Long Live Latin: The Pleasures of a Useless Language
by Nicola Gardini
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Description
A lively exploration of the joys of a not-so-dead language From the acclaimed novelist and Oxford professor Nicola Gardini, a personal and passionate look at the Latin language: its history, its authors, its essential role in education, and its enduring impact on modern life-whether we call it "dead" or not. What use is Latin? It's a question we're often asked by those who see the language of Cicero as no more than a cumbersome heap of ruins, something to remove from the curriculum. In this show more sustained meditation, Gardini gives us his sincere and brilliant reply: Latin is, quite simply, the means of expression that made us-and continues to make us-who we are. In Latin, the rigorous and inventive thinker Lucretius examined the nature of our world; the poet Propertius told of love and emotion in a dizzying variety of registers; Caesar affirmed man's capacity to shape reality through reason; Virgil composed the Aeneid, without which we'd see all of Western history in a different light. In Long Live Latin, Gardini shares his deep love for the language-enriched by his tireless intellectual curiosity-and warmly encourages us to engage with a civilization that has never ceased to exist, because it's here with us now, whether we know it or not. Thanks to his careful guidance, even without a single lick of Latin grammar readers can discover how this language is still capable of restoring our sense of identity, with a power that only useless things can miraculously express. show lessTags
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Quando, un secolo e un millennio fa, fui costretto a studiare il latino sui banchi di un ginnasio della provincia meridionale, pensavo che questa fosse una lingua del tutto inutile ... Questo è l'incipit di un post che avrei potuto scrivere. Ma queste due parole che ho appena digitato vanno in conflitto: "lingua inutile". Così pensavo allora. Così ho pensato per un bel pò di tempo, fino a quando la lingua latina di oggi, l'inglese, mi ha convinto del contrario.
Leggendo questo libro appena uscito, mi sono ricreduto. Ha ragione Nicola Gardini che l'ha scritto, un giovane e valente studioso italiano. A distanza di oltre mezzo secolo, devo dire che se credevo di avere ragione, allora, quando ero un ingenuo e stupido giovinetto show more ginnasiale, a ritenere che la lingua latina fosse inutile, ho torto oggi.
Oggi, a distanza di cinquanta e passa di anni, dopo di aver fatto il mio percorso di vita e di studi, e dopo aver letto questo imperdibile libro su una lingua che non è affatto "morta", come pensavo sui banchi del ginnasio, devo ricredermi. E ne sono felice.
Mi rendo conto che devo spiegarmi, altrimenti chi mi legge non capisce. Non me ne meraviglio, visto che scrivo per capire quello che penso. Allora entriamo nel merito della "questione", una parola che fa rima con "ricostruzione". Mi riferisco al periodo in cui stavo per affrontare lo studio della lingua latina, perché il "contesto" vuole la sua parte. Questo, lo si sa, è costituito dallo spazio e dal tempo. Lo spazio e' quello di una cittadina meridionale, un sud non del tutto "profondo", ma abbastanza. Abbastanza per dire che anche a Sarno, la mia città di adozione, dove la mia famiglia risiedeva, la parola era, appunto, "ricostruzione" dopo una guerra disastrosa.
Era come un brivido che percorreva la schiena del Paese Italia. Anche nelle mura del glorioso liceo-ginnasio che questo blogger si apprestava a frequentare in questa cittadina campana. Lui non lo sapeva, almeno non se ne rendeva conto. Me ne rendo conto oggi, a distanza di tanto tempo. Uscivamo da una guerra che vagamente ricordavo e c'era bisogno di "ricostruire".
