. Contiene brevi, ma buone osservazioni sulla vita di guerra, sui rapporti tra commilitoni e tra inferiori e superiori, sulla meccanizzazione e massificazione della società, sul dominio dello stato moderno che assorbe l'individuo e lo riduce a un ingranaggio show more insignificante, sulla potenza della letteratura e dell'autore, sulla distruzione causata dalla guerra e sull'inevitabile dissoluzione di ogni cosa.
Lo stile è piuttosto elaborato ma un po' troppo artificioso, ricercato e lievemente enfatico. Il tono è molto (forse troppo) descrittivo, descrittivo soprattutto di atteggiamenti, personalità, ambienti, stati d'animo.
Il terzo racconto di Sturm viene interrotto da un attacco particolarmente violento: la cantina crolla, bisogna gettarsi fuori, fuori ci sono gli inglesi, Sturm viene colpito a morte: "La sua ultima sensazione fu quella di affondare nel vortice di un'antichissima melodia". show less
Sturm ha una doppia natura, attiva e contemplativa: combattente valoroso e sostenuto dal senso dell'onore, ma anche intellettuale, letterato e scrittore (un "contrastante gioco di passioni" che lo strappa agli studi e lo spinge nell'esercito).
Sturm si è creato un rifugio nella cantina di una casa in rovina, ed è qui che si riposa nelle pause del combattimento, legge e scrive. E qui riceve i suoi colleghi Dohring e Hugershoff, e con loro discute di arte e letteratura.
Il racconto si svolge nell'arco di una giornata, e tra un attacco e l'altro Sturm legge i suoi racconti ai colleghi. Racconti che parlano di uomini soli, immersi in una città formicolante e un po' spettrale, dall'animo che oscilla tra estetismo ed erotismo. Compare un nuovo personaggio, Von Horn, capo dei genieri: costui è del tutto privo della metà "contemplativa", racconta con gran vanto una sua impresa di guerra, e si addormenta durante il racconto di Sturm.
Il testo è attentamente costruito: definisce la situazione e l'ambiente, presenta i personaggi, e incastona i racconti di Sturm tra uno scontro e l'altro. Contiene brevi, ma buone osservazioni sulla vita di guerra, sui rapporti tra commilitoni e tra inferiori e superiori, sulla meccanizzazione e massificazione della società, sul dominio dello stato moderno che assorbe l'individuo e lo riduce a un ingranaggio show more insignificante, sulla potenza della letteratura e dell'autore, sulla distruzione causata dalla guerra e sull'inevitabile dissoluzione di ogni cosa.
Lo stile è piuttosto elaborato ma un po' troppo artificioso, ricercato e lievemente enfatico. Il tono è molto (forse troppo) descrittivo, descrittivo soprattutto di atteggiamenti, personalità, ambienti, stati d'animo.
Il terzo racconto di Sturm viene interrotto da un attacco particolarmente violento: la cantina crolla, bisogna gettarsi fuori, fuori ci sono gli inglesi, Sturm viene colpito a morte: "La sua ultima sensazione fu quella di affondare nel vortice di un'antichissima melodia". show less
Giulia Di Marco è stata una mistica di inizio Seicento. Nata nel Molise, di umilissima origine contadina, venduta per miseria dalla madre, finì a Napoli dove divenne terziaria francescana e iniziò a sperimentare estasi. Questo le diede fama di santità e le creò un seguito numeroso in città. E la rese sospetta agli occhi delle autorità ecclesiastiche: quindi fu arrestata dall'inquisizione, tradotta a Roma, processata e costretta all'abiura. La sola fonte che ci parla di lei è uno scritto di un padre teatino che la presenta in termini scandalosi e denigratori (vedi nel Dizionario Biografico degli Italiani). Sebastiano Vassalli in questo romanzo la fa rivivere e le fa raccontare la sua storia (la sua "vera storia") in prima persona. È la storia di una donna dalla religiosità semplice e profonda, basata sul contatto diretto con il soprannaturale, contrapposta alla "religione dei papi", tutta esteriore, pomposa, falsa e opprimente, una religione trasformata in strumento di dominio. E la religione dei papi, che non può tollerare questa alternativa che sorge spontanea dal basso, la schiaccia con tutta la sua potenza ("I papi vogliono ridurre il rapporto degli uomini con Dio a un sistema governato da loro, e vogliono distruggere la spontaneità della fede" dice uno dei personaggi).
Vassalli segue la vicenda di Giulia fino alla condanna, ma poi devia dalle circostanze reali (a quanto si sa, Giulia morì in prigionia a Castel Sant'Angelo) e immagina una sua vita show more ulteriore: liberata per intercessione di un cardinale napoletano, arriva a conoscere Gian Lorenzo Bernini e ad ispirargli involontariamente la scandalosa e stupefacente "Estasi di Santa Teresa".
La tematica è un attacco alla chiesa della Controriforma, cioè all'incirca la stessa de "La chimera", anche se qui si sottolinea di più la misoginia del cattolicesimo dell'epoca. Ma rispetto a "La chimera" questo "Io, Partenope" mi è parso un po' sbiadito. Forse le descrizioni degli ambienti (il Molise della miseria rurale, la Napoli affollata di plebei e nobili, la Roma piena di chiese e conventi, città dei preti e del "puttanesimo") non sono così efficaci; forse Giulia racconta con una voce troppo moderna; forse l'artificio che Vassalli usa (il colloquio con Giulia nel tempo della letteratura, "dove ci si può incontrare scavalcando i secoli") non è del tutto convincente, così come non è molto convincente l'idea di Giulia come ispiratrice di Bernini.
La Roma della Chiesa controriformata "è il centro di un impero che invece di reggersi sui soldati si regge sui preti sui frati e un po' anche sulle monache", vuole diventare "la capitale del mondo... di tutto ciò che esiste", dice Giulia. La Chiesa della Controriforma può essere un buon esempio di un potere fortemente ideologico (un potere che vuole imporre ai sudditi non solo cosa fare e cosa non fare, ma anche cosa credere e cosa pensare) e tendenzialmente universale; se avesse avuto i mezzi del XX secolo e non quelli del XVI e del XVII, forse avrebbe creato un totalitarismo. Ma secondo Vassalli questa chiesa che ha "le sue basi laggiù nel Seicento" e che "mirava al dominio del mondo" è ormai svuotata e isterilita, "non ha più nessuna vera spinta verso qualcosa di nuovo" e quindi non ha futuro ("nella religione dei papi non credono più nemmeno i papi."). Vassalli ha una visione fin troppo negativa del cattolicesimo, ma sul suo futuro potrebbe aver ragione (e d'altra parte la crisi del cattolicesimo non l'ha scoperta lui). "La politica ormai si fa altrove", e infatti di strutture di potere sempre più organizzate, complesse, penetranti e oppressive ne sono sorte molte altre (e comunque ce ne sono sempre state, variabili col variare dei tempi). Ad esempio nel XX secolo abbiamo avuto i totalitarismi sovietico e nazista; oggi, ad esempio, abbiamo quello cinese, che è il più perfezionato mai realizzato, o la Russia putiniana che è tornata alla sua storica ferrea autocrazia. E a questi sistemi brutali possiamo forse aggiungerne di un altro genere più delicato: quella congrega di multinazionali che dominano la rete, con un potere basato sul controllo dell'infrastruttura che innerva quasi tutta la vita di oggi e sulla raccolta pervasiva di informazioni ("un impero che invece di reggersi sui soldati si regge sugli algoritmi e sui dati"); un dominio delicato e impalpabile ma non meno penetrante e pericoloso. Forse è un accostamento un po' strampalato, ma in entrambi i casi si tratta di poteri quasi illimitati che non rispondono a nessuno.
Ho molto divagato. Dalla vita di una oscura religiosa di quattro secoli fa raccontata in forma di romanzo sono arrivato a parlare di certi aspetti del mondo di oggi che trovo inquietanti. Ma nelle vicende umane c'è sempre questa tendenza alla formazione di strutture di potere che a fatica sopportano limiti e che opprimono i loro sottoposti, e la storia di Giulia Di Marco è uno degli infiniti esempi che si potrebbero fare. show less
Vassalli segue la vicenda di Giulia fino alla condanna, ma poi devia dalle circostanze reali (a quanto si sa, Giulia morì in prigionia a Castel Sant'Angelo) e immagina una sua vita show more ulteriore: liberata per intercessione di un cardinale napoletano, arriva a conoscere Gian Lorenzo Bernini e ad ispirargli involontariamente la scandalosa e stupefacente "Estasi di Santa Teresa".
La tematica è un attacco alla chiesa della Controriforma, cioè all'incirca la stessa de "La chimera", anche se qui si sottolinea di più la misoginia del cattolicesimo dell'epoca. Ma rispetto a "La chimera" questo "Io, Partenope" mi è parso un po' sbiadito. Forse le descrizioni degli ambienti (il Molise della miseria rurale, la Napoli affollata di plebei e nobili, la Roma piena di chiese e conventi, città dei preti e del "puttanesimo") non sono così efficaci; forse Giulia racconta con una voce troppo moderna; forse l'artificio che Vassalli usa (il colloquio con Giulia nel tempo della letteratura, "dove ci si può incontrare scavalcando i secoli") non è del tutto convincente, così come non è molto convincente l'idea di Giulia come ispiratrice di Bernini.
