Mirandolina
by Carlo Goldoni
On This Page
Description
Mirandolina runs an inn in Florence alone with only the help of her loyal employee Fabricius, and all of her guests are in love with her. The wealthy but only newly aristocratic Count DAlbafiorita and the impoverished but noble Marquis di Forlipopoli vie for her affections while debating the respective value of wealth and nobility (and insulting each other a good deal along the way). The misogynistic Cavalier di Ripafratta scoffs at their shared infatuation and ridicules the idea of love, show more but will he too fall victim to the beautiful innkeepers charms? And can any of them win the heart of the independent Mirandolina? show lessTags
Recommendations
Member Reviews
This comedy brings to light the most chilling aspects of human nature and doesn't appear to be as light-hearted if seen from a different perspective. I've seen the play twice in my life, but thanks to my professor's essays I have had the pleasure to study this work in depth and discover its hidden and dark side. I don't regret reading it in a single day.
The mistress of the inn a play by Carlo Goldoni
Mirandolina, mistress of an inn, is loved by the marquis of Forlipopoli and the count of Albafiorita and her servant Fabricio.
the marquis appear as afunny character an old nobleman who has lost his fortune..
The count being richer than the marquis use his money in courting Mirandolin...
Ripafratta, a knight who seem to resist her charms ....
Ripafratta being aman who hate women and Despise them make Mirangolin
feels offended by the indifference that he shows against her. So she decides to trick on him, and let him fall in love .....
it is a Ironic and Entertaining play being written in 17th Century ....
Mirandolina, mistress of an inn, is loved by the marquis of Forlipopoli and the count of Albafiorita and her servant Fabricio.
the marquis appear as afunny character an old nobleman who has lost his fortune..
The count being richer than the marquis use his money in courting Mirandolin...
Ripafratta, a knight who seem to resist her charms ....
Ripafratta being aman who hate women and Despise them make Mirangolin
feels offended by the indifference that he shows against her. So she decides to trick on him, and let him fall in love .....
it is a Ironic and Entertaining play being written in 17th Century ....
A premessa indispensabile mi corre l’obbligo con chi mi legge d’esprimere il mio pensiero generale su un testo teatrale: in quanto tale non lo si gode veramente e non ne si coglie spirito ed essenza se non lo si va a vedere a teatro, palco per il quale esso è stato concepito. Che poi è anche il modo migliore per dar soddisfazione e gaudio a chi lo ha prima immaginato e poi steso sulla carta e che credo sarebbe apprezzato dallo stesso Goldoni, nato in quel di Venezia nel 1707, di cui oggi mi appresto a parlare.
“Deggio avvisarvi, Lettor carissimo, di una picciola mutazione, che alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il cameriere della Locanda, parlava in veneziano, quando si recitò la prima volta; l'ho fatto allora per comodo show more del personaggio, solito a favellar da Brighella; ove l'ho convertito in toscano, sendo disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero. Ciò ho voluto avvertire, perché non so come la stamperà il Bettinelli; può essere ch'ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perché almeno sarà a dover penneggiato. Ma lo scrupolo ch'ei si è fatto di stampare le cose mie come io le ho abbozzate, lo farà trascurare anche questa comodità”. (La locandiera / Carlo Goldoni ; a cura di Giovanni Antonucci. - Roma : Tascabili Economici Newton, 1993).
Splendido, in questa sua precisazione sulla lingua (visto che le vicende in quel di Firenze si svolgono), il veneziano Carlo Goldoni che con “La Locandiera”, a detta di chi di teatro se ne intende, riesce a dare vita ad uno dei lavori di scrittura di stile “goldoniano” certamente tra i più riusciti e dai tratti fortemente innovativi. Parliamo di una commedia in tre atti composta nel 1751, frutto della collaborazione tra il commediografo lagunare ed il teatro Sant’Angelo, messa in scena prima della stagione carnevalesca del 1752 e contemporanea anche per l’ambientazione in cui si svolgono i fatti. Vicende che scivolano su un piano temporale in linea retta, senza salti cronologici, condensate in poco più che in un doppio giro di lancette d’orologio, recitate in prosa in uno stile fluido in cui si fa ricorso al comune discorrere, punteggiato da inflessioni toscane che danno all’insieme una pennellata di colore.