Dopo un triennio di scuola media, trascorso negli scantinati di quello stesso edificio, (le famigerate "cantinelle"), ero salito su quel "piano nobile" che mi avrebbe ospitato più tardi per decenni in veste di docente di una lingua moderna, fu deciso che dovessi entrare nella "classicità". Un liceo-ginnasio intitolato, infatti, ad uno scrittore, tanto antico che era un "classico" di nome e di fatto: Tito Lucrezio Caro. Allora quel "signore", con quel nome, mi era del tutto ignoto. Avrei saputo, poi, che:
"Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44"
("nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni"). (@@@)
Mio padre non lo sapeva. A lui interessava solo che io varcassi la soglia di quell'edificio costruito in perfetto stile fascista. Non per continuare quella ideologia, ma per un malinteso senso di "status" familiare e sociale, comune a molte famiglie del tempo, un sentimento vivo ancora oggi: recuperare una gloria antica andata perduta, affermando una condizione personale e sociale inesistente. Il mito della classicità.
Questi brevi accenni, tra il passato e il trapassato, mi servono per tessere i fili dei ricordi. Ero uno dei tanti giovani dell'agro sarnese vesuviano, l'antica terra dei Sarrasti, che veniva dalla scuola media, fatta nelle "cantinelle" di quello stesso edificio, al di sotto del livello stradale, in compagnia di topi veri, occasionali compagni di banco e tanta provvisorietà. Una comunità scolastica sarnese che si incamminava verso una indefinita e piuttosto problematica "ricostruzione". Lo "status" familiare lo richiedeva.
Chi aveva frequentato, invece, la vicina scuola, quella cosiddetta di "avviamento professionale", non aveva altra scelta se non essere "avviato", appunto, al mondo del lavoro, a fare una professione che non avrebbe avuto nessun contatto con la classicità. Questo blogger, se stava per entrare nella "classicità", non sapeva che sarebbe poi diventato prigioniero di un'altra lingua, diventata poi "il latino moderno".
La classicità era vista come la speranza per il futuro di un Paese che doveva essere ricostruito. E ginnasio fu! Un impatto forte, non solo con il latino, ma anche con il greco. Due lingue "morte" che non mi aiutavano affatto a capire cosa dovevo fare per imparare a come "ricostruire" una società, un paese, una comunità dopo i disastri di una guerra. Mio padre era passato da un lavoro ad un altro. Da collaudatore di cannoni all'Ansaldo di Pozzuoli era diventato tipografo nella piccola azienda tipografica appena rilevata dopo la fine della guerra. Passaggi epocali ...
A distanza di tanto tempo, i ricordi si sono sbiaditi e ho dovuto rileggermi la cronologia di quel tempo perduto. Quei fatidici primi anni cinquanta che mi videro a malavoglia, studente ginnasiale distratto e spaesato. Anni sofferti dentro, che mi fecero davvero dubitare delle mie facoltà, non solo scolastiche, a causa di un penoso disagio comunicativo, in una scuola che considerava i suoi alunni come tanti "vasi" da riempire. Conoscenze astruse ed incomprensibili di due lingue che allora ritenevo "morte". Tra grammatiche e sintassi, paradigmi e declinazioni, traduzioni e memorizzazioni, era come muoversi in un mondo inesistente, rincorsi da fantasmi, mentre fuori da quelle mura il mondo parlava di ben altro.
Gli anni 1950-1954: era il tempo in cui negli Usa si faceva la "caccia alle streghe" con la "crociata anticomunista di McCarthy, i giorni di quando scoppiò la guerra in Corea. In Italia la caccia e la morte del bandito Giuliano, un segreto tutto italiano, nel quale, di sicuro ci fu soltanto il fatto che Giuliano morì. E poi l'alluvione nel Polesine, il primo festival di San Remo, la rivolta in Africa dei Mau Mau, la morte di Stalin, la "legge truffa" nel parlamento italiano.
La realtà esterna alle aule di una scuola, un ginnasio di provincia meridionale, che rimaneva fermo nel tempo, ai miei occhi e di tanti altri miei compagni, una vita come congelata in una classicità che non aveva nulla di moderno e con la quale non si poteva ricostruire il futuro di una nazione ed di un popolo distrutti da una guerra esterna ed interna. Così pensavo allora. Poi, con il tempo, e nonostante tutto, ho imparato che sia il latino che il greco sono due monumenti alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio.