La Roma della Chiesa controriformata "è il centro di un impero che invece di reggersi sui soldati si regge sui preti sui frati e un po' anche sulle monache", vuole diventare "la capitale del mondo... di tutto ciò che esiste", dice Giulia. La Chiesa della Controriforma può essere un buon esempio di un potere fortemente ideologico (un potere che vuole imporre ai sudditi non solo cosa fare e cosa non fare, ma anche cosa credere e cosa pensare) e tendenzialmente universale; se avesse avuto i mezzi del XX secolo e non quelli del XVI e del XVII, forse avrebbe creato un totalitarismo. Ma secondo Vassalli questa chiesa che ha "le sue basi laggiù nel Seicento" e che "mirava al dominio del mondo" è ormai svuotata e isterilita, "non ha più nessuna vera spinta verso qualcosa di nuovo" e quindi non ha futuro ("nella religione dei papi non credono più nemmeno i papi."). Vassalli ha una visione fin troppo negativa del cattolicesimo, ma sul suo futuro potrebbe aver ragione (e d'altra parte la crisi del cattolicesimo non l'ha scoperta lui). "La politica ormai si fa altrove", e infatti di strutture di potere sempre più organizzate, complesse, penetranti e oppressive ne sono sorte molte altre (e comunque ce ne sono sempre state, variabili col variare dei tempi). Ad esempio nel XX secolo abbiamo avuto i totalitarismi sovietico e nazista; oggi, ad esempio, abbiamo quello cinese, che è il più perfezionato mai realizzato, o la Russia putiniana che è tornata alla sua storica ferrea autocrazia. E a questi sistemi brutali possiamo forse aggiungerne di un altro genere più delicato: quella congrega di multinazionali che dominano la rete, con un potere basato sul controllo dell'infrastruttura che innerva quasi tutta la vita di oggi e sulla raccolta pervasiva di informazioni ("un impero che invece di reggersi sui soldati si regge sugli algoritmi e sui dati"); un dominio delicato e impalpabile ma non meno penetrante e pericoloso. Forse è un accostamento un po' strampalato, ma in entrambi i casi si tratta di poteri quasi illimitati che non rispondono a nessuno.
Ho molto divagato. Dalla vita di una oscura religiosa di quattro secoli fa raccontata in forma di romanzo sono arrivato a parlare di certi aspetti del mondo di oggi che trovo inquietanti. Ma nelle vicende umane c'è sempre questa tendenza alla formazione di strutture di potere che a fatica sopportano limiti e che opprimono i loro sottoposti, e la storia di Giulia Di Marco è uno degli infiniti esempi che si potrebbero fare. show less
«Tornate, o morirò.» Questo è il messaggio, breve come il rintocco di una campana, che Madame Blanche traduce dal giapponese per Hervé Joncour. «Lasciate perdere. Non morirà e voi lo sapete», aggiunge madame Blanche. Ma Hervé Joncour torna. Torna nel Giappone feudale di metà ottocento, ci torna perché il suo lavoro è quello di procurare bachi da seta per le filande del suo paesello nella Francia meridionale. Ma ci torna anche per rivedere la ragazza sdraiata accanto al signorotto che gli fornisce le uova di baco, perché quella ragazza non ha detto nemmeno una parola ma gli ha lasciato un segno nel cuore e una carezza sulla pelle. La guerra civile in Giappone mette fine ai viaggi di Hervé Joncour. Ma del segno rimasto nel suo cuore si è accorta silenziosamente l'amatissima moglie Hélène, che escogita un modo obliquo e inatteso per manifestargli il suo amore appassionato.
Una storia di viaggi, esotismo e amore, con una vena malinconica, raccontata in un modo terso ed essenziale che lascia molto all'immaginazione del lettore. Un romanzo costruito con precisione, con ripetizioni e variazioni, simmetrie e antitesi attentamente calibrate, ma anche lineare, scarno e un po' esile. Non l'ho particolarmente apprezzato, forse perché non corrisponde molto ai miei gusti. O forse perché non mi ha detto granché, e non trovo granché da dire su di esso.
Una storia di viaggi, esotismo e amore, con una vena malinconica, raccontata in un modo terso ed essenziale che lascia molto all'immaginazione del lettore. Un romanzo costruito con precisione, con ripetizioni e variazioni, simmetrie e antitesi attentamente calibrate, ma anche lineare, scarno e un po' esile. Non l'ho particolarmente apprezzato, forse perché non corrisponde molto ai miei gusti. O forse perché non mi ha detto granché, e non trovo granché da dire su di esso.
Cecilia ha 16 anni ed è orfana. Abbandonata dalla madre alla nascita, è stata allevata nell'Ospitale della Pietà ed è diventata una provetta violinista. Siamo a Venezia, inizio Settecento, e Cecilia, per combattere l'angoscia che rende insonni le sue notti, immersa nel buio dell'immenso collegio, scrive. Scrive brevi pensieri, poche righe alla volta, su pezzi di carta da musica scartata, che poi nasconde. Scrive alla madre ("Signora Madre", così le si rivolge) che non ha mai conosciuto e che prova a immaginare, insegue il suo fantasma, dialoga con la sua morte (la "testa dai capelli di serpente"), scrive per sé stessa e per nessuno.
Scrive della sua solitudine e della sua infelicità. Scrive della sua vita confinata nell'Ospitale, tra le suore e le altre orfane. Racconta come a poco a poco si è resa conto della sua condizione di orfana e della sua condizione di donna, entrambe dolorose. Scrive della musica che le hanno insegnato e che suona in chiesa con le sue compagne, nascosta al mondo da una grata metallica. Fa osservazioni sulla sua situazione, sulla musica, sugli ascoltatori, su molte cose, osservazioni acute che per lo più tiene per sé stessa; a volte si smentisce, si contraddice o si pente ma certamente sa pensare con la sua testa.
Un giorno il maestro di musica Don Giulio, anziano, consunto, inaridito, viene sostituito da un giovane dalla chioma rossa: Don Antonio, e cioè nientemeno che Antonio Vivaldi, che inizia a dirigere le ragazze e sconvolge il modo show more di fare musica che è sempre stato loro impartito. E Cecilia, che sa suonare alla perfezione, diventa la sua prediletta, con un esito traumatico, e la fuga dal collegio: una conclusione brusca come un taglio (del cordone ombelicale? forse per Cecilia la vita nell'Ospitale è stata la vera gravidanza, e la fuga il vero parto).
Un testo fatto di frammenti, con motivi che ricompaiono continuamente come echi e riprese, che si fronteggiano in contrasti e dissonanze: il buio e la luce; il restar dentro e il tener dentro, e il tirar fuori o il buttar fuori o il partorire; il femminile e il maschile; l'esser madre e l'esser figlia; il corporeo e l'incorporeo; l'acqua e il sangue. E la presenza della morte che si riaffaccia continuamente.
Ma non mi ha del tutto convinto. Alcune situazioni sono un po' improbabili, è scritto in un italiano un po' troppo corrente, è ambientato nel passato ma non ha il sapore del passato, il personaggio Antonio Vivaldi è alquanto anonimo, e la conclusione mi è sembrata poco credibile. Insomma, poteva riuscire meglio. show less
Scrive della sua solitudine e della sua infelicità. Scrive della sua vita confinata nell'Ospitale, tra le suore e le altre orfane. Racconta come a poco a poco si è resa conto della sua condizione di orfana e della sua condizione di donna, entrambe dolorose. Scrive della musica che le hanno insegnato e che suona in chiesa con le sue compagne, nascosta al mondo da una grata metallica. Fa osservazioni sulla sua situazione, sulla musica, sugli ascoltatori, su molte cose, osservazioni acute che per lo più tiene per sé stessa; a volte si smentisce, si contraddice o si pente ma certamente sa pensare con la sua testa.
Un giorno il maestro di musica Don Giulio, anziano, consunto, inaridito, viene sostituito da un giovane dalla chioma rossa: Don Antonio, e cioè nientemeno che Antonio Vivaldi, che inizia a dirigere le ragazze e sconvolge il modo show more di fare musica che è sempre stato loro impartito. E Cecilia, che sa suonare alla perfezione, diventa la sua prediletta, con un esito traumatico, e la fuga dal collegio: una conclusione brusca come un taglio (del cordone ombelicale? forse per Cecilia la vita nell'Ospitale è stata la vera gravidanza, e la fuga il vero parto).
Un testo fatto di frammenti, con motivi che ricompaiono continuamente come echi e riprese, che si fronteggiano in contrasti e dissonanze: il buio e la luce; il restar dentro e il tener dentro, e il tirar fuori o il buttar fuori o il partorire; il femminile e il maschile; l'esser madre e l'esser figlia; il corporeo e l'incorporeo; l'acqua e il sangue. E la presenza della morte che si riaffaccia continuamente.
