Vito Mancuso
Author of L'anima e il suo destino
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Works by Vito Mancuso
Hegel teologo e l'imperdonabile assenza del "Principe di questo mondo" (Italian Edition) (1996) 3 copies
Dio e il suo destino 2 copies
Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del «principe di questo mondo» : nuova edizione (2018) 1 copy, 1 review
Non ti manchi mai la gioia 1 copy
La via della bellezza 1 copy
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Common Knowledge
- Canonical name
- Mancuso, Vito
- Birthdate
- 1962-12-09
- Gender
- male
- Education
- Dottorato in S. Teologia (1996)
- Relationships
- Korlat, Jadranka (moglie)
- Nationality
- Italia
- Birthplace
- Carate Brianza, Monza e Brianza, Italia
- Map Location
- Italia
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L'ho scritto su in un post prima di leggere questo libro. Pensare per me significa dare una risposta quanto più esauriente possibile alle classiche, canoniche domande "chi-cosa-quando-dove-perchè". Le devi rivolgere prima a te stesso e poi al mondo che ti circonda. Ho scritto alla fine di quel post: "Spero davvero in una risposta di Mancuso. Spero di non finire ancora una volta in quella "nebbia" che Qoelet chiamò "hebel" e che qualcuno ha chiamato "vanità"."
Mi ripromettevo di parlarne show more a lettura del libro ultimata. Eccomi qui a scriverne. Date una occhiata ai tag che ho scelto per classificare il libro. Molta carne a cuocere, come si suol dire. Il filosofo, il professore, il credente Mancuso ha cercato di spiegare a modo suo, e in maniera eccellente, quanto poteva dire su questo elementare, naturale, quanto mai umano "bisogno" di pensare.
E' riuscito a dare una risposta? Anzi, è riuscito a rispondere alle cinque domande canoniche? Temo di no, e non per sua incapacità, intesa come scienza, coscienza e conoscenza. Lui ha ovviamente tutti gli strumenti per studiare, conoscere, pensare. Ma rimane il fatto che la parola alla quale lui non è riuscito a rispondere è quella di sempre: "mistero". Svelare il nostro mistero dell'essere. Perchè la chiave di tutto, a mio parere, sta proprio qua: decantare, svelare, squarciare, sfondare il "muro" di quello che per rimane il mistero dell'essere.
Perchè "siamo" quello che diciamo/pensiamo di essere, con tutti i nostri pensieri e bisogni? In un universo quale quello che affermiamo oggi di conoscere, un universo non più "unico" ma "multi-verso", il nostro "universo" interno si è ulteriormente allargato, espanso oltre il nostro tradizione "essere". E allora, questo significa che rimane impossibile sfondare quel "muro" che continua ad essere impenetrabile.
Una quanto mai insostenibile "leggerezza" che ci opprime dentro e fuori. Possiamo, forse, dare una risposta ai primi quattro interrogativi, ma quello finale è destinato a rimanere oscuro. Il bisogno di pensare sarà quanto mai vano perchè noi non sapremo/potremo mai dare una risposta. La "nebbia" di Qoelet continua ad avvolgerci e così sarà fino alla fine. Amen! show less
Mi ripromettevo di parlarne show more a lettura del libro ultimata. Eccomi qui a scriverne. Date una occhiata ai tag che ho scelto per classificare il libro. Molta carne a cuocere, come si suol dire. Il filosofo, il professore, il credente Mancuso ha cercato di spiegare a modo suo, e in maniera eccellente, quanto poteva dire su questo elementare, naturale, quanto mai umano "bisogno" di pensare.
E' riuscito a dare una risposta? Anzi, è riuscito a rispondere alle cinque domande canoniche? Temo di no, e non per sua incapacità, intesa come scienza, coscienza e conoscenza. Lui ha ovviamente tutti gli strumenti per studiare, conoscere, pensare. Ma rimane il fatto che la parola alla quale lui non è riuscito a rispondere è quella di sempre: "mistero". Svelare il nostro mistero dell'essere. Perchè la chiave di tutto, a mio parere, sta proprio qua: decantare, svelare, squarciare, sfondare il "muro" di quello che per rimane il mistero dell'essere.