A che serve il latino? si chiede l'autore di questo libro. È la domanda che continuamente sentiamo rivolgerci e che anche io, sbarbatello alunno ignorante e svogliato, ginnasiale per forza, mi chiedevo. La lingua di Cicerone altro non era che un'ingombrante rovina, da eliminare dai programmi scolastici. In questo libro personale e appassionato, Nicola Gardini risponde che il latino è, molto semplicemente, lo strumento espressivo che è servito, e continua a essere indispensabile per fare di noi quelli che siamo. Ed io non sapevo quello che potevo essere.
"In latino, un pensatore rigoroso e tragicamente lucido come Lucrezio ha analizzato la materia del mondo; il poeta Properzio ha raccontato l'amore e il sentimento con una vertiginosa varietà di registri; Cesare ha affermato la capacità dell'uomo di modificare la realtà con la disciplina della ragione; in latino è stata composta un'opera come l'Eneide di Virgilio, senza la quale guarderemmo al mondo e alla nostra storia di uomini in modo diverso. Gardini ci trasmette un amore alimentato da una inesausta curiosità intellettuale, e ci incoraggia con affabilità a dialogare con una civiltà che non è mai terminata perché giunge fino a noi, e della quale siamo parte anche quando non lo sappiamo. Grazie a lui, anche senza alcuna conoscenza grammaticale potremo capire come questa lingua sia tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità con la forza che solo le cose inutili sanno meravigliosamente esprimere."
Tutto questo l'ho imparato a mie spese, soltanto dopo avere conosciuto un'altra lingua, moderna ed internazionale, la lingua di Shakespeare, il "latino moderno". Paradossalmente potrei dire semplicemente che è stato il "latino moderno" a farmi conoscere il "latino antico". Ho potuto così riconoscere le radici essenziali del nostro pensiero. Radici lontane che risalgono a quando mia nonna, in anni lontani e agresti, qualche tempo prima che diventassi ginnasiale, mi costringeva a recitare, dopo una giornata di lavori nella campagna della Costa d'Amalfi, un interminabile rosario in latino.
Le radici, appunto, di un albero quanto mai antico e ricco, perciò "classico", formato da ramificazioni diverse ed impreviste. Come per l'inglese, quale latino? Quello di Shakespeare o di Cicerone? di Wall Street o di Agostino? di Virgilio o di Virginia Woolf? della Bibbia di Re Giacomo o di Google? A chi ama conoscere e viaggiare sia nel mondo classico che in quello moderno la risposta.
https://goo.gl/XzqKa2 show less
Leggendo questo libro appena uscito, mi sono ricreduto. Ha ragione Nicola Gardini che l'ha scritto, un giovane e valente studioso italiano. A distanza di oltre mezzo secolo, devo dire che se credevo di avere ragione, allora, quando ero un ingenuo e stupido giovinetto show more ginnasiale, a ritenere che la lingua latina fosse inutile, ho torto oggi.
Oggi, a distanza di cinquanta e passa di anni, dopo di aver fatto il mio percorso di vita e di studi, e dopo aver letto questo imperdibile libro su una lingua che non è affatto "morta", come pensavo sui banchi del ginnasio, devo ricredermi. E ne sono felice.
Mi rendo conto che devo spiegarmi, altrimenti chi mi legge non capisce. Non me ne meraviglio, visto che scrivo per capire quello che penso. Allora entriamo nel merito della "questione", una parola che fa rima con "ricostruzione". Mi riferisco al periodo in cui stavo per affrontare lo studio della lingua latina, perché il "contesto" vuole la sua parte. Questo, lo si sa, è costituito dallo spazio e dal tempo. Lo spazio e' quello di una cittadina meridionale, un sud non del tutto "profondo", ma abbastanza. Abbastanza per dire che anche a Sarno, la mia città di adozione, dove la mia famiglia risiedeva, la parola era, appunto, "ricostruzione" dopo una guerra disastrosa.