Ma non mi ha del tutto convinto. Alcune situazioni sono un po' improbabili, è scritto in un italiano un po' troppo corrente, è ambientato nel passato ma non ha il sapore del passato, il personaggio Antonio Vivaldi è alquanto anonimo, e la conclusione mi è sembrata poco credibile. Insomma, poteva riuscire meglio. show less
Sono stato attratto da questo libro perché la mia fiducia nella democrazia, già alquanto incrinata, in questi ultimi anni è precipitata; e perché una delle tare principali della democrazia mi sembra l'incompetenza degli elettori; e perché mi sembra che, di conseguenza, si dovrebbe limitare l'esercizio dei diritti politici solo ai cittadini qualificati. Che poi è la tesi del libro.
Per usare il termine specifico, si propone di realizzare una epistocrazia, cioè un regime politico in tutto simile alla democrazia, con la differenza che i diritti politici sarebbero concessi solo a quei cittadini che si dimostrano competenti a sufficienza, o sarebbero graduati in base a questa competenza.
L'autore espone una serie di critiche alla democrazia che sono ben fondate: la maggior parte degli elettori sono "hobbit" (apatici, ignoranti, superficiali) o "hooligan" (partigiani estremi, testardi e pieni di pregiudizi) e sono incapaci di fare scelte ponderate e razionali; la partecipazione politica rende i cittadini peggiori e nemici gli uni degli altri; la partecipazione politica non dà potere ai singoli cittadini perché l'influenza politica di ciascuno è insignificante; la partecipazione politica non ha valore nemmeno su un piano simbolico psicologico o identitario.
Poi sostiene che dovremmo avere diritto a un governo competente, e che gli elettori, con le loro scelte incompetenti, danneggiano tutti; ma ammette che nonostante tutto le democrazie funzionano meglio di come ci si show more dovrebbe aspettare, e spesso anche meglio dei regimi politici autoritari. Ma conclude che una epistocrazia probabilmente non sarebbe peggiore di una democrazia e quindi converrebbe provarla. E infine esamina alcune modalità con cui si potrebbe realizzarla.
La preferenza dell'autore per l'epistocrazia è basata su una considerazione non ideologica ma pratica: si dovrebbe scegliere la forma di governo che funziona meglio; ci sono fondate ragioni per credere che l'epistocrazia funzionerebbe meglio della democrazia; quindi si dovrebbe provarla. Ovviamente è una proposta irrealizzabile: la democrazia è considerata uno degli aspetti essenziali e caratteristici delle società occidentali contemporanee; la possibilità di limitarla non viene minimamente presa in seria considerazione, ma se lo fosse, sarebbe considerata scandalosa ed eversiva e provocherebbe una rivolta.
La critica della democrazia è svolta con un tono pungente e forse persino un poco sfrontato. Ma le argomentazioni dell'autore hanno dei limiti e dei difetti. Le democrazie contemporanee comprendono accorgimenti e meccanismi che limitano i danni da incompetenza, e contengono già degli elementi epistocratici. Ha un punto di vista un po' troppo centrato sugli Stati Uniti di oggi: in altri paesi democratici ci sono differenze evidenti nel funzionamento della politica. Inoltre, nonostante il dettaglio delle argomentazioni, mi ha dato un'impressione di superficialità, che non so però bene precisare. La traduzione non è ben fatta: ha troppi calchi e anglicismi non necessari e anche qualche errore.
Resta il fatto che la democrazia oggi è in crisi, e si sta degradando dappertutto. In certi paesi e in certi periodi ha funzionato bene, ha prodotto pace, sviluppo, prosperità e libertà, e ha resistito agli assalti di dittature e totalitarismi; ma quei tempi sembrano finiti. A me, da profano, vien da pensare che la democrazia ha potuto prosperare perché ha trovato condizioni particolarmente favorevoli, condizioni che non so bene precisare ma che ora non esistono più. Sicuramente la televisione ha fatto male alla democrazia, e la rete sta facendo molto peggio; il declino dei partiti politici ha contribuito al degrado della classe politica e all'instabilità dei governi; la globalizzazione ha diminuito l'efficacia della politica e aumentato le disuguaglianze.
Io continuo a pensare che una maggiore dose di epistocrazia potrebbe rendere la prospettiva meno infausta. Ma temo che non ci sia rimedio, e che il declino della democrazia liberale sia irreversibile. È un regime politico che è stato il prodotto di certe circostanze storiche, che ora stanno sparendo, e semplicemente non funziona più. È sotto attacco dall'interno (dai populismi) e dall'esterno (dai regimi autoritari). Degenera progressivamente nell'instabilità, nella demagogia o nell'autoritarismo. E così facendo divora la competenza nel governo e distrugge la libertà.
Ed ora farò un discorsetto sicuramente grossolano, ma altrettanto sicuramente non falso. Il motore della democrazia è il popolo; ma il popolo è un animale molto grosso con un cervello molto piccolo, e se la democrazia liberale nella sua epoca d'oro riusciva a imbrigliarlo e indirizzarlo a fini positivi, ora non ci riesce più. Il popolo è diventato carne da cannone per demagoghi e aspiranti dittatori. Quando si vede, tanto per fare qualche esempio, che i turchi hanno eletto e rieletto Erdoǧan o che gli ungheresi hanno eletto e rieletto Orbán, che sono diventati dei quasi dittatori; quando si vede, tanto per fare un altro esempio, che gli italiani, dopo essersi fatti abbindolare da Berlusconi per vent'anni, hanno iniziato a buttarsi in massa a casaccio su questo e su quello (nel 2014 su Renzi; nel 2018 sui grillini; nel 2019 su Salvini; nel 2022 su Meloni; e chissà cos'altro ci aspetta in futuro); quando si vede che un personaggio ripugnante e pernicioso come Donald Trump, (uno che dovrebbe essere in manicomio o in prigione) quasi senza colpo ferire, si è impadronito di uno dei principali partiti politici americani ed è arrivato alla Casa Bianca; e quando si vede che, dopo averlo anche visto all'opera, gli americani potrebbero addirittura rieleggerlo; quando si vedono cose di questo genere, come si può avere ancora fiducia nella democrazia? show less
Per usare il termine specifico, si propone di realizzare una epistocrazia, cioè un regime politico in tutto simile alla democrazia, con la differenza che i diritti politici sarebbero concessi solo a quei cittadini che si dimostrano competenti a sufficienza, o sarebbero graduati in base a questa competenza.
L'autore espone una serie di critiche alla democrazia che sono ben fondate: la maggior parte degli elettori sono "hobbit" (apatici, ignoranti, superficiali) o "hooligan" (partigiani estremi, testardi e pieni di pregiudizi) e sono incapaci di fare scelte ponderate e razionali; la partecipazione politica rende i cittadini peggiori e nemici gli uni degli altri; la partecipazione politica non dà potere ai singoli cittadini perché l'influenza politica di ciascuno è insignificante; la partecipazione politica non ha valore nemmeno su un piano simbolico psicologico o identitario.
Poi sostiene che dovremmo avere diritto a un governo competente, e che gli elettori, con le loro scelte incompetenti, danneggiano tutti; ma ammette che nonostante tutto le democrazie funzionano meglio di come ci si show more dovrebbe aspettare, e spesso anche meglio dei regimi politici autoritari. Ma conclude che una epistocrazia probabilmente non sarebbe peggiore di una democrazia e quindi converrebbe provarla. E infine esamina alcune modalità con cui si potrebbe realizzarla.
La preferenza dell'autore per l'epistocrazia è basata su una considerazione non ideologica ma pratica: si dovrebbe scegliere la forma di governo che funziona meglio; ci sono fondate ragioni per credere che l'epistocrazia funzionerebbe meglio della democrazia; quindi si dovrebbe provarla. Ovviamente è una proposta irrealizzabile: la democrazia è considerata uno degli aspetti essenziali e caratteristici delle società occidentali contemporanee; la possibilità di limitarla non viene minimamente presa in seria considerazione, ma se lo fosse, sarebbe considerata scandalosa ed eversiva e provocherebbe una rivolta.
La critica della democrazia è svolta con un tono pungente e forse persino un poco sfrontato. Ma le argomentazioni dell'autore hanno dei limiti e dei difetti. Le democrazie contemporanee comprendono accorgimenti e meccanismi che limitano i danni da incompetenza, e contengono già degli elementi epistocratici. Ha un punto di vista un po' troppo centrato sugli Stati Uniti di oggi: in altri paesi democratici ci sono differenze evidenti nel funzionamento della politica. Inoltre, nonostante il dettaglio delle argomentazioni, mi ha dato un'impressione di superficialità, che non so però bene precisare. La traduzione non è ben fatta: ha troppi calchi e anglicismi non necessari e anche qualche errore.
Resta il fatto che la democrazia oggi è in crisi, e si sta degradando dappertutto. In certi paesi e in certi periodi ha funzionato bene, ha prodotto pace, sviluppo, prosperità e libertà, e ha resistito agli assalti di dittature e totalitarismi; ma quei tempi sembrano finiti. A me, da profano, vien da pensare che la democrazia ha potuto prosperare perché ha trovato condizioni particolarmente favorevoli, condizioni che non so bene precisare ma che ora non esistono più. Sicuramente la televisione ha fatto male alla democrazia, e la rete sta facendo molto peggio; il declino dei partiti politici ha contribuito al degrado della classe politica e all'instabilità dei governi; la globalizzazione ha diminuito l'efficacia della politica e aumentato le disuguaglianze.
