1AntonioGallo
What the human race is up to
Futuri possibili
“Il mistero della vita, scrisse una volta Francesco de Sanctis, è che il tutto non comparisce mai come tutto, ma come parte”. Ed è appunto come “parte” che si presenta e si manifesta la vita degli uomini. La vita di ogni uomo è una prigione. In diverse occasioni mi sono occupato del tempo. Quando poi ti conti gli anni che indossi, scopri cos’è se ti ritrovi con due libri tra le mani ....
https://angallo.medium.com/passato-presente-futuro-a8cb3ce85ceb
Futuri possibili
“Il mistero della vita, scrisse una volta Francesco de Sanctis, è che il tutto non comparisce mai come tutto, ma come parte”. Ed è appunto come “parte” che si presenta e si manifesta la vita degli uomini. La vita di ogni uomo è una prigione. In diverse occasioni mi sono occupato del tempo. Quando poi ti conti gli anni che indossi, scopri cos’è se ti ritrovi con due libri tra le mani ....
https://angallo.medium.com/passato-presente-futuro-a8cb3ce85ceb
2AntonioGallo
L'Intelligenza Artificiale può salvare il mondo?
https://angallo.medium.com/il-caso-della-intelligenza-artificiale-781f516fb804
L'ultima ideologia
https://angallo.medium.com/il-caso-della-intelligenza-artificiale-781f516fb804
L'ultima ideologia
3AntonioGallo
Come si fa a scrivere della dipartita di una persona con la quale hai avuto modo di condividere quasi un’intera esistenza, più di mezzo secolo di vita? Mai come in una situazione di questo genere valgono le canoniche regole di una scrittura che vuole essere anche un ricordo personale di qualcuno con il quale non puoi più confrontarti ....
https://angallo.medium.com/in-ricordo-di-un-amico-poeta-il-prigioniero-che-ha-ri...
https://angallo.medium.com/in-ricordo-di-un-amico-poeta-il-prigioniero-che-ha-ri...
4AntonioGallo
Ma, secondo voi, se Putin morisse la Russia cambierebbe? L’autore di questo articolo e del libro qui recensito ritengono che non cambierebbe un bel nulla. Non si può fare a meno di pensare che se Vladimir Putin uscisse di scena domani qualcuno come lui prenderebbe il potere. “La tradizione di tutte le generazioni morte pesa come un incubo nel cervello dei vivi”, scrisse Karl Marx. E da nessuna parte quell’incubo è più spaventoso che in quello che una volta era il primo stato marxista del mondo. Se avete voglia di leggere e conoscete l’inglese questo articolo recensione di un libro sulla storia della Russia vi chiarirà le idee https://angallo.medium.com/cambierebbe-la-russia-se-putin-morisse-817b080d920b
5AntonioGallo
“Fortuna, ragione e prudenza nella civiltà letteraria del ‘500” del prof. Mario Santoro, fu il titolo di un corso monografico che studiai all’università, tre elementi importanti nella vita degli uomini e di un paese." https://angallo.medium.com/fortuna-ragione-e-prudenza-nellitalia-del-xxi-secolo-...
6AntonioGallo
La AI non riesce ad essere originale, non ha lo spirito critico e l’autocritico, il conato originario, l’ispirazione poetica, la facoltà visionaria e metafisica, la deviazione di pensiero non conforme, non convenzionale, la fede, la capacità di autocrearsi, autodeterminarsi, la capacità di ricreare e agire di sua iniziativa. L’intelligenza umana ha il principio del suo vivere, del suo agire, del suo dare scopi dentro di sè. Quando e se la IA saprà fare tutto questo la Intelligenza Umana sarà finita, avrà una sorella oppure una amica, un concorrente, un amico, un nemico, una nemica ...
https://angallo.medium.com/una-questione-di-intelligenza-ai-io-fe6cc072783a
https://angallo.medium.com/una-questione-di-intelligenza-ai-io-fe6cc072783a
7AntonioGallo
“L’importante non è saper leggere, ma capire cosa si legge, esercitare un pensiero critico, altrimenti la lettura non ha senso”. — “Più un individuo partecipa alla cultura della sua società, tanto più si nutre dei simboli stereotipati del sistema vigente”.
https://angallo.medium.com/lanalfabetismo-degli-istruiti-63867b4880ab
https://angallo.medium.com/lanalfabetismo-degli-istruiti-63867b4880ab
8AntonioGallo
https://medium.com/p/85150957bf60 Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua. Un ricordo per il giovane poeta inglese morto il 23 febbraio 1821 a Roma. Il significato di questa iscrizione ...