La storia è talmente nota che anche a citarla in sintesi è assai limitato il rischio del famigerato “fare spoiler” che Goldoni avrebbe forse tradotto con un “sacagnar” la mia commedia. Difficile da farsi, ancor più per la maestria con cui l’autore sa sorprenderci in modo inaspettato quando pare tutto deciso. Al centro della storia c’è la bella locandiera Mirandolina che, in quanto tale, è corteggiata da due nobili signori: il conte d’Albafiorita e il marchese di Forlipopoli. Il primo, che può contare sulla sua posizione economicamente stabile, si spende in regali tanto vistosi quanto costosi, mentre il secondo, parte di quella schiera di nobili decaduti cui resta solo un titolo con cui farsi aria, fa grandi promesse su di un futuro tranquillo e sicuro. Nessuno però ha fatto i conti con il cameriere della locanda, tal Fabrizio, innamorato di Mirandolina e uomo da maritare secondo il di lei padre che, prima di morire, lo raccomandò come il buon partito. A scompigliare le carte, in quello stile che contraddistingue l’ingegno narrativo di Goldoni, c’è pure il misogino cavalier di Ripafratta che paventa una sorta di immunità, di quasi repulsione, alla bellezza ed al fascino femminile.
CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l'amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho
mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l'uomo una infermità insopportabile.
Gli interpreti marcano la scena e ne divengono protagonisti, rompendo quello stile delle “maschere” fisse della Commedia dell’Arte in voga all’epoca in cui attore e personaggio erano quasi un soggetto indivisibile, molto lontano dalla visione di un attore flessibile e capace di vestire i panni di più personaggi a seconda della commedia, adattandosi ad una recitazione nuova ogni volta. “La locandiera” è un buon esempio di come Goldoni entra a gamba tesa sulla tradizione della Commedia dell’Arte, un’eredità ingombrante per lui, oggetto quindi di una singolar tenzone tra l’autore e la tradizione che darà vita ad un acceso dibattito intellettuale su obiettivi e schemi rappresentativi del teatro.
Qui Goldoni affida la sua critica a Ortensia e Dejanira che arrivano alla locanda di Mirandolina sotto le false vesti di due nobili dame e che vengono sin da subito sgamate in quanto, pur essendo due attrici, esse recitano piuttosto male. Le due donne incarnano il ruolo dello stereotipato attore della Commedia dell’Arte, maschera ripetitiva senza copione, la cui improvvisazione da canovaccio spingeva però a recitare sempre solo la stessa parte in ogni opera. A far da contraltare a tutto ciò ecco svettare la caratterizzazione della giovane locandiera, cui Goldoni affida un testo scritto che la individua per quel che essa è nella realtà immaginata e che deve essere nella sua commedia, espressione quindi di un teatro realistico che vuole portare sulla scena il mondo vero, prendendo le distanze da quella comicità seicentesca che dava al teatro l’unico ruolo di scacciapensieri.
Nell’Illuminismo vissuto da questo autore, egli scatta una fotografia fedele, anche nelle sue contraddizioni, della società dell’epoca e la modella con personaggi che incarnano, anche nei testi, i ceti sociali rappresentativi, usando persino gli oggetti di scena alla stregua di evidenziatori di un preciso ruolo nella società. Non si può non cogliere la critica all’aristocrazia veneziana, ad una nobiltà che sbiadisce e si genuflette al potere economico che, senza troppi rimpianti, accresce una nuova borghesia. Mirandolina è una fanciulla intelligente e determinata, consapevole delle sue virtù e nel suo ruolo di locandiera ha come primo interesse il profitto della sua attività ed è con questo obiettivo che si disimpegna con stile dalle insistenze ed allusioni del Conte e del Marchese. Lo fa con efficacia, vestendo alla perfezione i panni di una sorta di dottor Jekyll e signor Hyde al femminile, sdoppiandosi tra l’azione e la premeditazione delle battute, tra il modo garbato di porsi ai suoi ospiti e quella sua quasi volgarità nel pensiero che manifesta le sue vere intenzioni, tra il dialogo che permea l’azione e il monologo che da carattere a storia e personaggi.