Io continuo a pensare che una maggiore dose di epistocrazia potrebbe rendere la prospettiva meno infausta. Ma temo che non ci sia rimedio, e che il declino della democrazia liberale sia irreversibile. È un regime politico che è stato il prodotto di certe circostanze storiche, che ora stanno sparendo, e semplicemente non funziona più. È sotto attacco dall'interno (dai populismi) e dall'esterno (dai regimi autoritari). Degenera progressivamente nell'instabilità, nella demagogia o nell'autoritarismo. E così facendo divora la competenza nel governo e distrugge la libertà.
Ed ora farò un discorsetto sicuramente grossolano, ma altrettanto sicuramente non falso. Il motore della democrazia è il popolo; ma il popolo è un animale molto grosso con un cervello molto piccolo, e se la democrazia liberale nella sua epoca d'oro riusciva a imbrigliarlo e indirizzarlo a fini positivi, ora non ci riesce più. Il popolo è diventato carne da cannone per demagoghi e aspiranti dittatori. Quando si vede, tanto per fare qualche esempio, che i turchi hanno eletto e rieletto Erdoǧan o che gli ungheresi hanno eletto e rieletto Orbán, che sono diventati dei quasi dittatori; quando si vede, tanto per fare un altro esempio, che gli italiani, dopo essersi fatti abbindolare da Berlusconi per vent'anni, hanno iniziato a buttarsi in massa a casaccio su questo e su quello (nel 2014 su Renzi; nel 2018 sui grillini; nel 2019 su Salvini; nel 2022 su Meloni; e chissà cos'altro ci aspetta in futuro); quando si vede che un personaggio ripugnante e pernicioso come Donald Trump, (uno che dovrebbe essere in manicomio o in prigione) quasi senza colpo ferire, si è impadronito di uno dei principali partiti politici americani ed è arrivato alla Casa Bianca; e quando si vede che, dopo averlo anche visto all'opera, gli americani potrebbero addirittura rieleggerlo; quando si vedono cose di questo genere, come si può avere ancora fiducia nella democrazia? show less
Noi occidentali sappiamo troppo poco della Cina.
Dal punto di vista strettamente politico, la Cina di oggi è quantomeno inquietante: all'interno ha costruito il totalitarismo più perfezionato mai finora realizzato, e verso l'esterno ha un atteggiamento sempre più aggressivo ed espansionistico. Ma la Cina è anche una delle grandi civiltà dell'umanità, con una società caratteristica e una cultura ricchissima, che all'occhio occidentale può apparire perfino un po' aliena. Ed è una civiltà che si è risvegliata dopo secoli di stagnazione e un Novecento particolarmente travagliato. Nel mondo di oggi la Cina è sempre più rilevante (nel bene e nel male), e quindi è importante saperne di più.
Questo libro vuole essere una introduzione semplice e facile ad alcuni aspetti della civiltà e della società cinese, come la lingua e la scrittura, la famiglia e le relazioni sociali, il rapporto con il passato, la cucina, e così via. L'autrice è innamorata della Cina (questa è l'impressione che dà) e certamente la conosce, ma il testo, anche se molto leggibile, è un po' troppo superficiale e non sempre efficace. Inoltre alcuni passaggi sono centrati su avvenimenti correnti al momento della pubblicazione e quindi già superati.
Dal punto di vista strettamente politico, la Cina di oggi è quantomeno inquietante: all'interno ha costruito il totalitarismo più perfezionato mai finora realizzato, e verso l'esterno ha un atteggiamento sempre più aggressivo ed espansionistico. Ma la Cina è anche una delle grandi civiltà dell'umanità, con una società caratteristica e una cultura ricchissima, che all'occhio occidentale può apparire perfino un po' aliena. Ed è una civiltà che si è risvegliata dopo secoli di stagnazione e un Novecento particolarmente travagliato. Nel mondo di oggi la Cina è sempre più rilevante (nel bene e nel male), e quindi è importante saperne di più.
Questo libro vuole essere una introduzione semplice e facile ad alcuni aspetti della civiltà e della società cinese, come la lingua e la scrittura, la famiglia e le relazioni sociali, il rapporto con il passato, la cucina, e così via. L'autrice è innamorata della Cina (questa è l'impressione che dà) e certamente la conosce, ma il testo, anche se molto leggibile, è un po' troppo superficiale e non sempre efficace. Inoltre alcuni passaggi sono centrati su avvenimenti correnti al momento della pubblicazione e quindi già superati.
Dec 17, 2023Italian
Questo libro illustrato presenta in brevi capitoli una trentina di civiltà o popolazioni umane che sono scomparse, per declino o per distruzione, dall'antichità ai nostri giorni. Di ciascuna cerca di delineare i tratti essenziali e le circostanze della fine, con l'accompagnamento di un'illustrazione.
La grafica è curata, il tono ingiallito e bruneggiante mi pare adatto all'argomento del libro, ma lo stile dei disegni non mi piace.
I testi sono gradevoli ma molto succinti, superficiali e approssimativi, e alcuni si riferiscono a dinastie (gli Achemenidi, gli Abbasidi) e non a popoli. Ma forse queste sono critiche troppo cavillose a un testo che certo non vuole essere una compiuta disamina storica, ma solo una vaga evocazione di cose svanite (e forse è proprio per questo che mi ha attratto).
La grafica è curata, il tono ingiallito e bruneggiante mi pare adatto all'argomento del libro, ma lo stile dei disegni non mi piace.
I testi sono gradevoli ma molto succinti, superficiali e approssimativi, e alcuni si riferiscono a dinastie (gli Achemenidi, gli Abbasidi) e non a popoli. Ma forse queste sono critiche troppo cavillose a un testo che certo non vuole essere una compiuta disamina storica, ma solo una vaga evocazione di cose svanite (e forse è proprio per questo che mi ha attratto).
Dec 16, 2023 (Edited)Italian
Questa è una biografia divulgativa di Giambattista Vico, di cui narra la vita e presenta le opere e le dottrine in modo discorsivo e accessibile.
È anche un libro sulla Napoli di inizio settecento ("la sua età aurea"), di cui accenna gli eventi storici e descrive vari aspetti della società e della cultura, usi e costumi, e cerca di mostrare Vico come radicato in questa Napoli brulicante (certi passaggi sembrano riprodurre la vox populi che descrive Vico). Ma è un libro molto napoletano anche perché è cosparso di parole ed espressioni in lingua napoletana, ha un tono un po' confidenziale, che si rivolge direttamente al lettore, e che riproduce quell'atteggiamento napoletano che sembra non prendere nulla veramente sul serio, quella tipica "vivacità festosa" che però nasconde una vena di malinconia e rassegnazione. Ed è certamente un libro che manifesta l'ammirazione e l'affetto dell'autore per Vico e per Napoli.
Secondo Veneziani, Vico è stato il più grande filosofo italiano e uno dei più grandi di ogni tempo. Una "vita grama" che produsse un "pensiero favoloso", frutto della società e della cultura napoletana di quel tempo, eppure poco in sintonia con quella cultura, in cui avanzava l'atteggiamento laico razionalista e scettico che annunciava l'illuminismo, e quindi incompreso e misconosciuto dai contemporanei, e poi frainteso dai posteri. Io non so valutare, ma mi sembra che Veneziani non riesca bene a far comprendere al lettore profano la grandezza di Vico. show more L'esposizione delle sue dottrine mi è sembrata non troppo chiara né efficace (o forse è la mia solita difficoltà a capire la filosofia). Un "pensiero metafisico e mediterraneo, d'impronta cattolica" di una "storia irradiata dalla divina Provvidenza", visione che chiaramente a Veneziani piace molto e condivide, e che non è certo in sintonia con la cultura di oggi. Io non mi sento vicino a questa visione (per quel non molto che ne ho capito), ma il pensiero di Vico ha qualcosa di suggestivo, ricco e profondo, e dunque ho messo "La scienza nuova" nel nutrito elenco di quei grandi libri che mi piacerebbe leggere, e che quasi certamente non troverò mai le forze e il tempo per leggere. show less
È anche un libro sulla Napoli di inizio settecento ("la sua età aurea"), di cui accenna gli eventi storici e descrive vari aspetti della società e della cultura, usi e costumi, e cerca di mostrare Vico come radicato in questa Napoli brulicante (certi passaggi sembrano riprodurre la vox populi che descrive Vico). Ma è un libro molto napoletano anche perché è cosparso di parole ed espressioni in lingua napoletana, ha un tono un po' confidenziale, che si rivolge direttamente al lettore, e che riproduce quell'atteggiamento napoletano che sembra non prendere nulla veramente sul serio, quella tipica "vivacità festosa" che però nasconde una vena di malinconia e rassegnazione. Ed è certamente un libro che manifesta l'ammirazione e l'affetto dell'autore per Vico e per Napoli.