L'iscrizione sulla tomba di John Keats, "Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua", è un'espressione profondamente toccante e malinconica che riflette la sua visione della vita e della sua stessa opera. Transitorietà della vita e della fama. L'acqua è per sua natura effimera e in costante movimento. Scrivere un nome sull'acqua significa quindi simboleggiare l'impermanenza, la caducità dell'esistenza umana e la fragilità della fama.
Keats, consapevole della sua salute precaria e delle critiche ricevute in vita, temeva che la sua opera sarebbe stata dimenticata. Senso di fallimento e amarezza. La frase esprime un senso di delusione e di amarezza per non aver raggiunto il successo e il riconoscimento che desiderava.
Keats sentiva di non aver lasciato un segno duraturo nel mondo, che la sua vita e la sua poesia sarebbero svanite come un nome scritto sull'acqua. Romanticismo e malinconia. L'iscrizione è profondamente radicata nell'estetica romantica, che valorizza l'emozione, la malinconia e la consapevolezza della transitorietà della bellezza.
Keats, uno dei massimi esponenti del Romanticismo inglese, ha espresso attraverso questa frase il senso di struggimento e di desiderio di immortalità che caratterizza il movimento. Ironia della sorte, nonostante le sue paure, Keats è oggi considerato uno dei più grandi poeti della letteratura inglese, e la sua opera continua a ispirare e commuovere i lettori di tutto il mondo.
la sua tomba, e la sua frase sono diventate un punto di riferimento per gli amanti della letteratura.
L'iscrizione sulla tomba di Keats è un'espressione potente e commovente della sua visione della vita, della sua arte e della sua paura dell'oblio.
L'iscrizione sulla tomba di John Keats, "Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua", è un'espressione profondamente toccante e malinconica che riflette la sua visione della vita e della sua stessa opera. Transitorietà della vita e della fama. L'acqua è per sua natura effimera e in costante movimento. Scrivere un nome sull'acqua significa quindi simboleggiare l'impermanenza, la caducità dell'esistenza umana e la fragilità della fama.
Keats, consapevole della sua salute precaria e delle critiche ricevute in vita, temeva che la sua opera sarebbe stata dimenticata. Senso di fallimento e amarezza. La frase esprime un senso di delusione e di amarezza per non aver raggiunto il successo e il riconoscimento che desiderava.
Keats sentiva di non aver lasciato un segno duraturo nel mondo, che la sua vita e la sua poesia sarebbero svanite come un nome scritto sull'acqua. Romanticismo e malinconia. L'iscrizione è profondamente radicata nell'estetica romantica, che valorizza l'emozione, la malinconia e la consapevolezza della transitorietà della bellezza.
Keats, uno dei massimi esponenti del Romanticismo inglese, ha espresso attraverso questa frase il senso di struggimento e di desiderio di immortalità che caratterizza il movimento. Ironia della sorte, nonostante le sue paure, Keats è oggi considerato uno dei più grandi poeti della letteratura inglese, e la sua opera continua a ispirare e commuovere i lettori di tutto il mondo.
la sua tomba, e la sua frase sono diventate un punto di riferimento per gli amanti della letteratura.
L'iscrizione sulla tomba di Keats è un'espressione potente e commovente della sua visione della vita, della sua arte e della sua paura dell'oblio.
9AntonioGallo
Come ti leggo un libro https://angallo.medium.com/come-leggo-un-libro-930cf79321c4
Come ti leggo, caro libro. Innumerevoli sono i modi nei quali si può parlare e scrivere di un libro. Non uso la parola impiegata di solito, recensire, perchè mi sa di intellettualismo, una categoria alla quale non mi sento di appartenere. Per me il libro è come un essere vivente per il quale si possono usare le famose cinque domande usate in linguistica per insegnare una lingua: “chi-cosa-quando-dove-perché”. Basta adottarle anche per un libro e il gioco è fatto. Ma prima vorrei fare alcune considerazioni che non sono secondarie per chi decide di leggere e scrivere di un libro, di stendere una canonica “recensione”.