A far da sfondo alle vicenda di questa “Locandiera” c’è comunque l’amore, o meglio un bugiardino che mette in guardia dall’uso e dall’abuso di un sentimento di cui Goldoni vuole vittima il genere maschile (qui ingenuo e servile, ma non troppo nel suo retropensiero), quasi fosse una medicina di cui l’uomo non può fare a meno, ma i cui effetti collaterali talvolta superano i benefici. Lo fa rimarcando uno stereotipo femminile che con l’amore gioca per i propri scopi, che ricorre all’inganno per i propri interessi personali, che usa la seduzione per raggiungere un obiettivo, che mostra la superfluità dell’amore materiale, ma anche dando forza all’immagine di una donna che punta a rivendicare una sua autonomia nel decidere cosa fare della propria vita e del proprio essere. Alla faccia della Commedia dell’Arte! show less
“Deggio avvisarvi, Lettor carissimo, di una picciola mutazione, che alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il cameriere della Locanda, parlava in veneziano, quando si recitò la prima volta; l'ho fatto allora per comodo show more del personaggio, solito a favellar da Brighella; ove l'ho convertito in toscano, sendo disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero. Ciò ho voluto avvertire, perché non so come la stamperà il Bettinelli; può essere ch'ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perché almeno sarà a dover penneggiato. Ma lo scrupolo ch'ei si è fatto di stampare le cose mie come io le ho abbozzate, lo farà trascurare anche questa comodità”. (La locandiera / Carlo Goldoni ; a cura di Giovanni Antonucci. - Roma : Tascabili Economici Newton, 1993).
Splendido, in questa sua precisazione sulla lingua (visto che le vicende in quel di Firenze si svolgono), il veneziano Carlo Goldoni che con “La Locandiera”, a detta di chi di teatro se ne intende, riesce a dare vita ad uno dei lavori di scrittura di stile “goldoniano” certamente tra i più riusciti e dai tratti fortemente innovativi. Parliamo di una commedia in tre atti composta nel 1751, frutto della collaborazione tra il commediografo lagunare ed il teatro Sant’Angelo, messa in scena prima della stagione carnevalesca del 1752 e contemporanea anche per l’ambientazione in cui si svolgono i fatti. Vicende che scivolano su un piano temporale in linea retta, senza salti cronologici, condensate in poco più che in un doppio giro di lancette d’orologio, recitate in prosa in uno stile fluido in cui si fa ricorso al comune discorrere, punteggiato da inflessioni toscane che danno all’insieme una pennellata di colore.
La storia è talmente nota che anche a citarla in sintesi è assai limitato il rischio del famigerato “fare spoiler” che Goldoni avrebbe forse tradotto con un “sacagnar” la mia commedia. Difficile da farsi, ancor più per la maestria con cui l’autore sa sorprenderci in modo inaspettato quando pare tutto deciso. Al centro della storia c’è la bella locandiera Mirandolina che, in quanto tale, è corteggiata da due nobili signori: il conte d’Albafiorita e il marchese di Forlipopoli. Il primo, che può contare sulla sua posizione economicamente stabile, si spende in regali tanto vistosi quanto costosi, mentre il secondo, parte di quella schiera di nobili decaduti cui resta solo un titolo con cui farsi aria, fa grandi promesse su di un futuro tranquillo e sicuro. Nessuno però ha fatto i conti con il cameriere della locanda, tal Fabrizio, innamorato di Mirandolina e uomo da maritare secondo il di lei padre che, prima di morire, lo raccomandò come il buon partito. A scompigliare le carte, in quello stile che contraddistingue l’ingegno narrativo di Goldoni, c’è pure il misogino cavalier di Ripafratta che paventa una sorta di immunità, di quasi repulsione, alla bellezza ed al fascino femminile.
CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l'amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho
mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l'uomo una infermità insopportabile.
Gli interpreti marcano la scena e ne divengono protagonisti, rompendo quello stile delle “maschere” fisse della Commedia dell’Arte in voga all’epoca in cui attore e personaggio erano quasi un soggetto indivisibile, molto lontano dalla visione di un attore flessibile e capace di vestire i panni di più personaggi a seconda della commedia, adattandosi ad una recitazione nuova ogni volta. “La locandiera” è un buon esempio di come Goldoni entra a gamba tesa sulla tradizione della Commedia dell’Arte, un’eredità ingombrante per lui, oggetto quindi di una singolar tenzone tra l’autore e la tradizione che darà vita ad un acceso dibattito intellettuale su obiettivi e schemi rappresentativi del teatro.
