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A searing novel about a young immigrant woman's dream of freedom in Rome and the legacies of her African past.

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Adua is a Somali immigrant to Italy who has lived there for many decades. Her father has died and the family home has come to her, and she must decide whether to go back to Somalia and claim it or not. A gripping, sometimes humorous, and altogether captivating story of both Adua, and that of her father, Zoppe. It blends past and present into an intimate tale of family, war, de-colonization, and immigration—a tale that lingers in one's thoughts after one has turned the last page.

This is a fine addition to anyone's reading related to the Africa diaspora.
Adua è un romanzo fatto di immagini e sensazioni: più che raccontare la situazione attuale dei migranti (o, comunque, quella di qualche anno fa) nel nostro Paese e delle violenze colonialiste perpetrate dall’Italia nel Corno d’Africa durante il fascismo, cerca di mostrarcele e farcele sentire.

In questo senso, Adua è un romanzo riuscito: nelle sue pagine, ci sono speranze, delusioni, regressioni, inganni, violenze e tradimenti e tutto arriva con immediatezza, senza darti la possibilità di rimanere indifferente. Tuttavia, durante la lettura mi sono chiesta se queste immagini potessero colpire chiunque allo stesso modo. Ovviamente, parlando in generale, la risposta dovrebbe essere negativa: siamo persone diverse e rimaniamo colpite show more da narrazioni diverse. Nello specifico di questo romanzo, però, mi sono chiesta se non richiedesse troppe informazioni pregresse alla lettrice e al lettor* non tanto per essere compreso, ma per dare la giusta forza alle immagini e alle sensazioni che vuole trasmettere.

È stata una precisa scelta dell’autrice quella di non soffermarsi sulle vicende storiche («volevo trasformare gli eventi storici in emozioni, visioni, vissuti» dice Scego nella Nota storica), però nella pressoché ignoranza italiana di quella vergognosa pagina della nostra storia non so quanto sia stata una scelta felice. È vero che una persona può sempre andarsi a informare dopo aver letto il romanzo, ma lo farà se il romanzo stesso non l’ha colpita come avrebbe fatto dando più informazioni? Boh, il cane che si morde la coda…

È comunque un libro che ho apprezzato tanto e che mi ha tenuto incollata alle pagine fino alla fine e che mi ha fatto venire voglia di leggere altro di Scego – e anche tanta altra letteratura post-coloniale italiana, che spero l’immigrazione dal Corno d’Africa e dalla Libia renda un genere in espansione: così magari la finiremo di nascondere questa parte della nostra storia...
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«L’ho capito che metti in dubbio il mio essere stato un patriota e un nazionalista». Eppure Mohamed Ali detto Zoppe, somalo, conoscitore di «tutte le lingue dell’Africa orientale», designato per fare l’interprete nell’Italia fascista che si preparava alla guerra d’Etiopia, aveva chiamato sua figlia Adua: il nome della «prima vittoria africana contro l’imperialismo», il nome della città presso cui l’Italia aveva subito, nel 1896, la grande «onta» militare che adesso Mussolini intendeva «lavare»… Come puoi dubitare, Adua, figlia mia?...
E Adua oggi racconta, a Roma dove vive dagli anni Settanta, di quando vi sbarcò dal suo Paese con il sogno di diventare una novella Marilyn, o Kim Novak, tramutatosi show more nell’«infamia» di una pellicola a luci rosse. Adesso, ultracinquantenne e moglie “di comodo” (ma non solo…) di un giovane uomo – “Titanic” – sbarcato a Lampedusa, medita sul rientro in Somalia, in un momento che ad altri connazionali della diaspora sembra favorevole.
Il romanzo è denso, sicuramente l’opera della maturità per Igiaba Scego, con piani temporali e spaziali che s’intersecano di continuo (i capitoli si alternano costantemente: “Adua” e “Zoppe”, con il breve intermezzo di una “Paternale”). Ci sono pagine crude, di razzismo violento o più soft, e anche le vicende della famiglia di Adua non sono oggetto di idealizzazione (non manca, tra l’altro, la rituale escissione e infibulazione). E fili narrativi che s’intrecciano per poi ritrovarsi. Soprattutto la voglia, in Adua, di essere finalmente protagonista della propria vita, di passare “dall’altra parte” della cinepresa (il cinema è importante, in questo libro, così come nella realtà è diventato importante per Igiaba l’interesse per il cinema italiano afrodiscendente).
In coda al romanzo, informazioni storiche, compresi alcuni anacronismi voluti, e qui rivelati, nonché “suggestioni” che hanno aiutato l’autrice a stendere la sua opera.
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Monti, Helena (Translator)
Richards, Jamie (Translator)

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Blurbers
Mengiste, Maaza; Lakhous, Amara
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Italian

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General Fiction, Fiction and Literature
DDC/MDS
853.92Literature & rhetoricItalian, Romanian & related literaturesItalian fiction1900-21st Century
LCC
PQ4919 .C373Language and LiteratureFrench, Italian, Spanish and Portuguese literaturesItalian literatureIndividual authors, 2001-
BISAC

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