Questa decisione non nasce da sola, di per sè. Trova la sua ragione in un contesto sia interno che esterno al soggetto che prende in mano quel libro. Già in questa decisione si può capire la direzione che prenderà la scrittura. Me l’ha consigliato un amico, ho letto l’articolo di un giornale, ho sentito l’intervista dell’autore, ho visto il libro in libreria, c’era in una una bibliografia, faccio una ricerca, ho bisogno di un approfondimento. Oppure è l’ideologia, la politica, la gelosia, l’invidia, il rancore che porto per chi ha scritto quel libro. Tutti motivi e ragioni di un libro. Possono essere tanti gli stimoli a leggere, spesso controllati, altre volte senza una ragione precisa, istintivi ed irrazionali. Comunque sia, una volta che il libro si trova nelle nostre mani dobbiamo pur leggerlo.
A questo punto ognuno procede secondo i suoi impulsi. Io qui intendo parlare di come mi comporto io in questa situazione. Si tratta non solo di leggere un libro ma anche di aggiornare la propria biblioteca che e’ non solo cartacea, ma anche digitale. Sono due biblioteche diverse. Un lavoro ambizioso, ed anche faticoso, perchè ci vogliono tutte le qualità che dovrebbe avere chi conosce i criteri sui quali si basa la comunicazione e la biblioteconomia. La biblioteca digitale non è come la biblioteca fisica. E’ tutta una questione di “mente”.
“Le idee sono tali in quanto tu le puoi comunicarle agli altri, se le tieni per te non servono a nulla, anzi, non sono nemmeno idee”. In questa dichiarazione ritrovo tutte le ragioni per mettere online una biblioteca personale. Infatti, dove si possono trovare tante idee se non nei libri? E chi più e meglio di un bibliotecario dovrebbe essere in grado di gestire, conoscere e sistemare queste idee? Online, i tuoi libri, le tue idee le puoi condividere con il mondo. Quella fisica, è solo tua.
Io sono nato in una famiglia di tipografi tradizionali nel secolo e nel millennio passati, attraversando tutte quelle trasformazioni che si sono succedute nel corso degli ultimi tre quattro ventenni. Una cinquantina di anni paragonabili ai cinquecento, tanti quanti sono quelli che divisero l’invenzione dei caratteri a stampa di Gutenberg con quelli che stiamo vivendo oggi.
Dalla manualità della composizione a caratteri mobili, alla scrittura che in questo momento sto facendo al mio PC con l’appendice di smartphone. Questo significa che una pagina scritta in maniera tradizionale non potrà mai essere come quella digitale. Il confronto con la tecnologia informatica, applicata alla biblioteconomia, ha trasformato radicalmente le attività di selezione e controllo dell’informazione.
L’ambito di lavoro non è più solo lo spazio fisico della biblioteca, ma la Rete. Da questa l’operatore reperisce la cosiddetta documentazione remota, che richiede l’apprendimento di nuove tecniche per selezionare, raccogliere, descrivere e indicizzare i nuovi documenti. Ciò si riflette principalmente sulla strutturazione dei servizi e sull’organizzazione delle attività dirette al pubblico che, in funzione delle nuove possibilità offerte da internet, acquistano un’importanza fondamentale, a cominciare dal cosidetto “reference”, vale a dire i riferimenti del contesto. Scrivere in maniera tradizionale, a penna o macchina da scrivere, non è la stessa cosa di scrivere al pc. Allo stesso modo leggere in cartaceo non è la stessa cosa di leggere al tablet, al pc oppure al cellulare.
La recensione di un libro cartaceo sarà necessariamente diversa da quella di un volume digitale. Nella versione cartacea potrò avere un relativo supporto referenziale, note, disegno o immagini. Nella versione digitale potrò avere accesso alla rete mediante i link attivi e quindi sarò in grado di “uscire” dallo spazio del libro, spazio che non è fisico, ma una vera e propria “nuvola” mobile. Mi rendo conto che mi sto allontanando dal tema che rimane la recensione del libro. Ma era importante a questo punto mettere in evidenza la diversità del modo di procere nella lettura. Detto questo, vediamo come affrontare la lettura. Quella del libro tradizionale.
Non leggere il libro che hai tra le mani, non ancora, almeno. Devi guardarlo come oggetto, la sua altezza, lunghezza, peso, colore, spessore, rilegatura, stampa, carattere, formato, confezione. La sua esteriorità, il look, sono importanti. Il libro parla, esprime delle intenzioni, se non proprio quelle del suo autore almeno quelle dell’editore. Quindi entra in gioco il prezzo, il tipo di carattere, la stampa. A chi è diretto, chi lo leggerà, perchè quel titolo. Cosa mi comunica, chiede una risposta, pone un problema? Perchè quella copertina, quei colori? Prima e quarta di copertina, dorso. Pattine? Non l’ho ancora aperto.