Qui Goldoni affida la sua critica a Ortensia e Dejanira che arrivano alla locanda di Mirandolina sotto le false vesti di due nobili dame e che vengono sin da subito sgamate in quanto, pur essendo due attrici, esse recitano piuttosto male. Le due donne incarnano il ruolo dello stereotipato attore della Commedia dell’Arte, maschera ripetitiva senza copione, la cui improvvisazione da canovaccio spingeva però a recitare sempre solo la stessa parte in ogni opera. A far da contraltare a tutto ciò ecco svettare la caratterizzazione della giovane locandiera, cui Goldoni affida un testo scritto che la individua per quel che essa è nella realtà immaginata e che deve essere nella sua commedia, espressione quindi di un teatro realistico che vuole portare sulla scena il mondo vero, prendendo le distanze da quella comicità seicentesca che dava al teatro l’unico ruolo di scacciapensieri.
Nell’Illuminismo vissuto da questo autore, egli scatta una fotografia fedele, anche nelle sue contraddizioni, della società dell’epoca e la modella con personaggi che incarnano, anche nei testi, i ceti sociali rappresentativi, usando persino gli oggetti di scena alla stregua di evidenziatori di un preciso ruolo nella società. Non si può non cogliere la critica all’aristocrazia veneziana, ad una nobiltà che sbiadisce e si genuflette al potere economico che, senza troppi rimpianti, accresce una nuova borghesia. Mirandolina è una fanciulla intelligente e determinata, consapevole delle sue virtù e nel suo ruolo di locandiera ha come primo interesse il profitto della sua attività ed è con questo obiettivo che si disimpegna con stile dalle insistenze ed allusioni del Conte e del Marchese. Lo fa con efficacia, vestendo alla perfezione i panni di una sorta di dottor Jekyll e signor Hyde al femminile, sdoppiandosi tra l’azione e la premeditazione delle battute, tra il modo garbato di porsi ai suoi ospiti e quella sua quasi volgarità nel pensiero che manifesta le sue vere intenzioni, tra il dialogo che permea l’azione e il monologo che da carattere a storia e personaggi.
A far da sfondo alle vicenda di questa “Locandiera” c’è comunque l’amore, o meglio un bugiardino che mette in guardia dall’uso e dall’abuso di un sentimento di cui Goldoni vuole vittima il genere maschile (qui ingenuo e servile, ma non troppo nel suo retropensiero), quasi fosse una medicina di cui l’uomo non può fare a meno, ma i cui effetti collaterali talvolta superano i benefici. Lo fa rimarcando uno stereotipo femminile che con l’amore gioca per i propri scopi, che ricorre all’inganno per i propri interessi personali, che usa la seduzione per raggiungere un obiettivo, che mostra la superfluità dell’amore materiale, ma anche dando forza all’immagine di una donna che punta a rivendicare una sua autonomia nel decidere cosa fare della propria vita e del proprio essere. Alla faccia della Commedia dell’Arte! show less
Feb 20, 2026Italian
A premessa indispensabile mi corre l’obbligo con chi mi legge d’esprimere il mio pensiero generale su un testo teatrale: in quanto tale non lo si gode veramente e non ne si coglie spirito ed essenza se non lo si va a vedere a teatro, palco per il quale esso è stato concepito. Che poi è anche il modo migliore per dar soddisfazione e gaudio a chi lo ha prima immaginato e poi steso sulla carta e che credo sarebbe apprezzato dallo stesso Goldoni, nato in quel di Venezia nel 1707, di cui oggi mi appresto a parlare.
“Deggio avvisarvi, Lettor carissimo, di una picciola mutazione, che alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il cameriere della Locanda, parlava in veneziano, quando si recitò la prima volta; l'ho fatto allora per comodo show more del personaggio, solito a favellar da Brighella; ove l'ho convertito in toscano, sendo disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero. Ciò ho voluto avvertire, perché non so come la stamperà il Bettinelli; può essere ch'ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perché almeno sarà a dover penneggiato. Ma lo scrupolo ch'ei si è fatto di stampare le cose mie come io le ho abbozzate, lo farà trascurare anche questa comodità”. (La locandiera / Carlo Goldoni ; a cura di Giovanni Antonucci. - Roma : Tascabili Economici Newton, 1993).
Splendido, in questa sua precisazione sulla lingua (visto che le vicende in quel di Firenze si svolgono), il veneziano Carlo Goldoni che con “La Locandiera”, a detta di chi di teatro se ne intende, riesce a dare vita ad uno dei lavori di scrittura di stile “goldoniano” certamente tra i più riusciti e dai tratti fortemente innovativi. Parliamo di una commedia in tre atti composta nel 1751, frutto della collaborazione tra il commediografo lagunare ed il teatro Sant’Angelo, messa in scena prima della stagione carnevalesca del 1752 e contemporanea anche per l’ambientazione in cui si svolgono i fatti. Vicende che scivolano su un piano temporale in linea retta, senza salti cronologici, condensate in poco più che in un doppio giro di lancette d’orologio, recitate in prosa in uno stile fluido in cui si fa ricorso al comune discorrere, punteggiato da inflessioni toscane che danno all’insieme una pennellata di colore.