Secondo Veneziani, Vico è stato il più grande filosofo italiano e uno dei più grandi di ogni tempo. Una "vita grama" che produsse un "pensiero favoloso", frutto della società e della cultura napoletana di quel tempo, eppure poco in sintonia con quella cultura, in cui avanzava l'atteggiamento laico razionalista e scettico che annunciava l'illuminismo, e quindi incompreso e misconosciuto dai contemporanei, e poi frainteso dai posteri. Io non so valutare, ma mi sembra che Veneziani non riesca bene a far comprendere al lettore profano la grandezza di Vico. show more L'esposizione delle sue dottrine mi è sembrata non troppo chiara né efficace (o forse è la mia solita difficoltà a capire la filosofia). Un "pensiero metafisico e mediterraneo, d'impronta cattolica" di una "storia irradiata dalla divina Provvidenza", visione che chiaramente a Veneziani piace molto e condivide, e che non è certo in sintonia con la cultura di oggi. Io non mi sento vicino a questa visione (per quel non molto che ne ho capito), ma il pensiero di Vico ha qualcosa di suggestivo, ricco e profondo, e dunque ho messo "La scienza nuova" nel nutrito elenco di quei grandi libri che mi piacerebbe leggere, e che quasi certamente non troverò mai le forze e il tempo per leggere. show less
Delle cose che esistono, alcune sono in nostro potere, altre no. Sono in nostro potere le opinioni, i desideri, le avversioni, e in generale le nostre azioni. Non è in nostro potere tutto il resto, inclusi il corpo, gli altri, i beni, le cariche pubbliche, la reputazione. Dobbiamo curarci solo delle cose che sono in nostro potere, e ignorare tutto il resto, o almeno prendere queste cose così come vengono. Ciò che ci affligge sono le nostre opinioni sulle cose, e non le cose stesse. Questa, molto in breve, è la ricetta di Epitteto per raggiungere tranquillità d'animo, imperturbabilità e libertà.
A pensarci un pochino, è una ricetta piuttosto radicale. È vero che il nostro corpo per lo più non è in nostro potere, ma (per quanto difettoso e malato e schifoso sia) è la base e la radice della nostra esistenza: possiamo davvero non curarcene? Se perdi la moglie, un figlio, i tuoi beni, non devi affliggerti, dice Epitteto: pensa solo che li avevi come in prestito, e che sono stati restituiti. Desiderare qualcosa significa dare potere a chi quel qualcosa può concederlo o negarlo; non desiderare, e sarai libero. Se qualcosa ti turba, accusa soltanto te stesso, ovvero i tuoi giudizi (errati). Non tentare di far accadere ciò che desideri, ma desidera ciò che accade, qualunque cosa accada, così come viene. Anche ammesso che sia corretto, davvero si può giungere a un tale atteggiamento? Davvero si può vivere così? Chi ci riesce, otterrà forse imperturbabilità e show more libertà, ma mi pare una ricetta per una vita ascetica e di rinuncia, e anche sterile, isolata e persino solipsistica.
Dietro questa concezione c'è l'idea stoica secondo cui l'universo è animato e governato da un principio razionale, una provvidenza che regola ogni cosa e fa accadere tutto per il meglio. Ma a me quest'idea, con rispetto parlando, sembra una sciocchezza colossale. L'universo è caotico, violento, indifferente, probabilmente insensato, e traboccante di sofferenza. Non c'è vita senza sofferenza e senza costrizioni, e pretendere di eliminarle è un'illusione. A meno di non spingere la vita stessa fin verso una qualche forma di annullamento, come mi sembra che tenda a fare l'etica di Epitteto se applicata fino in fondo (e come mi sembra che facciano altre dottrine che tendono alla liberazione dai mali del mondo, come il buddismo con il nirvana).
Se non si vuole o non si può giungere a tutto ciò, per il resto questo manuale contiene una serie di indicazioni ispirate a continenza, prudenza, moderazione, che si possono comunque prendere come direttive di vita ispirate a saggezza. show less
A pensarci un pochino, è una ricetta piuttosto radicale. È vero che il nostro corpo per lo più non è in nostro potere, ma (per quanto difettoso e malato e schifoso sia) è la base e la radice della nostra esistenza: possiamo davvero non curarcene? Se perdi la moglie, un figlio, i tuoi beni, non devi affliggerti, dice Epitteto: pensa solo che li avevi come in prestito, e che sono stati restituiti. Desiderare qualcosa significa dare potere a chi quel qualcosa può concederlo o negarlo; non desiderare, e sarai libero. Se qualcosa ti turba, accusa soltanto te stesso, ovvero i tuoi giudizi (errati). Non tentare di far accadere ciò che desideri, ma desidera ciò che accade, qualunque cosa accada, così come viene. Anche ammesso che sia corretto, davvero si può giungere a un tale atteggiamento? Davvero si può vivere così? Chi ci riesce, otterrà forse imperturbabilità e show more libertà, ma mi pare una ricetta per una vita ascetica e di rinuncia, e anche sterile, isolata e persino solipsistica.
Dietro questa concezione c'è l'idea stoica secondo cui l'universo è animato e governato da un principio razionale, una provvidenza che regola ogni cosa e fa accadere tutto per il meglio. Ma a me quest'idea, con rispetto parlando, sembra una sciocchezza colossale. L'universo è caotico, violento, indifferente, probabilmente insensato, e traboccante di sofferenza. Non c'è vita senza sofferenza e senza costrizioni, e pretendere di eliminarle è un'illusione. A meno di non spingere la vita stessa fin verso una qualche forma di annullamento, come mi sembra che tenda a fare l'etica di Epitteto se applicata fino in fondo (e come mi sembra che facciano altre dottrine che tendono alla liberazione dai mali del mondo, come il buddismo con il nirvana).
Se non si vuole o non si può giungere a tutto ciò, per il resto questo manuale contiene una serie di indicazioni ispirate a continenza, prudenza, moderazione, che si possono comunque prendere come direttive di vita ispirate a saggezza. show less
Ci sono molte cose che mi sono piaciute in questo testo: l'eleganza dello stile e l'esposizione ben strutturata, l'atmosfera serena e fiduciosa, il fervore con cui l'Africano descrive spiega ed esorta, l'immagine di un universo ordinato e armonioso: un cosmo, per l'appunto, fatto di sfere concentriche, sensato e prevedibile, finito e comprensibile, ma che ha anche un pizzico di magico e di fantastico, e dotato di una dimensione morale: le anime sono immortali e dopo la morte del corpo andranno in cielo, nella via lattea e nella felicità, ma quelle dei virtuosi ci arriveranno prima, e sarà questo il vero premio della virtù. Tutto questo ho trovato in questo "Sogno di Scipione": è bello, ma, appunto, è solo un sogno, nient'altro che un sogno.
Nella cappella dove si è appena tenuto il funerale della nonna ("morta stecchita, piatta ferma ghiaccia"), una giovane donna ricorda il passato. Dalle giornate trascorse a casa della nonna a Roma quando, bambina, ci veniva dalla campagna, la giovane donna/voce narrante risale fino al trisavolo, nobile decaduto della Ciociaria, e delinea la storia della sua famiglia, nell'arco di oltre un secolo. Il personaggio centrale è la nonna, figlia di un mite professore ex seminarista e di una donna bizzarra, sposata a un "poromo toscano", madre di quattro maschi che cresce tra fascismo guerra e dopoguerra, tra fatiche e disgrazie, per passare alla vedovanza e alla morte.
Nel racconto di tutto questo ci sono delle omissioni, c'è una riluttanza a dire i nomi propri delle persone, e c'è un buco lampante, che riguarda i genitori della voce narrante. Del padre si dice poco, e nulla del suo ruolo di padre; della madre, nemmeno una parola. E il rapporto tra nipote e nonna sembra essere un misto di affetto e insofferenza, e tutto questo lascia al lettore l'immaginarsi una situazione familiare che deve essere per nulla felice. O forse, semplicemente, si parla solo del ramo familiare che comprende la nonna, e sono io che voglio leggere troppo in ciò che non è scritto.
Il lessico è molto ricco, pieno di termini insoliti, letterari, desueti, mescolati ad altri romaneschi o crudamente volgari, e questo contribuisce all'efficacia della narrazione. Verso la fine la voce narrante si immerge show more nella mente della nonna con un monologo interiore ("piangevo piangevo piango mannaggia piango perché mi torna tutto davanti come fosse ora come succedesse qui in cucina proprio lì accanto al lavandino tutto il cinematografo della mia vita mi sta davanti agli occhi"), e riemerge per raccontare la sua triste fine attraverso una malattia invalidante. "Mentre nonna moriva, io dormivo. Morì come tutti gli altri, senza nulla che valga la pena di essere ricordato." Eppure la nipote ricorda e racconta queste cose che non vale la pena di ricordare, e cos'altro si può fare di una vita ordinaria e anonima come tante altre, quando finisce? E comunque poi svanisce anche il ricordo, e non resta nulla. Non c'è vita senza sofferenza, e la destinazione ineluttabile di ogni vita (umana e non umana) è il nulla.