Ma ancora non lo leggo, pur avendolo aperto. Sfoglio le pagine, guardo le linee dei caratteri, le righe, i margini, l’interlinea, i numeri delle pagine in alto o in basso, i paragrafi, i capitoli, i punti, le virgole, i due punti, le parentesi, le virgolette che segnano i dialoghi, i nomi, i luoghi, ma non ancora mi interesso al senso. Cerco di capire la sua leggibilità, la sua struttura grafica mi aiuta a intuire il pensiero dell’autore, il suo modo di comunicare.
Non lo leggo ancora. Cerco l’indice, all’inizio o alla fine, le note, se ci sono, a piede di pagina o in fondo al libro. Il numero dei capitoli, le immagini, se ci sono. Ma è un classico o un moderno? Un saggio o un romanzo, un racconto, una novella, un’opera teatrale, per adulti o per bambini, italiano o straniero, antico o moderno? Ma io cosa mi aspetto da questo libro?
Le risposte a questo punto variano a secondo del tipo di libro che ho tra le mani. Poesia, racconto, romanzo, commedia, tragedia, biografia, libro di storia, di fantascienza, di studio, un classico o un moderno. Diversità che richiedono un approccio diverso. Sono tutte scritture diverse che devono essere valutate in maniera diversa.
In un romanzo è necessario che io riesca a immaginare subito la situazione, il contesto, l’ambiente. Mai come in questo caso le canoniche domande “chi-cosa-quando-dove-perchè” sono davvero essenziali. Importante prendere appunti, ricordare ambienti e situazioni, nomi dei luoghi e dei personaggi. Cercare di afferrare il filo logico della narrazione, dove vuole andare a parare chi scrive, cosa fa dire ai suoi personaggi. Annotare cosa colpisce, cosa è ridicolo, stabilire se forma e contenuto si relazionano e come.
Ah! i romanzi, la loro lettura non è stata mai il mio forte. Mi ci perdo dentro. Trama, intreccio, plot, sub-plot, conflitti, interni ed esterni, personaggi, io, contro-io, svolgimento e capovolgimento, anticipazione o “foreshadowing”, isocronia, anisocronia, mimesi, punti di vista e finale. Se ci arrivo sono felice di averlo letto. Ma poche volte ci riesco. Eppure “Ulisse”, “Tristan Shandy” e “Moby Dick” li ho incontrati e conosciuti, anche se “Ulisse” mi ha perso lui e mi sono disperso io.
Diverso il caso della poesia, dei saggi e delle opere teatrali. In ogni caso leggere un libro significa fare una escursione, ed anche una invasione, in territori sconosciuti che sono fermi sulla pagina di un oggetto chiamato libro. Lo tieni tra le mani, o ne sfogli le pagine, oppure lo lanci dalla finestra. Tenendo presente che se scegli quest’ultima soluzione, lanci dalla finestra anche il suo autore. Tu che mi leggi su MEDIUM non puoi farlo. A meno che tu non decida di lanciare dalla finestra il tuo pc, il tuo tablet o il tuo cellulare. Lanceresti anche la biblioteca digitale.
Come ti leggo, caro libro. Innumerevoli sono i modi nei quali si può parlare e scrivere di un libro. Non uso la parola impiegata di solito, recensire, perchè mi sa di intellettualismo, una categoria alla quale non mi sento di appartenere. Per me il libro è come un essere vivente per il quale si possono usare le famose cinque domande usate in linguistica per insegnare una lingua: “chi-cosa-quando-dove-perché”. Basta adottarle anche per un libro e il gioco è fatto. Ma prima vorrei fare alcune considerazioni che non sono secondarie per chi decide di leggere e scrivere di un libro, di stendere una canonica “recensione”.
Questa decisione non nasce da sola, di per sè. Trova la sua ragione in un contesto sia interno che esterno al soggetto che prende in mano quel libro. Già in questa decisione si può capire la direzione che prenderà la scrittura. Me l’ha consigliato un amico, ho letto l’articolo di un giornale, ho sentito l’intervista dell’autore, ho visto il libro in libreria, c’era in una una bibliografia, faccio una ricerca, ho bisogno di un approfondimento. Oppure è l’ideologia, la politica, la gelosia, l’invidia, il rancore che porto per chi ha scritto quel libro. Tutti motivi e ragioni di un libro. Possono essere tanti gli stimoli a leggere, spesso controllati, altre volte senza una ragione precisa, istintivi ed irrazionali. Comunque sia, una volta che il libro si trova nelle nostre mani dobbiamo pur leggerlo.