Era come un brivido che percorreva la schiena del Paese Italia. Anche nelle mura del glorioso liceo-ginnasio che questo blogger si apprestava a frequentare in questa cittadina campana. Lui non lo sapeva, almeno non se ne rendeva conto. Me ne rendo conto oggi, a distanza di tanto tempo. Uscivamo da una guerra che vagamente ricordavo e c'era bisogno di "ricostruire".
Dopo un triennio di scuola media, trascorso negli scantinati di quello stesso edificio, (le famigerate "cantinelle"), ero salito su quel "piano nobile" che mi avrebbe ospitato più tardi per decenni in veste di docente di una lingua moderna, fu deciso che dovessi entrare nella "classicità". Un liceo-ginnasio intitolato, infatti, ad uno scrittore, tanto antico che era un "classico" di nome e di fatto: Tito Lucrezio Caro. Allora quel "signore", con quel nome, mi era del tutto ignoto. Avrei saputo, poi, che:
"Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44"
("nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni"). (@@@)
Mio padre non lo sapeva. A lui interessava solo che io varcassi la soglia di quell'edificio costruito in perfetto stile fascista. Non per continuare quella ideologia, ma per un malinteso senso di "status" familiare e sociale, comune a molte famiglie del tempo, un sentimento vivo ancora oggi: recuperare una gloria antica andata perduta, affermando una condizione personale e sociale inesistente. Il mito della classicità.
Questi brevi accenni, tra il passato e il trapassato, mi servono per tessere i fili dei ricordi. Ero uno dei tanti giovani dell'agro sarnese vesuviano, l'antica terra dei Sarrasti, che veniva dalla scuola media, fatta nelle "cantinelle" di quello stesso edificio, al di sotto del livello stradale, in compagnia di topi veri, occasionali compagni di banco e tanta provvisorietà. Una comunità scolastica sarnese che si incamminava verso una indefinita e piuttosto problematica "ricostruzione". Lo "status" familiare lo richiedeva.
Chi aveva frequentato, invece, la vicina scuola, quella cosiddetta di "avviamento professionale", non aveva altra scelta se non essere "avviato", appunto, al mondo del lavoro, a fare una professione che non avrebbe avuto nessun contatto con la classicità. Questo blogger, se stava per entrare nella "classicità", non sapeva che sarebbe poi diventato prigioniero di un'altra lingua, diventata poi "il latino moderno".
La classicità era vista come la speranza per il futuro di un Paese che doveva essere ricostruito. E ginnasio fu! Un impatto forte, non solo con il latino, ma anche con il greco. Due lingue "morte" che non mi aiutavano affatto a capire cosa dovevo fare per imparare a come "ricostruire" una società, un paese, una comunità dopo i disastri di una guerra. Mio padre era passato da un lavoro ad un altro. Da collaudatore di cannoni all'Ansaldo di Pozzuoli era diventato tipografo nella piccola azienda tipografica appena rilevata dopo la fine della guerra. Passaggi epocali ...
A distanza di tanto tempo, i ricordi si sono sbiaditi e ho dovuto rileggermi la cronologia di quel tempo perduto. Quei fatidici primi anni cinquanta che mi videro a malavoglia, studente ginnasiale distratto e spaesato. Anni sofferti dentro, che mi fecero davvero dubitare delle mie facoltà, non solo scolastiche, a causa di un penoso disagio comunicativo, in una scuola che considerava i suoi alunni come tanti "vasi" da riempire. Conoscenze astruse ed incomprensibili di due lingue che allora ritenevo "morte". Tra grammatiche e sintassi, paradigmi e declinazioni, traduzioni e memorizzazioni, era come muoversi in un mondo inesistente, rincorsi da fantasmi, mentre fuori da quelle mura il mondo parlava di ben altro.