La storia è talmente nota che anche a citarla in sintesi è assai limitato il rischio del famigerato “fare spoiler” che Goldoni avrebbe forse tradotto con un “sacagnar” la mia commedia. Difficile da farsi, ancor più per la maestria con cui l’autore sa sorprenderci in modo inaspettato quando pare tutto deciso. Al centro della storia c’è la bella locandiera Mirandolina che, in quanto tale, è corteggiata da due nobili signori: il conte d’Albafiorita e il marchese di Forlipopoli. Il primo, che può contare sulla sua posizione economicamente stabile, si spende in regali tanto vistosi quanto costosi, mentre il secondo, parte di quella schiera di nobili decaduti cui resta solo un titolo con cui farsi aria, fa grandi promesse su di un futuro tranquillo e sicuro. Nessuno però ha fatto i conti con il cameriere della locanda, tal Fabrizio, innamorato di Mirandolina e uomo da maritare secondo il di lei padre che, prima di morire, lo raccomandò come il buon partito. A scompigliare le carte, in quello stile che contraddistingue l’ingegno narrativo di Goldoni, c’è pure il misogino cavalier di Ripafratta che paventa una sorta di immunità, di quasi repulsione, alla bellezza ed al fascino femminile.
CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l'amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho
mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l'uomo una infermità insopportabile.
Gli interpreti marcano la scena e ne divengono protagonisti, rompendo quello stile delle “maschere” fisse della Commedia dell’Arte in voga all’epoca in cui attore e personaggio erano quasi un soggetto indivisibile, molto lontano dalla visione di un attore flessibile e capace di vestire i panni di più personaggi a seconda della commedia, adattandosi ad una recitazione nuova ogni volta. “La locandiera” è un buon esempio di come Goldoni entra a gamba tesa sulla tradizione della Commedia dell’Arte, un’eredità ingombrante per lui, oggetto quindi di una singolar tenzone tra l’autore e la tradizione che darà vita ad un acceso dibattito intellettuale su obiettivi e schemi rappresentativi del teatro.
Qui Goldoni affida la sua critica a Ortensia e Dejanira che arrivano alla locanda di Mirandolina sotto le false vesti di due nobili dame e che vengono sin da subito sgamate in quanto, pur essendo due attrici, esse recitano piuttosto male. Le due donne incarnano il ruolo dello stereotipato attore della Commedia dell’Arte, maschera ripetitiva senza copione, la cui improvvisazione da canovaccio spingeva però a recitare sempre solo la stessa parte in ogni opera. A far da contraltare a tutto ciò ecco svettare la caratterizzazione della giovane locandiera, cui Goldoni affida un testo scritto che la individua per quel che essa è nella realtà immaginata e che deve essere nella sua commedia, espressione quindi di un teatro realistico che vuole portare sulla scena il mondo vero, prendendo le distanze da quella comicità seicentesca che dava al teatro l’unico ruolo di scacciapensieri.
Nell’Illuminismo vissuto da questo autore, egli scatta una fotografia fedele, anche nelle sue contraddizioni, della società dell’epoca e la modella con personaggi che incarnano, anche nei testi, i ceti sociali rappresentativi, usando persino gli oggetti di scena alla stregua di evidenziatori di un preciso ruolo nella società. Non si può non cogliere la critica all’aristocrazia veneziana, ad una nobiltà che sbiadisce e si genuflette al potere economico che, senza troppi rimpianti, accresce una nuova borghesia. Mirandolina è una fanciulla intelligente e determinata, consapevole delle sue virtù e nel suo ruolo di locandiera ha come primo interesse il profitto della sua attività ed è con questo obiettivo che si disimpegna con stile dalle insistenze ed allusioni del Conte e del Marchese. Lo fa con efficacia, vestendo alla perfezione i panni di una sorta di dottor Jekyll e signor Hyde al femminile, sdoppiandosi tra l’azione e la premeditazione delle battute, tra il modo garbato di porsi ai suoi ospiti e quella sua quasi volgarità nel pensiero che manifesta le sue vere intenzioni, tra il dialogo che permea l’azione e il monologo che da carattere a storia e personaggi.