A questo punto ognuno procede secondo i suoi impulsi. Io qui intendo parlare di come mi comporto io in questa situazione. Si tratta non solo di leggere un libro ma anche di aggiornare la propria biblioteca che e’ non solo cartacea, ma anche digitale. Sono due biblioteche diverse. Un lavoro ambizioso, ed anche faticoso, perchè ci vogliono tutte le qualità che dovrebbe avere chi conosce i criteri sui quali si basa la comunicazione e la biblioteconomia. La biblioteca digitale non è come la biblioteca fisica. E’ tutta una questione di “mente”.
“Le idee sono tali in quanto tu le puoi comunicarle agli altri, se le tieni per te non servono a nulla, anzi, non sono nemmeno idee”. In questa dichiarazione ritrovo tutte le ragioni per mettere online una biblioteca personale. Infatti, dove si possono trovare tante idee se non nei libri? E chi più e meglio di un bibliotecario dovrebbe essere in grado di gestire, conoscere e sistemare queste idee? Online, i tuoi libri, le tue idee le puoi condividere con il mondo. Quella fisica, è solo tua.
Io sono nato in una famiglia di tipografi tradizionali nel secolo e nel millennio passati, attraversando tutte quelle trasformazioni che si sono succedute nel corso degli ultimi tre quattro ventenni. Una cinquantina di anni paragonabili ai cinquecento, tanti quanti sono quelli che divisero l’invenzione dei caratteri a stampa di Gutenberg con quelli che stiamo vivendo oggi.
Dalla manualità della composizione a caratteri mobili, alla scrittura che in questo momento sto facendo al mio PC con l’appendice di smartphone. Questo significa che una pagina scritta in maniera tradizionale non potrà mai essere come quella digitale. Il confronto con la tecnologia informatica, applicata alla biblioteconomia, ha trasformato radicalmente le attività di selezione e controllo dell’informazione.
L’ambito di lavoro non è più solo lo spazio fisico della biblioteca, ma la Rete. Da questa l’operatore reperisce la cosiddetta documentazione remota, che richiede l’apprendimento di nuove tecniche per selezionare, raccogliere, descrivere e indicizzare i nuovi documenti. Ciò si riflette principalmente sulla strutturazione dei servizi e sull’organizzazione delle attività dirette al pubblico che, in funzione delle nuove possibilità offerte da internet, acquistano un’importanza fondamentale, a cominciare dal cosidetto “reference”, vale a dire i riferimenti del contesto. Scrivere in maniera tradizionale, a penna o macchina da scrivere, non è la stessa cosa di scrivere al pc. Allo stesso modo leggere in cartaceo non è la stessa cosa di leggere al tablet, al pc oppure al cellulare.
La recensione di un libro cartaceo sarà necessariamente diversa da quella di un volume digitale. Nella versione cartacea potrò avere un relativo supporto referenziale, note, disegno o immagini. Nella versione digitale potrò avere accesso alla rete mediante i link attivi e quindi sarò in grado di “uscire” dallo spazio del libro, spazio che non è fisico, ma una vera e propria “nuvola” mobile. Mi rendo conto che mi sto allontanando dal tema che rimane la recensione del libro. Ma era importante a questo punto mettere in evidenza la diversità del modo di procere nella lettura. Detto questo, vediamo come affrontare la lettura. Quella del libro tradizionale.
Non leggere il libro che hai tra le mani, non ancora, almeno. Devi guardarlo come oggetto, la sua altezza, lunghezza, peso, colore, spessore, rilegatura, stampa, carattere, formato, confezione. La sua esteriorità, il look, sono importanti. Il libro parla, esprime delle intenzioni, se non proprio quelle del suo autore almeno quelle dell’editore. Quindi entra in gioco il prezzo, il tipo di carattere, la stampa. A chi è diretto, chi lo leggerà, perchè quel titolo. Cosa mi comunica, chiede una risposta, pone un problema? Perchè quella copertina, quei colori? Prima e quarta di copertina, dorso. Pattine? Non l’ho ancora aperto.