Gli anni 1950-1954: era il tempo in cui negli Usa si faceva la "caccia alle streghe" con la "crociata anticomunista di McCarthy, i giorni di quando scoppiò la guerra in Corea. In Italia la caccia e la morte del bandito Giuliano, un segreto tutto italiano, nel quale, di sicuro ci fu soltanto il fatto che Giuliano morì. E poi l'alluvione nel Polesine, il primo festival di San Remo, la rivolta in Africa dei Mau Mau, la morte di Stalin, la "legge truffa" nel parlamento italiano.
La realtà esterna alle aule di una scuola, un ginnasio di provincia meridionale, che rimaneva fermo nel tempo, ai miei occhi e di tanti altri miei compagni, una vita come congelata in una classicità che non aveva nulla di moderno e con la quale non si poteva ricostruire il futuro di una nazione ed di un popolo distrutti da una guerra esterna ed interna. Così pensavo allora. Poi, con il tempo, e nonostante tutto, ho imparato che sia il latino che il greco sono due monumenti alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio.
A che serve il latino? si chiede l'autore di questo libro. È la domanda che continuamente sentiamo rivolgerci e che anche io, sbarbatello alunno ignorante e svogliato, ginnasiale per forza, mi chiedevo. La lingua di Cicerone altro non era che un'ingombrante rovina, da eliminare dai programmi scolastici. In questo libro personale e appassionato, Nicola Gardini risponde che il latino è, molto semplicemente, lo strumento espressivo che è servito, e continua a essere indispensabile per fare di noi quelli che siamo. Ed io non sapevo quello che potevo essere.
"In latino, un pensatore rigoroso e tragicamente lucido come Lucrezio ha analizzato la materia del mondo; il poeta Properzio ha raccontato l'amore e il sentimento con una vertiginosa varietà di registri; Cesare ha affermato la capacità dell'uomo di modificare la realtà con la disciplina della ragione; in latino è stata composta un'opera come l'Eneide di Virgilio, senza la quale guarderemmo al mondo e alla nostra storia di uomini in modo diverso. Gardini ci trasmette un amore alimentato da una inesausta curiosità intellettuale, e ci incoraggia con affabilità a dialogare con una civiltà che non è mai terminata perché giunge fino a noi, e della quale siamo parte anche quando non lo sappiamo. Grazie a lui, anche senza alcuna conoscenza grammaticale potremo capire come questa lingua sia tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità con la forza che solo le cose inutili sanno meravigliosamente esprimere."
Tutto questo l'ho imparato a mie spese, soltanto dopo avere conosciuto un'altra lingua, moderna ed internazionale, la lingua di Shakespeare, il "latino moderno". Paradossalmente potrei dire semplicemente che è stato il "latino moderno" a farmi conoscere il "latino antico". Ho potuto così riconoscere le radici essenziali del nostro pensiero. Radici lontane che risalgono a quando mia nonna, in anni lontani e agresti, qualche tempo prima che diventassi ginnasiale, mi costringeva a recitare, dopo una giornata di lavori nella campagna della Costa d'Amalfi, un interminabile rosario in latino.
Le radici, appunto, di un albero quanto mai antico e ricco, perciò "classico", formato da ramificazioni diverse ed impreviste. Come per l'inglese, quale latino? Quello di Shakespeare o di Cicerone? di Wall Street o di Agostino? di Virgilio o di Virginia Woolf? della Bibbia di Re Giacomo o di Google? A chi ama conoscere e viaggiare sia nel mondo classico che in quello moderno la risposta.
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A person that speaks three languages = Trilingua
A person that speaks two languages = Bilingual
A person who speaks one language = British/American
Right...?
I've learned English (
A person that speaks two languages = Bilingual
A person who speaks one language = British/American
Right...?
