
Sergio Quinzio
Author of La sconfitta di Dio
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ASPETTANDO IL ''SACRO'' 1 copy
Giudizio sulla storia 1 copy
Un commento alla Bibbia. Volume 4: Sulle Lettere di Paolo, le Lettere cattoliche e l'Apocalisse 1 copy
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Le ragioni del narrare 1 copy
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L'epistolario di un autore si legge anche, credo, per soddisfare curiosità più o meno confessabili intorno alla sua vita privata, ai suoi giudizi non filtrati su eventi e persone, a tutto ciò che nelle opere «formali» non appare o è troppo mediato. Le lettere di Guido Ceronetti e Sergio Quinzio deludono un poco da questo punto di vista: a parte un elenco di passaggi da un quotidiano all'altro (da parte di Quinzio), di traslochi progettati ma raramente eseguiti (da parte di Ceronetti) e show more di malanni fisici (da parte di entrambi), poco vi appare: gli eventi del mondo esterno praticamente non compaiono (nulla persino sul sequestro Moro!), mentre i giudizi troppo pesanti sui viventi sono stati quasi tutti espurgati.
L'epistolario è invece prezioso per chiarire meglio somiglianze e differenze del pensiero dei due autori: all'orrore per il mondo che li accomuna, Quinzio risponde con la sola speranza nell'intervento apocalittico di Dio, mentre per Ceronetti una salvezza possibile viene dall'arte, dalla conoscenza e in parte dall'etica. La fede di Quinzio è assurda, come lui stesso a tratti sembra ammettere: come può un Dio impotente quale è quello in cui crede – impotente perché di fronte al male intollerabile del mondo ha lasciato passare i secoli e i millenni – irrompere a un tratto nella Storia? Mi sembra di notare a tratti anche una certa durezza esclusivista nei suoi giudizi, anche nei confronti dell'amico, che è tipica del cattolicesimo. Splende per contrasto la levità di Ceronetti, il suo non volersi, nella disperazione, disperato; ma anche la sua non comune generosità.
Mi pare che l'epistolario aiuti anche a trarre un giudizio su ciò che è comune ai due autori, cioè il loro rifiuto della modernità. Nell'imputare al moderno buona parte dell'orrore della vita (si vedano, per esempio, le lamentele sulla campagna «rovinata» dalla tecnica), Ceronetti e Quinzio dimostrano, temo, oltre che un'informazione storica distorta, il pesante condizionamento del loro conservatorismo (in Quinzio per motivi di storia familiare, mentre in Ceronetti è avvertibile direttamente l'ipoteca piccolo-borghese, pur superata e trasfigurata nell'arte). Ma compiono anche quello che ai loro stessi occhi rappresenta il peccato supremo: il rifiuto del tragico. Al di là della retorica delle «magnifiche sorti e progressive», il moderno rappresenta un tentativo di rispondere all'orrore del mondo; tentativo tragico, perché contraddittorio e limitato, ma l'unico possibile agli uomini. E questo rifiuto del tragico appare bene, mi sembra, in un particolare apparentemente minore dell'epistolario. Mi riferisco alla continua ricerca di medici omeopatici e antroposofici da parte dei due autori, che si scambiano consigli in uno spasmodico tentativo di trovare cure più «umane», fino al limite dell'irresponsabilità, come nel caso di una sospetta ernia di una bambina. Nella para-modernità delle pilloline omeopatiche (di cui Ceronetti nella sua intelligenza pure si avvede, cfr. lettera n. 107), nel loro nulla inzuccherato c'è tutto il rifiuto della tragica ambivalenza del pharmakon e dell'intero progetto moderno. show less
L'epistolario è invece prezioso per chiarire meglio somiglianze e differenze del pensiero dei due autori: all'orrore per il mondo che li accomuna, Quinzio risponde con la sola speranza nell'intervento apocalittico di Dio, mentre per Ceronetti una salvezza possibile viene dall'arte, dalla conoscenza e in parte dall'etica. La fede di Quinzio è assurda, come lui stesso a tratti sembra ammettere: come può un Dio impotente quale è quello in cui crede – impotente perché di fronte al male intollerabile del mondo ha lasciato passare i secoli e i millenni – irrompere a un tratto nella Storia? Mi sembra di notare a tratti anche una certa durezza esclusivista nei suoi giudizi, anche nei confronti dell'amico, che è tipica del cattolicesimo. Splende per contrasto la levità di Ceronetti, il suo non volersi, nella disperazione, disperato; ma anche la sua non comune generosità.
Mi pare che l'epistolario aiuti anche a trarre un giudizio su ciò che è comune ai due autori, cioè il loro rifiuto della modernità. Nell'imputare al moderno buona parte dell'orrore della vita (si vedano, per esempio, le lamentele sulla campagna «rovinata» dalla tecnica), Ceronetti e Quinzio dimostrano, temo, oltre che un'informazione storica distorta, il pesante condizionamento del loro conservatorismo (in Quinzio per motivi di storia familiare, mentre in Ceronetti è avvertibile direttamente l'ipoteca piccolo-borghese, pur superata e trasfigurata nell'arte). Ma compiono anche quello che ai loro stessi occhi rappresenta il peccato supremo: il rifiuto del tragico. Al di là della retorica delle «magnifiche sorti e progressive», il moderno rappresenta un tentativo di rispondere all'orrore del mondo; tentativo tragico, perché contraddittorio e limitato, ma l'unico possibile agli uomini. E questo rifiuto del tragico appare bene, mi sembra, in un particolare apparentemente minore dell'epistolario. Mi riferisco alla continua ricerca di medici omeopatici e antroposofici da parte dei due autori, che si scambiano consigli in uno spasmodico tentativo di trovare cure più «umane», fino al limite dell'irresponsabilità, come nel caso di una sospetta ernia di una bambina. Nella para-modernità delle pilloline omeopatiche (di cui Ceronetti nella sua intelligenza pure si avvede, cfr. lettera n. 107), nel loro nulla inzuccherato c'è tutto il rifiuto della tragica ambivalenza del pharmakon e dell'intero progetto moderno. show less
Jun 25, 2014Italian
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