Ma ancora non lo leggo, pur avendolo aperto. Sfoglio le pagine, guardo le linee dei caratteri, le righe, i margini, l’interlinea, i numeri delle pagine in alto o in basso, i paragrafi, i capitoli, i punti, le virgole, i due punti, le parentesi, le virgolette che segnano i dialoghi, i nomi, i luoghi, ma non ancora mi interesso al senso. Cerco di capire la sua leggibilità, la sua struttura grafica mi aiuta a intuire il pensiero dell’autore, il suo modo di comunicare.
Non lo leggo ancora. Cerco l’indice, all’inizio o alla fine, le note, se ci sono, a piede di pagina o in fondo al libro. Il numero dei capitoli, le immagini, se ci sono. Ma è un classico o un moderno? Un saggio o un romanzo, un racconto, una novella, un’opera teatrale, per adulti o per bambini, italiano o straniero, antico o moderno? Ma io cosa mi aspetto da questo libro?
Le risposte a questo punto variano a secondo del tipo di libro che ho tra le mani. Poesia, racconto, romanzo, commedia, tragedia, biografia, libro di storia, di fantascienza, di studio, un classico o un moderno. Diversità che richiedono un approccio diverso. Sono tutte scritture diverse che devono essere valutate in maniera diversa.
In un romanzo è necessario che io riesca a immaginare subito la situazione, il contesto, l’ambiente. Mai come in questo caso le canoniche domande “chi-cosa-quando-dove-perchè” sono davvero essenziali. Importante prendere appunti, ricordare ambienti e situazioni, nomi dei luoghi e dei personaggi. Cercare di afferrare il filo logico della narrazione, dove vuole andare a parare chi scrive, cosa fa dire ai suoi personaggi. Annotare cosa colpisce, cosa è ridicolo, stabilire se forma e contenuto si relazionano e come.
Ah! i romanzi, la loro lettura non è stata mai il mio forte. Mi ci perdo dentro. Trama, intreccio, plot, sub-plot, conflitti, interni ed esterni, personaggi, io, contro-io, svolgimento e capovolgimento, anticipazione o “foreshadowing”, isocronia, anisocronia, mimesi, punti di vista e finale. Se ci arrivo sono felice di averlo letto. Ma poche volte ci riesco. Eppure “Ulisse”, “Tristan Shandy” e “Moby Dick” li ho incontrati e conosciuti, anche se “Ulisse” mi ha perso lui e mi sono disperso io.
Diverso il caso della poesia, dei saggi e delle opere teatrali. In ogni caso leggere un libro significa fare una escursione, ed anche una invasione, in territori sconosciuti che sono fermi sulla pagina di un oggetto chiamato libro. Lo tieni tra le mani, o ne sfogli le pagine, oppure lo lanci dalla finestra. Tenendo presente che se scegli quest’ultima soluzione, lanci dalla finestra anche il suo autore. Tu che mi leggi su MEDIUM non puoi farlo. A meno che tu non decida di lanciare dalla finestra il tuo pc, il tuo tablet o il tuo cellulare. Lanceresti anche la biblioteca digitale.
10AntonioGallo
This message has been deleted by its author.
11AntonioGallo
@angallo/lintelligenza-ai-non-%C3%A8-un-bluff-8b1bc0a17761" rel="nofollow" target="_top">https://medium.com/@angallo/lintelligenza-ai-non-%C3%A8-un-bluff-8b1bc0a17761
Ho scritto una lettera su AI al quotidiano Il Foglio che pubblica ogni settimana un supplemento interamente scritto da AI. Un esperimento di scrittura molto interessante, unico finora al mondo. Il direttore ha risposto. Ecco il testo della lettera e il commento di Claudio Cerasa:
Al direttore, seguo con interesse, fin dal suo esordio, l’edizione settimanale del martedì che si pregia “realizzata con AI”. Come docente e linguista di una certa età (navigo nel quinto ventennio), ho dedicato questi mesi a un’osservazione attenta dei testi pubblicati, con l’occhio di chi ha passato una vita a studiare il linguaggio nelle sue manifestazioni più sottili.
Devo confessare un sospetto, maturato settimana dopo settimana: temo che il vostro esperimento sia, in buona sostanza, un bluff. Prendo, ad esempio, la recente recensione al libro di Bruno Vespa. Vi si legge che l’autore sarebbe “la versione umana di un algoritmo”. Questa è, a mio modesto parere, il tipo di intuizione critica, ironica e paradossale che un’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, difficilmente produrrebbe in autonomia.