Una storia familiare che risale a ritroso di cinque generazioni, fatta di vite ordinarie, travagliate e senza gioia, soggette ai limiti e alle costrizioni che toccano a tutte le vite ordinarie, un racconto tutto rivolto all'indietro, in un'atmosfera di tristezza decadenza e rinuncia, forse persino di nichilismo, dove c'è solo passato e niente futuro. show less
Nel racconto di tutto questo ci sono delle omissioni, c'è una riluttanza a dire i nomi propri delle persone, e c'è un buco lampante, che riguarda i genitori della voce narrante. Del padre si dice poco, e nulla del suo ruolo di padre; della madre, nemmeno una parola. E il rapporto tra nipote e nonna sembra essere un misto di affetto e insofferenza, e tutto questo lascia al lettore l'immaginarsi una situazione familiare che deve essere per nulla felice. O forse, semplicemente, si parla solo del ramo familiare che comprende la nonna, e sono io che voglio leggere troppo in ciò che non è scritto.
Il lessico è molto ricco, pieno di termini insoliti, letterari, desueti, mescolati ad altri romaneschi o crudamente volgari, e questo contribuisce all'efficacia della narrazione. Verso la fine la voce narrante si immerge show more nella mente della nonna con un monologo interiore ("piangevo piangevo piango mannaggia piango perché mi torna tutto davanti come fosse ora come succedesse qui in cucina proprio lì accanto al lavandino tutto il cinematografo della mia vita mi sta davanti agli occhi"), e riemerge per raccontare la sua triste fine attraverso una malattia invalidante. "Mentre nonna moriva, io dormivo. Morì come tutti gli altri, senza nulla che valga la pena di essere ricordato." Eppure la nipote ricorda e racconta queste cose che non vale la pena di ricordare, e cos'altro si può fare di una vita ordinaria e anonima come tante altre, quando finisce? E comunque poi svanisce anche il ricordo, e non resta nulla. Non c'è vita senza sofferenza, e la destinazione ineluttabile di ogni vita (umana e non umana) è il nulla.
Una storia familiare che risale a ritroso di cinque generazioni, fatta di vite ordinarie, travagliate e senza gioia, soggette ai limiti e alle costrizioni che toccano a tutte le vite ordinarie, un racconto tutto rivolto all'indietro, in un'atmosfera di tristezza decadenza e rinuncia, forse persino di nichilismo, dove c'è solo passato e niente futuro. show less
Questo saggio racconta la formazione del cristianesimo nei suoi primi quattro secoli di vita, grossomodo da Gesù ad Agostino, cioè fino al momento in cui ha assunto le sue caratteristiche distintive. Le due voci che lo animano sono quelle di Corrado Augias, amabile e colto giornalista, e di Remo Cacitti, professore universitario di storia del cristianesimo antico.
L'approccio è divulgativo, con una serie di capitoli che ripercorrono i momenti, gli aspetti e le personalità più rilevanti; ciascun capitolo ha una parte introduttiva scritta da Augias, a cui seguono le sue domande e le risposte di Cacitti. L'impostazione è di tipo storico, cioè basata su ciò che si ricava dall'analisi dei documenti e delle testimonianze del periodo, e non su come il cristianesimo, e specialmente il cattolicesimo, presenta se stesso. C'è un ovvio contrasto tra le due narrazioni, che in definitiva è un esempio di contrasto tra scienza e fede (scienza in senso lato, come disciplina che cerca una conoscenza basata su fatti accertati o verificabili, approssimativa ma perfettibile). L'idea comune delle origini del cristianesimo è per lo più quella presentata dalla fede, e Cacitti spiega che ha accettato di partecipare al libro proprio come contributo contro l'ignoranza quasi generale su come il cristianesimo si è effettivamente formato nel corso della storia.
Sembra ben chiaro che il cristianesimo, così come alla fine si è strutturato, è diventato qualcosa di molto lontano e diverso show more dalla predicazione e dalle intenzioni di Gesù. Lo ha fatto attraverso una storia ricca di svolte e sviluppi imprevisti, in cui si mescolano cambiamenti sociali e movimenti collettivi, scontri tensioni e convenienze politiche, contrasti e confronti di idee, contributi di personalità eccezionali (da Paolo, da alcuni considerato il vero fondatore di questa religione, ad Agostino, personaggio dalla impressionante potenza intellettuale). E mi sembra che tutto questo possa essere un buon esempio di come la storia si svolga in modo conflittuale, tortuoso e non preordinato, come mescoli caso e necessità, disordine ed evoluzione, individuale e collettivo (e questa è una visione certamente non cristiana).
Come testo di prima informazione mi sembra riuscito, chiaro e di facile leggibilità, certamente sommario ma vivace grazie alla struttura a domande e risposte. Ma mi sembra che l'intento (perlomeno da parte di Augias) sia anche quello di presentare il cristianesimo come qualcosa di non genuino, come una costruzione artefatta di cui Gesù fu solo l'appiglio iniziale. Traspaiono chiaramente in Augias lo scetticismo verso il fatto religioso e la considerazione negativa del cristianesimo e della chiesa cattolica e di ciò che è stata in questi duemila anni. Inoltre la figura di Gesù sembra un po' troppo sminuita, e c'è anche la tendenza a valutare i comportamenti e le mentalità del passato con gli occhi di oggi.
Questo libro mi è stato utile, perché mi ha dato una panoramica di un argomento che mi interessa; io non sono religioso e quindi l'approccio critico non mi ha offeso (da ciò che ho letto alcuni cattolici lo sono stati), ma avrei preferito che il racconto avesse un punto di vista più neutrale. show less
L'approccio è divulgativo, con una serie di capitoli che ripercorrono i momenti, gli aspetti e le personalità più rilevanti; ciascun capitolo ha una parte introduttiva scritta da Augias, a cui seguono le sue domande e le risposte di Cacitti. L'impostazione è di tipo storico, cioè basata su ciò che si ricava dall'analisi dei documenti e delle testimonianze del periodo, e non su come il cristianesimo, e specialmente il cattolicesimo, presenta se stesso. C'è un ovvio contrasto tra le due narrazioni, che in definitiva è un esempio di contrasto tra scienza e fede (scienza in senso lato, come disciplina che cerca una conoscenza basata su fatti accertati o verificabili, approssimativa ma perfettibile). L'idea comune delle origini del cristianesimo è per lo più quella presentata dalla fede, e Cacitti spiega che ha accettato di partecipare al libro proprio come contributo contro l'ignoranza quasi generale su come il cristianesimo si è effettivamente formato nel corso della storia.
Sembra ben chiaro che il cristianesimo, così come alla fine si è strutturato, è diventato qualcosa di molto lontano e diverso show more dalla predicazione e dalle intenzioni di Gesù. Lo ha fatto attraverso una storia ricca di svolte e sviluppi imprevisti, in cui si mescolano cambiamenti sociali e movimenti collettivi, scontri tensioni e convenienze politiche, contrasti e confronti di idee, contributi di personalità eccezionali (da Paolo, da alcuni considerato il vero fondatore di questa religione, ad Agostino, personaggio dalla impressionante potenza intellettuale). E mi sembra che tutto questo possa essere un buon esempio di come la storia si svolga in modo conflittuale, tortuoso e non preordinato, come mescoli caso e necessità, disordine ed evoluzione, individuale e collettivo (e questa è una visione certamente non cristiana).
Come testo di prima informazione mi sembra riuscito, chiaro e di facile leggibilità, certamente sommario ma vivace grazie alla struttura a domande e risposte. Ma mi sembra che l'intento (perlomeno da parte di Augias) sia anche quello di presentare il cristianesimo come qualcosa di non genuino, come una costruzione artefatta di cui Gesù fu solo l'appiglio iniziale. Traspaiono chiaramente in Augias lo scetticismo verso il fatto religioso e la considerazione negativa del cristianesimo e della chiesa cattolica e di ciò che è stata in questi duemila anni. Inoltre la figura di Gesù sembra un po' troppo sminuita, e c'è anche la tendenza a valutare i comportamenti e le mentalità del passato con gli occhi di oggi.
Questo libro mi è stato utile, perché mi ha dato una panoramica di un argomento che mi interessa; io non sono religioso e quindi l'approccio critico non mi ha offeso (da ciò che ho letto alcuni cattolici lo sono stati), ma avrei preferito che il racconto avesse un punto di vista più neutrale. show less
«Le sue gemme erano parole: dovevano avere la luce e la durezza della pietra, scintillare e conquistare gli sguardi, ma sapere anche di carta, di inchiostro, di penna, e raccogliere in sé tutte le parole che altri gioiellieri-scribi avevavo disseminato sui loro fogli di carta, e che lui aveva letto avidamente. Avrebbe intessuto e ricamato queste vecchie parole: come il più squisito tessitore...»: questo Citati scrive di Nezāmi, ma potrebbe scriverlo di se stesso, perché è ciò che fa qui, come in tanti altri libri e articoli.
Questo libro è una raccolta di brevi testi, 10-15 pagine, che sono riassunti/riscritture/interpretazioni/commenti di opere letterarie, filosofiche, religiose, miti, episodi o personaggi storici. Sono disposti in ordine grossomodo cronologico e raggruppate in cinque parti (l'antichità classica, il cristianesimo, la Cina, l'islam, l'età moderna).