A far da sfondo alle vicenda di questa “Locandiera” c’è comunque l’amore, o meglio un bugiardino che mette in guardia dall’uso e dall’abuso di un sentimento di cui Goldoni vuole vittima il genere maschile (qui ingenuo e servile, ma non troppo nel suo retropensiero), quasi fosse una medicina di cui l’uomo non può fare a meno, ma i cui effetti collaterali talvolta superano i benefici. Lo fa rimarcando uno stereotipo femminile che con l’amore gioca per i propri scopi, che ricorre all’inganno per i propri interessi personali, che usa la seduzione per raggiungere un obiettivo, che mostra la superfluità dell’amore materiale, ma anche dando forza all’immagine di una donna che punta a rivendicare una sua autonomia nel decidere cosa fare della propria vita e del proprio essere. Alla faccia della Commedia dell’Arte! show less
“Deggio avvisarvi, Lettor carissimo, di una picciola mutazione, che alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il cameriere della Locanda, parlava in veneziano, quando si recitò la prima volta; l'ho fatto allora per comodo show more del personaggio, solito a favellar da Brighella; ove l'ho convertito in toscano, sendo disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero. Ciò ho voluto avvertire, perché non so come la stamperà il Bettinelli; può essere ch'ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perché almeno sarà a dover penneggiato. Ma lo scrupolo ch'ei si è fatto di stampare le cose mie come io le ho abbozzate, lo farà trascurare anche questa comodità”. (La locandiera / Carlo Goldoni ; a cura di Giovanni Antonucci. - Roma : Tascabili Economici Newton, 1993).
Splendido, in questa sua precisazione sulla lingua (visto che le vicende in quel di Firenze si svolgono), il veneziano Carlo Goldoni che con “La Locandiera”, a detta di chi di teatro se ne intende, riesce a dare vita ad uno dei lavori di scrittura di stile “goldoniano” certamente tra i più riusciti e dai tratti fortemente innovativi. Parliamo di una commedia in tre atti composta nel 1751, frutto della collaborazione tra il commediografo lagunare ed il teatro Sant’Angelo, messa in scena prima della stagione carnevalesca del 1752 e contemporanea anche per l’ambientazione in cui si svolgono i fatti. Vicende che scivolano su un piano temporale in linea retta, senza salti cronologici, condensate in poco più che in un doppio giro di lancette d’orologio, recitate in prosa in uno stile fluido in cui si fa ricorso al comune discorrere, punteggiato da inflessioni toscane che danno all’insieme una pennellata di colore.
La storia è talmente nota che anche a citarla in sintesi è assai limitato il rischio del famigerato “fare spoiler” che Goldoni avrebbe forse tradotto con un “sacagnar” la mia commedia. Difficile da farsi, ancor più per la maestria con cui l’autore sa sorprenderci in modo inaspettato quando pare tutto deciso. Al centro della storia c’è la bella locandiera Mirandolina che, in quanto tale, è corteggiata da due nobili signori: il conte d’Albafiorita e il marchese di Forlipopoli. Il primo, che può contare sulla sua posizione economicamente stabile, si spende in regali tanto vistosi quanto costosi, mentre il secondo, parte di quella schiera di nobili decaduti cui resta solo un titolo con cui farsi aria, fa grandi promesse su di un futuro tranquillo e sicuro. Nessuno però ha fatto i conti con il cameriere della locanda, tal Fabrizio, innamorato di Mirandolina e uomo da maritare secondo il di lei padre che, prima di morire, lo raccomandò come il buon partito. A scompigliare le carte, in quello stile che contraddistingue l’ingegno narrativo di Goldoni, c’è pure il misogino cavalier di Ripafratta che paventa una sorta di immunità, di quasi repulsione, alla bellezza ed al fascino femminile.
CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l'amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (Al Cavaliere.)
CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho
mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l'uomo una infermità insopportabile.
Gli interpreti marcano la scena e ne divengono protagonisti, rompendo quello stile delle “maschere” fisse della Commedia dell’Arte in voga all’epoca in cui attore e personaggio erano quasi un soggetto indivisibile, molto lontano dalla visione di un attore flessibile e capace di vestire i panni di più personaggi a seconda della commedia, adattandosi ad una recitazione nuova ogni volta. “La locandiera” è un buon esempio di come Goldoni entra a gamba tesa sulla tradizione della Commedia dell’Arte, un’eredità ingombrante per lui, oggetto quindi di una singolar tenzone tra l’autore e la tradizione che darà vita ad un acceso dibattito intellettuale su obiettivi e schemi rappresentativi del teatro.