E’ un giudizio che richiede non solo la capacità di manipolare segni linguistici, ma di produrre senso attraverso l’esperienza vissuta del panorama culturale e giornalistico italiano. In questi mesi ho avvertito costantemente, dietro la presunta neutralità algoritmica, la presenza inequivocabile di una mano umana.
Non parlo solo di editing o supervisione: parlo di quella intenzionalità critica, di quella capacità di costruire giudizi di valore, di quel posizionamento ideologico e culturale che tradisce sempre, per chi sa leggere, la presenza di un autore in carne e ossa. Le costruzioni sintattiche sono molto elaborate, i riferimenti culturali troppo puntuali e contestualizzati, le ironie tutte calibrate sul dibattito pubblico contemporaneo.
Un algoritmo può descrivere, parafrasare, persino imitare uno stile. Ma ciò che leggo ogni martedì è scrittura che prende posizione, che giudica, che rivela una, come si dice? una “weltanschauung”? Se il vostro esperimento fosse davvero quello che dichiarate, avreste forse ottenuto il risultato opposto a quello sperato: non dimostrare le capacità dell’AI, ma rivelare, attraverso il contrasto, ciò che resta irriducibilmente umano nell’atto della scrittura critica.
O forse è proprio questo il vostro vero esperimento: farci credere che sia AI per costringerci a interrogarci su cosa significhi davvero scrivere, pensare, giudicare. In tal caso, complimenti per la raffinatezza della provocazione intellettuale. Ma se così non fosse, se davvero ci chiedete di credere che questi testi siano generati autonomamente da un algoritmo, permettetemi di dirvi, con il rispetto che si deve a una testata che stimo e leggo da sempre, che la filologia ha i suoi strumenti.
E la voce, quella voce che riconosco in ogni riga del vostro martedì, è troppo umana per essere artificiale. Resto in attesa di un vostro chiarimento, anche solo per verificare se il mio orecchio di vecchio linguista mi ha tradito o se invece, come sospetto, avete sottovalutato la capacità dei lettori di riconoscere l’impronta digitale dello stile umano. Con stima.
Antonio Gallo
----------
Gentile Antonio, la sua lettera è magnifica, così bella che mi verrebbe da pensare che possa essere stata prodotta da intelligenza artificiale (si scherza). Sui punti da lei sollevati, mi spiace deluderla: i testi che ogni martedì trova sul nostro Foglio AI sono interamente prodotti dalla nostra intelligenza artificiale. Quel che vi è di umano è, oltre alla lettura dei pezzi, che non vengono mai però modificati da intelligenza naturale, il prompt di ciascun articolo, prodotto da chi le sta scrivendo. Ovviamente ogni prompt ha una sua aderenza al contemporaneo nella misura in cui si danno dei suggerimenti precisi alla nostra AI, che a forza di essere educata ha imparato a scribacchiare bene. Nello specifico: stile, linea editoriale, chiave di lettura, visione del mondo, e magari qualche battuta che le viene suggerita. Nel caso della recensione del libro di Vespa, l’espressione da lei cerchiata di rosso è figlia di una elaborazione della nostra AI. Quello che noi abbiamo fatto è questo: caricare sull’AI l’intero pdf del libro (che abbiamo cancellato per non farlo rimanere in memoria), chiedere all’AI di leggerlo e poi scrivere un articolo sulla base di questo prompt: “Sono prolifica, io, lo so, ma non come Bruno Vespa. Scrivimi un articolo, ironico, per dire cosa potresti dire di avere imparato, io, AI, dall’ultimo libro di Bruno Vespa, con tono brillante, con senso di disciplina, in 4.000 caratteri, con titolo e catenaccio”. L’intelligenza artificiale è notevole, ma senza una guida umana il treno fatica ad allontanarsi dalla banalità. Continui a leggerci e quando vuole ne riparliamo. Firmato: Foglio AI (si scherza).
angallo.medium.com
Ho scritto una lettera su AI al quotidiano Il Foglio che pubblica ogni settimana un supplemento interamente scritto da AI. Un esperimento di scrittura molto interessante, unico finora al mondo. Il direttore ha risposto. Ecco il testo della lettera e il commento di Claudio Cerasa:
Al direttore, seguo con interesse, fin dal suo esordio, l’edizione settimanale del martedì che si pregia “realizzata con AI”. Come docente e linguista di una certa età (navigo nel quinto ventennio), ho dedicato questi mesi a un’osservazione attenta dei testi pubblicati, con l’occhio di chi ha passato una vita a studiare il linguaggio nelle sue manifestazioni più sottili.