In questi testi è attratto da ciò che è non-razionale o sopra-razionale: il mito, l'astrologia, la religione, il misticismo, il rapimento estatico che mette in contatto con il divino, il sogno, il fiabesco, la metamorfosi, e li ritrova in tutte le culture dell'umanità. Anche se sono stati scritti separatamente e in momenti diversi (così ho letto) e poi riuniti, sono pieni di collegamenti, rimandi, elementi temi e termini ricorrenti, e hanno un carattere generale simile, che lo rendono un insieme coerente pur nella sua varietà.
Citati era un lettore straordinario e ammirevole, sia per la vastità e show more varietà delle letture, sia per la profondità di comprensione. La sua scrittura non ha nulla di accademico e paludato, ha qualcosa di prezioso, di cesellato, di velato e di impalpabile, ed è un piacere abbandonarsi al fluire delle parole anche senza riuscire a seguire bene il senso, come a me è capitato, un po' per circostanze mie esterne al testo (stanchezza, ansia, difficoltà di concentrazione), un po' per la mia purtroppo scarsa conoscenza degli argomenti di cui parla, e un po' per la mia scarsa affinità (non so come meglio dirlo) con il mito, la religione, il misticismo, con ciò che è vago e irrazionale. Insomma, non sono riuscito a capire il senso del libro e non sono stato in grado di apprezzarlo pienamente. E con questo non intendo criticare il libro, ma solo dire che è superiore alle mie capacità. show less
Questo libro è una raccolta di brevi testi, 10-15 pagine, che sono riassunti/riscritture/interpretazioni/commenti di opere letterarie, filosofiche, religiose, miti, episodi o personaggi storici. Sono disposti in ordine grossomodo cronologico e raggruppate in cinque parti (l'antichità classica, il cristianesimo, la Cina, l'islam, l'età moderna).
In questi testi è attratto da ciò che è non-razionale o sopra-razionale: il mito, l'astrologia, la religione, il misticismo, il rapimento estatico che mette in contatto con il divino, il sogno, il fiabesco, la metamorfosi, e li ritrova in tutte le culture dell'umanità. Anche se sono stati scritti separatamente e in momenti diversi (così ho letto) e poi riuniti, sono pieni di collegamenti, rimandi, elementi temi e termini ricorrenti, e hanno un carattere generale simile, che lo rendono un insieme coerente pur nella sua varietà.
Citati era un lettore straordinario e ammirevole, sia per la vastità e show more varietà delle letture, sia per la profondità di comprensione. La sua scrittura non ha nulla di accademico e paludato, ha qualcosa di prezioso, di cesellato, di velato e di impalpabile, ed è un piacere abbandonarsi al fluire delle parole anche senza riuscire a seguire bene il senso, come a me è capitato, un po' per circostanze mie esterne al testo (stanchezza, ansia, difficoltà di concentrazione), un po' per la mia purtroppo scarsa conoscenza degli argomenti di cui parla, e un po' per la mia scarsa affinità (non so come meglio dirlo) con il mito, la religione, il misticismo, con ciò che è vago e irrazionale. Insomma, non sono riuscito a capire il senso del libro e non sono stato in grado di apprezzarlo pienamente. E con questo non intendo criticare il libro, ma solo dire che è superiore alle mie capacità. show less
Questo volume contiene una serie di brevi saggi di diversi autori che delineano la vicenda storica e le caratteristiche del fascismo: le origini e l'ideologia, la presa del potere e il suo esercizio, il fascismo "maturo" (il partito, lo stato, la politica culturale, il consenso), l'opposizione (antifascismo e resistenza), la perdita del potere, "il fascismo dopo il fascismo", la storiografia sul fascismo e le interpretazioni del fascismo.
Manca un capitolo sulla politica economica; quello su Gobetti è un po' oscuro; quello sul Partito Nazionale Fascista si preoccupa più di criticare che di descrivere; quello sull'antifascismo contiene qualche svarione; e c'è un'altra mancanza di cui dirò dopo. A parte questo, mi sembra un'opera ben organizzata e ben fatta che descrive in modo sintetico ed efficace la parabola storica e gli aspetti principali del regime. Il capitolo conclusivo inoltre delinea in modo sommario una classificazione dei regimi politici contemporanei di tipo autoritario. I capitoli sono scritti da esperti; la lettura richiede una conoscenza sommaria della storia d'Italia nel Novecento, ma è un libro accessibile anche al lettore comune.
L'altra mancanza a cui accennavo riguarda l'eredità del fascismo: cosa ne è rimasto nella società italiana post 1945. Mi pare un aspetto importante, ma nel libro si parla solo dei gruppi e partiti politici neofascisti. Non si parla, invece, di certe realizzazioni del fascismo che sono rimaste a lungo anche dopo la sua show more caduta, ad esempio, la legislazione penale repressiva e autoritaria, la riforma scolastica gentiliana, l'intervento pubblico in economia, e magari altre che non so dire. Da un punto di vista più "culturale" in senso lato, il nazionalismo, il militarismo e la volontà di potenza sono state travolte dal crollo meritatamente ignominioso del regime; ma, ad esempio, lo statalismo e l'invadenza della politica che sono tuttora presenti nel costume italiano mi pare che almeno in parte si possano far risalire al fascismo. Mi sarebbe piaciuto vedere trattati anche questi aspetti. E forse sarebbe stato importante trattarli oggi, quando dopo cento anni esatti il governo d'Italia è stato assunto proprio dai discendenti di quella tradizione politica. Questi discendenti hanno raggiunto il potere con metodo democratico e sembrano aver abbandonato ogni tendenza illiberale e autoritaria, ma io non riesco a fidarmi fino in fondo. Non mancano da parte di costoro le manifestazioni di nazionalismo e populismo, e qualcuno di essi (tra cui disgraziatamente il Presidente del Senato) esibisce con orgoglio le proprie origini neofasciste. Il fascismo è un'invenzione italiana; è stato una sciagura per l'Italia e un esempio nefasto per i regimi autoritari di molti altri paesi, e dovremmo considerarlo una vergogna nazionale. show less
Manca un capitolo sulla politica economica; quello su Gobetti è un po' oscuro; quello sul Partito Nazionale Fascista si preoccupa più di criticare che di descrivere; quello sull'antifascismo contiene qualche svarione; e c'è un'altra mancanza di cui dirò dopo. A parte questo, mi sembra un'opera ben organizzata e ben fatta che descrive in modo sintetico ed efficace la parabola storica e gli aspetti principali del regime. Il capitolo conclusivo inoltre delinea in modo sommario una classificazione dei regimi politici contemporanei di tipo autoritario. I capitoli sono scritti da esperti; la lettura richiede una conoscenza sommaria della storia d'Italia nel Novecento, ma è un libro accessibile anche al lettore comune.
L'altra mancanza a cui accennavo riguarda l'eredità del fascismo: cosa ne è rimasto nella società italiana post 1945. Mi pare un aspetto importante, ma nel libro si parla solo dei gruppi e partiti politici neofascisti. Non si parla, invece, di certe realizzazioni del fascismo che sono rimaste a lungo anche dopo la sua show more caduta, ad esempio, la legislazione penale repressiva e autoritaria, la riforma scolastica gentiliana, l'intervento pubblico in economia, e magari altre che non so dire. Da un punto di vista più "culturale" in senso lato, il nazionalismo, il militarismo e la volontà di potenza sono state travolte dal crollo meritatamente ignominioso del regime; ma, ad esempio, lo statalismo e l'invadenza della politica che sono tuttora presenti nel costume italiano mi pare che almeno in parte si possano far risalire al fascismo. Mi sarebbe piaciuto vedere trattati anche questi aspetti. E forse sarebbe stato importante trattarli oggi, quando dopo cento anni esatti il governo d'Italia è stato assunto proprio dai discendenti di quella tradizione politica. Questi discendenti hanno raggiunto il potere con metodo democratico e sembrano aver abbandonato ogni tendenza illiberale e autoritaria, ma io non riesco a fidarmi fino in fondo. Non mancano da parte di costoro le manifestazioni di nazionalismo e populismo, e qualcuno di essi (tra cui disgraziatamente il Presidente del Senato) esibisce con orgoglio le proprie origini neofasciste. Il fascismo è un'invenzione italiana; è stato una sciagura per l'Italia e un esempio nefasto per i regimi autoritari di molti altri paesi, e dovremmo considerarlo una vergogna nazionale. show less
Jan 8, 2023 (Edited)Italian
Un romanzo tra lo storico e l'avventuroso con un paio di storie d'amore, tra Cile, Cina e California a metà ottocento. La protagonista, Eliza, è una trovatella allevata da una famiglia inglese benestante di Valparaíso; si innamora di un giovane povero; lui parte per la California alla ricerca dell'oro e lei si sottrae alla famiglia per rintracciarlo. Ma a questa vicenda se ne intrecciano svariate altre, con un gran numero di personaggi e vicende assai movimentate che si svolgono in tre continenti e un po' anche sull'oceano.