I've learned English (
This is not a long book, but it takes some time to read even if you know Latin pretty well. It is more a book about Latin literature than the Latin language. After a brief introduction to the language, Gardini looks at a series of major Latin authors: Catullus, Cicero, Ennius, Caesar, Lucretius, Vergil, Tacitus and Sallust, Livy, Seneca, Apuleius and Petronius, Juvenal, Propertius, and Horace. It is a roughly chronological progression, with a few significant dislocations. Catullus and Vergil (Virgil, in Gardini's traditional English but incorrect rendition) each get two short chapters at two different point in the book.
Gardini provides brief overviews of each author and then discusses a handful of passages in detail, after giving the show more Latin followed by his translation. The translations are mostly good, if at times a bit overly interpretive. There are some clearly wrong translations. An example in his reading of ad solis occasum naves solvit (Caesar, BG V.8) as "set sail to the west." It is just possible, but no Roman would have read it this way. The correct version is "he launched the ships around sunset," as is made clear by the following lines as they proceed in the night (media nocte). At another place Gardini translates Sallust's fusas copias as "disbanded forces" when surely it refers to Catiline's "routed forces." There are also a few typos in the Latin. Minor carping aside, Gardini offers a very personal and perceptive appreciation of Latin literature. Well worth reading if you have any interest at all in Latin or Latin literature. show less
Gardini provides brief overviews of each author and then discusses a handful of passages in detail, after giving the show more Latin followed by his translation. The translations are mostly good, if at times a bit overly interpretive. There are some clearly wrong translations. An example in his reading of ad solis occasum naves solvit (Caesar, BG V.8) as "set sail to the west." It is just possible, but no Roman would have read it this way. The correct version is "he launched the ships around sunset," as is made clear by the following lines as they proceed in the night (media nocte). At another place Gardini translates Sallust's fusas copias as "disbanded forces" when surely it refers to Catiline's "routed forces." There are also a few typos in the Latin. Minor carping aside, Gardini offers a very personal and perceptive appreciation of Latin literature. Well worth reading if you have any interest at all in Latin or Latin literature. show less
This book is about learning to read Latin for pleasure. The author says there are two reasons for doing this: a) Latin contains secrets about our civilization that demand to be understood, and b) it is a beautiful language. He bolsters his case with passages from the works of Catullus, Cicero, Caesar, Ovid, Tacitus, Seneca Juvenal and Horace. These passages are first shown in Latin, then underneath them he gives the English translation. In short, the author (a professor of Italian and Comparative Literature at Oxford) gives specific examples why he loves Latin and invites us to do so also. He is largely successful in demonstrating that Latin isn't a "useless language;" indeed, the book contains the best advocacy I know of for learning show more Latin. show less
Latin literature retains its elegance and relevance to today's world, in this survey of major authors and styles
I have long thought of myself as a scholar, and particularly look back at high school Latin with fondness, even though I was not smart enough to continue my studies beyond two years. It seemed that further study would mark me for the priesthood. The author is passionate about Latin. He guides the reader through the styles of authors from Livy to Augustine, and explains the development of the language.
P 87 [about Lucretius] "Life therefore organizes itself in the universe - and here's the interpretive paradigm - just as language organizes itself on the page"
P 171 [Petronius writing about farting in the The Satyricon] "Nemo show more nostrum solide natus est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere. Hoc solum vetare ne Iovis potest" (None of us was born solid. I can think of no greater torment than holding it in. Its the one thing that even Jupiter cannot prevent)
P 203 [Juvenal on Fortune] "Monstro quod ipse tibi possis dare; semita certe tranquillae per virtutem patet unica vitae. Nullem numen habes, si sit prudentia: nos te, nos facimus, Fortuna, deam caeloque locamus" (What I propose can be had on your own; the path is one that leads by virtue to a peaceful life. There are no other gods, when you have wisdom. It's we, dear Fortune, we who make you a goddess, and prop you up in the sky"
P 208 [Lucretius] "Venus simulacris ludit amantis, nec satiare queunt spectando corpora coram nec manibus quicquam teneris abradere membris possunt errantes incerti corpore toto" (So in love, Venus taunts lovers with ghosts, and they cannot sate their bodies by looking - though they are near - nor can they draw anything from the supple limbs as they grope aimlessly across the other's body)
P 215 [Propertius] "...solus ero, quoniam non licet esse tuum" (I'll be alone, if I cannot be yours) show less
I have long thought of myself as a scholar, and particularly look back at high school Latin with fondness, even though I was not smart enough to continue my studies beyond two years. It seemed that further study would mark me for the priesthood. The author is passionate about Latin. He guides the reader through the styles of authors from Livy to Augustine, and explains the development of the language.