Qui Goldoni affida la sua critica a Ortensia e Dejanira che arrivano alla locanda di Mirandolina sotto le false vesti di due nobili dame e che vengono sin da subito sgamate in quanto, pur essendo due attrici, esse recitano piuttosto male. Le due donne incarnano il ruolo dello stereotipato attore della Commedia dell’Arte, maschera ripetitiva senza copione, la cui improvvisazione da canovaccio spingeva però a recitare sempre solo la stessa parte in ogni opera. A far da contraltare a tutto ciò ecco svettare la caratterizzazione della giovane locandiera, cui Goldoni affida un testo scritto che la individua per quel che essa è nella realtà immaginata e che deve essere nella sua commedia, espressione quindi di un teatro realistico che vuole portare sulla scena il mondo vero, prendendo le distanze da quella comicità seicentesca che dava al teatro l’unico ruolo di scacciapensieri.
Nell’Illuminismo vissuto da questo autore, egli scatta una fotografia fedele, anche nelle sue contraddizioni, della società dell’epoca e la modella con personaggi che incarnano, anche nei testi, i ceti sociali rappresentativi, usando persino gli oggetti di scena alla stregua di evidenziatori di un preciso ruolo nella società. Non si può non cogliere la critica all’aristocrazia veneziana, ad una nobiltà che sbiadisce e si genuflette al potere economico che, senza troppi rimpianti, accresce una nuova borghesia. Mirandolina è una fanciulla intelligente e determinata, consapevole delle sue virtù e nel suo ruolo di locandiera ha come primo interesse il profitto della sua attività ed è con questo obiettivo che si disimpegna con stile dalle insistenze ed allusioni del Conte e del Marchese. Lo fa con efficacia, vestendo alla perfezione i panni di una sorta di dottor Jekyll e signor Hyde al femminile, sdoppiandosi tra l’azione e la premeditazione delle battute, tra il modo garbato di porsi ai suoi ospiti e quella sua quasi volgarità nel pensiero che manifesta le sue vere intenzioni, tra il dialogo che permea l’azione e il monologo che da carattere a storia e personaggi.
A far da sfondo alle vicenda di questa “Locandiera” c’è comunque l’amore, o meglio un bugiardino che mette in guardia dall’uso e dall’abuso di un sentimento di cui Goldoni vuole vittima il genere maschile (qui ingenuo e servile, ma non troppo nel suo retropensiero), quasi fosse una medicina di cui l’uomo non può fare a meno, ma i cui effetti collaterali talvolta superano i benefici. Lo fa rimarcando uno stereotipo femminile che con l’amore gioca per i propri scopi, che ricorre all’inganno per i propri interessi personali, che usa la seduzione per raggiungere un obiettivo, che mostra la superfluità dell’amore materiale, ma anche dando forza all’immagine di una donna che punta a rivendicare una sua autonomia nel decidere cosa fare della propria vita e del proprio essere. Alla faccia della Commedia dell’Arte! show less
Aug 9, 2023 (Edited)Italian
La commedia più famosa di Goldoni, ammirata e recitata in tutto il mondo.
Il successo planetario è dovuto alla felice invenzione di Mirandolina, uno dei personaggi femminili più riusciti del teatro italiano e non solo. E' una delizia vedere come riesce a manipolare tutti gli uomini che la circondano senza mai superare i limiti del decoro; in fondo è una piccola tiranna senza scrupoli, ma le maniere e l'arguzia sono così irresistibili che ogni approccio moralistico viene spazzato via dal suo fascino. E' un modello di donna nuovo, che esce dai confini della rispettabilità e del pudore per acquisire altre virtù finora appannaggio quasi esclusivamente maschile, quali la furbizia e la spregiudicatezza; Mirandolina è padrona del suo show more destino, pronta sia di parola che d'azione, e la conclusione un po' moraleggiante in ossequio alle convenzioni non riesce ad offuscarne la brillantezza.
Lo stile è quello a cui ci ha abituato Goldoni, quindi leggero e improntato ad un'ironia garbata che diverte senza mai turbare il lettore.