Devo confessare un sospetto, maturato settimana dopo settimana: temo che il vostro esperimento sia, in buona sostanza, un bluff. Prendo, ad esempio, la recente recensione al libro di Bruno Vespa. Vi si legge che l’autore sarebbe “la versione umana di un algoritmo”. Questa è, a mio modesto parere, il tipo di intuizione critica, ironica e paradossale che un’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, difficilmente produrrebbe in autonomia.
E’ un giudizio che richiede non solo la capacità di manipolare segni linguistici, ma di produrre senso attraverso l’esperienza vissuta del panorama culturale e giornalistico italiano. In questi mesi ho avvertito costantemente, dietro la presunta neutralità algoritmica, la presenza inequivocabile di una mano umana.
Non parlo solo di editing o supervisione: parlo di quella intenzionalità critica, di quella capacità di costruire giudizi di valore, di quel posizionamento ideologico e culturale che tradisce sempre, per chi sa leggere, la presenza di un autore in carne e ossa. Le costruzioni sintattiche sono molto elaborate, i riferimenti culturali troppo puntuali e contestualizzati, le ironie tutte calibrate sul dibattito pubblico contemporaneo.
Un algoritmo può descrivere, parafrasare, persino imitare uno stile. Ma ciò che leggo ogni martedì è scrittura che prende posizione, che giudica, che rivela una, come si dice? una “weltanschauung”? Se il vostro esperimento fosse davvero quello che dichiarate, avreste forse ottenuto il risultato opposto a quello sperato: non dimostrare le capacità dell’AI, ma rivelare, attraverso il contrasto, ciò che resta irriducibilmente umano nell’atto della scrittura critica.
O forse è proprio questo il vostro vero esperimento: farci credere che sia AI per costringerci a interrogarci su cosa significhi davvero scrivere, pensare, giudicare. In tal caso, complimenti per la raffinatezza della provocazione intellettuale. Ma se così non fosse, se davvero ci chiedete di credere che questi testi siano generati autonomamente da un algoritmo, permettetemi di dirvi, con il rispetto che si deve a una testata che stimo e leggo da sempre, che la filologia ha i suoi strumenti.
E la voce, quella voce che riconosco in ogni riga del vostro martedì, è troppo umana per essere artificiale. Resto in attesa di un vostro chiarimento, anche solo per verificare se il mio orecchio di vecchio linguista mi ha tradito o se invece, come sospetto, avete sottovalutato la capacità dei lettori di riconoscere l’impronta digitale dello stile umano. Con stima.
Antonio Gallo
----------
Gentile Antonio, la sua lettera è magnifica, così bella che mi verrebbe da pensare che possa essere stata prodotta da intelligenza artificiale (si scherza). Sui punti da lei sollevati, mi spiace deluderla: i testi che ogni martedì trova sul nostro Foglio AI sono interamente prodotti dalla nostra intelligenza artificiale. Quel che vi è di umano è, oltre alla lettura dei pezzi, che non vengono mai però modificati da intelligenza naturale, il prompt di ciascun articolo, prodotto da chi le sta scrivendo. Ovviamente ogni prompt ha una sua aderenza al contemporaneo nella misura in cui si danno dei suggerimenti precisi alla nostra AI, che a forza di essere educata ha imparato a scribacchiare bene. Nello specifico: stile, linea editoriale, chiave di lettura, visione del mondo, e magari qualche battuta che le viene suggerita. Nel caso della recensione del libro di Vespa, l’espressione da lei cerchiata di rosso è figlia di una elaborazione della nostra AI. Quello che noi abbiamo fatto è questo: caricare sull’AI l’intero pdf del libro (che abbiamo cancellato per non farlo rimanere in memoria), chiedere all’AI di leggerlo e poi scrivere un articolo sulla base di questo prompt: “Sono prolifica, io, lo so, ma non come Bruno Vespa. Scrivimi un articolo, ironico, per dire cosa potresti dire di avere imparato, io, AI, dall’ultimo libro di Bruno Vespa, con tono brillante, con senso di disciplina, in 4.000 caratteri, con titolo e catenaccio”. L’intelligenza artificiale è notevole, ma senza una guida umana il treno fatica ad allontanarsi dalla banalità. Continui a leggerci e quando vuole ne riparliamo. Firmato: Foglio AI (si scherza).
angallo.medium.com