Allende è una brava narratrice, e si segue volentieri quest'intreccio animato e variopinto di vicende e personaggi; ma la storia manca di profondità, c'è qualche luogo comune (la fanciulla di buona famiglia che s'innamora di un poveraccio e va a cercarlo in capo al mondo, i segreti di famiglia, l'agnizione, i cattivi dal cuore d'oro) e qualche situazione che mi è sembrata un po' improbabile, e forse le cose che succedono sono anche un po' troppe. Ciò che ho apprezzato di più sono le descrizioni degli ambienti: il Cile postcoloniale e oligarchico, la formicolante Cina all'epoca della guerra dell'oppio, la selvaggia California della corsa all'oro. Questi ambienti sono resi con un tocco pittorico per i luoghi, e con sensibilità per gli usi e costumi, le classi sociali, le relazioni e le differenze tra razze e nazionalità, senza nascondere i travagli, le disgrazie, le crudeltà e gli orrori che affliggono la condizione umana. Un elemento che più show more personaggi hanno in comune è il desiderio di sfuggire alle costrizioni della loro situazione e di farsi una nuova vita, più libera o più prospera, che tentano di raggiungere con un misto di inventiva audacia e adattamento, tra cadute e rinascite (...e magari cambiar vita fosse un po' meno difficile!). Direi che il modo di leggere questo romanzo è quello di abbandonarsi al flusso delle storie e lasciarsi trasportare dalla narrazione senza pretendere di trovarci qualche profonda rivelazione o illuminazione sull'umanità o sul mondo. show less
Allende è una brava narratrice, e si segue volentieri quest'intreccio animato e variopinto di vicende e personaggi; ma la storia manca di profondità, c'è qualche luogo comune (la fanciulla di buona famiglia che s'innamora di un poveraccio e va a cercarlo in capo al mondo, i segreti di famiglia, l'agnizione, i cattivi dal cuore d'oro) e qualche situazione che mi è sembrata un po' improbabile, e forse le cose che succedono sono anche un po' troppe. Ciò che ho apprezzato di più sono le descrizioni degli ambienti: il Cile postcoloniale e oligarchico, la formicolante Cina all'epoca della guerra dell'oppio, la selvaggia California della corsa all'oro. Questi ambienti sono resi con un tocco pittorico per i luoghi, e con sensibilità per gli usi e costumi, le classi sociali, le relazioni e le differenze tra razze e nazionalità, senza nascondere i travagli, le disgrazie, le crudeltà e gli orrori che affliggono la condizione umana. Un elemento che più show more personaggi hanno in comune è il desiderio di sfuggire alle costrizioni della loro situazione e di farsi una nuova vita, più libera o più prospera, che tentano di raggiungere con un misto di inventiva audacia e adattamento, tra cadute e rinascite (...e magari cambiar vita fosse un po' meno difficile!). Direi che il modo di leggere questo romanzo è quello di abbandonarsi al flusso delle storie e lasciarsi trasportare dalla narrazione senza pretendere di trovarci qualche profonda rivelazione o illuminazione sull'umanità o sul mondo. show less
Se "Il vangelo secondo Gesù Cristo" era un'anti-vangelo, "Caino" è un'anti-bibbia, o meglio un anti-dio.
Il romanzo riprende la notissima storia dal libro della Genesi: dopo la cacciata dall'eden, Adamo ed Eva hanno due figli, Caino e Abele; Dio accetta il sacrificio del secondo ma non quello del primo (...perché?); Caino uccide Abele, e viene marchiato in fronte e condannato a vagare sulla terra. Caino viaggia e si sposta nello spazio, e misteriosamente anche nel tempo, e assiste così a una serie di noti episodi dell'antico testamento (il sacrificio di Isacco, l'adorazione del vitello d'oro, la torre di Babele, le tribolazioni di Giobbe, la distruzione di Sodoma e Gomorra, il "fermati o Sole" di Giosuè, il diluvio universale). Saramago usa questa imbastitura per riscrivere, anzi per pervertire, questi episodi con suprema irriverenza e spietata e spassosa derisione. I bersagli sono la bibbia e Dio (anzi "dio", visto che tutti i nomi propri sono scritti con l'iniziale minuscola): il testo biblico non si può minimamente prendere sul serio, e Dio è vanesio, capriccioso, arbitrario, prepotente, egocentrico, ingiusto, vendicativo, indifferente alla sorte delle sue creature e interessato solo a se stesso. È lo stesso tema del "Vangelo secondo Gesù Cristo", ma questo "Caino", oltre che più breve, è più episodico, manca dell'intensità e della drammaticità di quello e ha invece un tono generale più leggero e giocoso. (Alla fine, Caino riesce a sabotare i piani di Dio show more e a rendergli così, in qualche modo, la pariglia.)
Però mi viene il dubbio che tutta questa spietata derisione contenga anche un pizzico di meschinità, o almeno di superficialità. Forse Saramago prende il racconto biblico troppo alla lettera. Bisognerebbe anche tener conto che l'antico testamento esprime i valori e la visione del mondo di un popolo di oltre duemila anni fa, e forse è un po' troppo sbrigativo condannarlo così, con l'aria di non averci pensato troppo, in base ai valori di un uomo di oggi.
Piccolissima divagazione: Saramago prende il testo biblico alla lettera, e lo fa per demolirlo. Ma ancora oggi c'è chi prende il testo biblico (o di altri libri "sacri") alla lettera, e lo fa per metterlo in pratica e farne la guida inflessibile della propria vita (e magari anche di quella degli altri, volenti o nolenti): è la "parola di Dio", e come tale è sacra, assolutamente vera, perfetta, indiscutibile e universale. È la fede, un atteggiamento per cui la mente umana sembra avere una predisposizione naturale, e che quando diventa intensa può rendere ciechi, stupidi, folli, violenti, e come si è visto in innumerevoli esempi nella storia e nella cronaca, produrre orrori e disastri. La fede può spegnere la ragione, la compassione, la prudenza e la temperanza, e altre virtù. Questo è chiaro da tempo, e sembra proprio una tara della specie: non si è mai trovato un rimedio efficace per guarire il male, né tantomeno per prevenirlo. show less
Il romanzo riprende la notissima storia dal libro della Genesi: dopo la cacciata dall'eden, Adamo ed Eva hanno due figli, Caino e Abele; Dio accetta il sacrificio del secondo ma non quello del primo (...perché?); Caino uccide Abele, e viene marchiato in fronte e condannato a vagare sulla terra. Caino viaggia e si sposta nello spazio, e misteriosamente anche nel tempo, e assiste così a una serie di noti episodi dell'antico testamento (il sacrificio di Isacco, l'adorazione del vitello d'oro, la torre di Babele, le tribolazioni di Giobbe, la distruzione di Sodoma e Gomorra, il "fermati o Sole" di Giosuè, il diluvio universale). Saramago usa questa imbastitura per riscrivere, anzi per pervertire, questi episodi con suprema irriverenza e spietata e spassosa derisione. I bersagli sono la bibbia e Dio (anzi "dio", visto che tutti i nomi propri sono scritti con l'iniziale minuscola): il testo biblico non si può minimamente prendere sul serio, e Dio è vanesio, capriccioso, arbitrario, prepotente, egocentrico, ingiusto, vendicativo, indifferente alla sorte delle sue creature e interessato solo a se stesso. È lo stesso tema del "Vangelo secondo Gesù Cristo", ma questo "Caino", oltre che più breve, è più episodico, manca dell'intensità e della drammaticità di quello e ha invece un tono generale più leggero e giocoso. (Alla fine, Caino riesce a sabotare i piani di Dio show more e a rendergli così, in qualche modo, la pariglia.)
Però mi viene il dubbio che tutta questa spietata derisione contenga anche un pizzico di meschinità, o almeno di superficialità. Forse Saramago prende il racconto biblico troppo alla lettera. Bisognerebbe anche tener conto che l'antico testamento esprime i valori e la visione del mondo di un popolo di oltre duemila anni fa, e forse è un po' troppo sbrigativo condannarlo così, con l'aria di non averci pensato troppo, in base ai valori di un uomo di oggi.
Piccolissima divagazione: Saramago prende il testo biblico alla lettera, e lo fa per demolirlo. Ma ancora oggi c'è chi prende il testo biblico (o di altri libri "sacri") alla lettera, e lo fa per metterlo in pratica e farne la guida inflessibile della propria vita (e magari anche di quella degli altri, volenti o nolenti): è la "parola di Dio", e come tale è sacra, assolutamente vera, perfetta, indiscutibile e universale. È la fede, un atteggiamento per cui la mente umana sembra avere una predisposizione naturale, e che quando diventa intensa può rendere ciechi, stupidi, folli, violenti, e come si è visto in innumerevoli esempi nella storia e nella cronaca, produrre orrori e disastri. La fede può spegnere la ragione, la compassione, la prudenza e la temperanza, e altre virtù. Questo è chiaro da tempo, e sembra proprio una tara della specie: non si è mai trovato un rimedio efficace per guarire il male, né tantomeno per prevenirlo. show less





