Leggere una sua commedia è come riscoprire i sapori di una volta: familiari e rassicuranti. show less
Il successo planetario è dovuto alla felice invenzione di Mirandolina, uno dei personaggi femminili più riusciti del teatro italiano e non solo. E' una delizia vedere come riesce a manipolare tutti gli uomini che la circondano senza mai superare i limiti del decoro; in fondo è una piccola tiranna senza scrupoli, ma le maniere e l'arguzia sono così irresistibili che ogni approccio moralistico viene spazzato via dal suo fascino. E' un modello di donna nuovo, che esce dai confini della rispettabilità e del pudore per acquisire altre virtù finora appannaggio quasi esclusivamente maschile, quali la furbizia e la spregiudicatezza; Mirandolina è padrona del suo show more destino, pronta sia di parola che d'azione, e la conclusione un po' moraleggiante in ossequio alle convenzioni non riesce ad offuscarne la brillantezza.
Lo stile è quello a cui ci ha abituato Goldoni, quindi leggero e improntato ad un'ironia garbata che diverte senza mai turbare il lettore.
Leggere una sua commedia è come riscoprire i sapori di una volta: familiari e rassicuranti. show less
May 13, 2019 (Edited)Italian
Divertente e scorrevole, velocissimo da leggere (finito in una giornata, durante le pause tra una lezione universitaria e l'altra). Considerando che è il primo Classico che ho dovuto leggere interamente per l'Università e che si tratta di un opera teatrale , mi è piaciuto abbastanza.
Mar 13, 2016Italian
H1.31.4
Oct 15, 2020 (Edited)Catalan
Members
- Recently Added By
Lists
Italian Literature
556 works; 41 members
Author Information

Carlo Goldoni, the great Venetian playwright, reformed the Italian theater. In his time, the reigning theatrical genres were the melodrama and the commedia dell'artecommedia dell'arte; the one stressing musicality, the other the antics of familiar "characters" who more often than not improvised their way through a skeletal script. Goldoni's early show more Servant of Two Masters (1745) served to put an end to improvised commedia dell'arte by supplying a complete script for masterful actors; but in fact, and hardly ironically, the spirit of the old improvisors lives in modern performances of that comedy. In 1752, Goldoni went to Paris to head the Italian Theater and enjoy the patronage of the royal family, which lasted until the revolution of 1789, after which he lived and died in poverty. He wrote comedies of history, intrigue, and exotic romance, but his plays are comedies of characters and manners. Pirandello praised the latter as Goldoni's triumph. Goldoni had learned from Moliere, Shakespeare, and even Machiavelli, how to set living comic protagonists before his audience; but his genius, said Pirandello, consisted rather in taking subordinate characters---a little housemaid, for instance---and suddenly making her the center of a comedy of her own. Among Goldoni's best plays are: in Italian, The Liar (1750) and The Fan (1763); in the Venetian dialect, The Tyrants; and in French, The Beneficent Bear, which was produced for the marriage of Louis XVI and Marie Antoinette in 1771. This tribute play gave Goldoni the pleasure of seeing a work of his own performed in French on the stage where Moliere's plays had triumphed. (Bowker Author Biography) show less
Some Editions
Awards and Honors
Notable Lists
Series
Belongs to Publisher Series
Work Relationships
Is contained in
Common Knowledge
- Canonical title
- Mirandolina
- Original title
- La locandiera
- Alternate titles
- Mine hostess
- Original publication date
- 1753
- People/Characters*
- Mirandolina; Cavaliere di Ripafratta; Marchese di Forlipopoli; Conte d'Albafiorita; Fabrizio; Ortensia (show all 7); Deianira
- Important places*
- Firenze, Toscana, Italia; Toscana, Italia; Italia
- First words*
- MAR. "Fra voi e me vi è qualche differenza."
- Last words*
- (Click to show. Warning: May contain spoilers.)"Cambiando stato, voglio cambiar costume; e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore: e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera."
- Original language*
- Italiano
- Disambiguation notice*
- http://it.wikipedia.org/wiki/La_locandiera
*Some information comes from Common Knowledge in other languages. Click "Edit" for more information.
Classifications
Statistics
- Members
- 439
- Popularity
- 69,873
- Reviews
- 8
- Rating
- (3.62)
- Languages
- 8 — Catalan, English, French, German, Galician, Italian, Spanish, Swedish
- Media
- Paper, Ebook
- ISBNs
- 65
- ASINs
- 18




























