P 87 [about Lucretius] "Life therefore organizes itself in the universe - and here's the interpretive paradigm - just as language organizes itself on the page"
P 171 [Petronius writing about farting in the The Satyricon] "Nemo show more nostrum solide natus est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere. Hoc solum vetare ne Iovis potest" (None of us was born solid. I can think of no greater torment than holding it in. Its the one thing that even Jupiter cannot prevent)
P 203 [Juvenal on Fortune] "Monstro quod ipse tibi possis dare; semita certe tranquillae per virtutem patet unica vitae. Nullem numen habes, si sit prudentia: nos te, nos facimus, Fortuna, deam caeloque locamus" (What I propose can be had on your own; the path is one that leads by virtue to a peaceful life. There are no other gods, when you have wisdom. It's we, dear Fortune, we who make you a goddess, and prop you up in the sky"
P 208 [Lucretius] "Venus simulacris ludit amantis, nec satiare queunt spectando corpora coram nec manibus quicquam teneris abradere membris possunt errantes incerti corpore toto" (So in love, Venus taunts lovers with ghosts, and they cannot sate their bodies by looking - though they are near - nor can they draw anything from the supple limbs as they grope aimlessly across the other's body)
P 215 [Propertius] "...solus ero, quoniam non licet esse tuum" (I'll be alone, if I cannot be yours) show less
Gardini è professore universitario ad Oxford; e insegna letteratura italiana e comparata. Non è un cervello in fuga, perché ha scelto di vivere dove poteva coltivare meglio la sua passione e il suo amore per la cultura; classica, moderna, contemporanea: la cultura non ha date, non esistono lingue vive e lingue morte, ma la nostra storia, che si incarna nel nostro dna. Gardini propone un appassionato viaggio nella storia del latino; da Catullo a Virgilio, passando per Lucrezio, Cicerone, Orazio, Giulio Cesare; un’esplorazione di secoli in poche pagine che risveglia l’amore per una lingua che, purtroppo, rimane confinata agli studi adolescenziali; almeno per me che poi ho intrapreso strade differenti, che leggo oggi il latino con show more grande difficoltà. Il solo capitolo finale in cui Gardini sviluppa con grande intelligenza le ragioni a sostegno dello studio e della cultura del latino giustifica, eccome, la lettura. Oltre gli stereotipi, oltre le banalità Gardini sostiene la necessità di continuare a studiare il latino non per esigenze pratiche, ma per coltivare le nostre radici ed il concetto stesso di bellezza. Quella che può apprezzare solo chi studia. show less
May 15, 2019Italian
Nicola Gardini ha un amore totalizzante per la lingua e la letteratura latina, come si vede in questo libro. Nei vari capitoli, oltre a raccontarci del suo amore, riesce ogni volta a parlare dell'autore in essi protagonista come se fosse il più grande... indubbiamente perché scriveva in latino, o meglio in uno dei tanti diversi latini che noi che latinisti non siamo ammucchiamo in un tutt'uno. Ennio e Lucrezio, Cicerone e Seneca, Tito Livio e Catullo, Virgilio e Agostino: per ognuno di loro ci sono solo lodi, e brani - per fortuna con appresso la traduzione, perché ammetto di essere parecchio arrugginito - che mostrano le caratteristiche di quella lingua.
Feb 23, 2020Italian
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