Perchè "siamo" quello che diciamo/pensiamo di essere, con tutti i nostri pensieri e bisogni? In un universo quale quello che affermiamo oggi di conoscere, un universo non più "unico" ma "multi-verso", il nostro "universo" interno si è ulteriormente allargato, espanso oltre il nostro tradizione "essere". E allora, questo significa che rimane impossibile sfondare quel "muro" che continua ad essere impenetrabile.
Una quanto mai insostenibile "leggerezza" che ci opprime dentro e fuori. Possiamo, forse, dare una risposta ai primi quattro interrogativi, ma quello finale è destinato a rimanere oscuro. Il bisogno di pensare sarà quanto mai vano perchè noi non sapremo/potremo mai dare una risposta. La "nebbia" di Qoelet continua ad avvolgerci e così sarà fino alla fine. Amen! show less
Mi sono imbattuto in questo libro in aeroporto e l'ho acquistato per vedere se mi aiutasse a fare ordine nella mia mente se non addirittura a darmi qualche certezza. Già a metà lettura le mie speranze sono crollate ed invece di mettere ordine questo libro ha imperversato come uno tsunami nel caos interiore che già ho.
Naturalmente esagero leggermente, anche perchè delle risposte quest'opera di Vito Mancuso me le ha date. Contrariamenete a quanto di solito si spera, cioè di avere conferma show more delle proprie convinzioni, io speravo di essere smentito, e di ricevere la scintilla per aderire con convinzione al pensiero e credo comune. Niente di tutto questo.
Il teologo Mancuso ha esposto con serietà, passione, onestà intellettuale e soprattutto coraggio la sua visione di Dio ed il suo rapporto con Dio mettendoli a confronto ed in contrasto con la Chiesa, con il dogma della Chiesa cattolica. Il suo pensiero è il mio, quello che ho sempre pensato l'ho trovato esplicitato alla perfezione dall'autore.
Tutto bene allora? Ni. Effettivamente ho avuto conferma, conferma autorevole, che la certezza di Dio e la fede in Dio non te la possono dare ne la Bibbia ne tantomeno, men che meno direi, la dogmatica della Chiesa cattolica. Non volevo, in verità, avere tale conferma, speravo di essere smentito e trovare la chiave per aderire con convinzione alla comunità cattolica.
Il rapporto con Dio è personale e non ci sono gerarchie clericali e dogmi che tengano, tanto più che spesso sono in contrasto con le parole di Gesù.
All'autore muovo una critica soltanto, mi pare un tantino debole la sua volontà di appartenenza al mondo cattolico, seppur in contrasto, per il semplice motivo che in tale contesto ci è cresciuto. Ma queste sono scelte personali.
Il libro non è di semplice lettura, ci sono pagine meravigliose, cariche di pasione ed emozioni, ma ci sono anche passaggi chiave, inevitabilmente, di una pesantezza ed osticità marcata.
Tuttavia consiglio la lettura a tutti, è un libro sano ed onesto che non può che fare bene. show less
Naturalmente esagero leggermente, anche perchè delle risposte quest'opera di Vito Mancuso me le ha date. Contrariamenete a quanto di solito si spera, cioè di avere conferma show more delle proprie convinzioni, io speravo di essere smentito, e di ricevere la scintilla per aderire con convinzione al pensiero e credo comune. Niente di tutto questo.
Il teologo Mancuso ha esposto con serietà, passione, onestà intellettuale e soprattutto coraggio la sua visione di Dio ed il suo rapporto con Dio mettendoli a confronto ed in contrasto con la Chiesa, con il dogma della Chiesa cattolica. Il suo pensiero è il mio, quello che ho sempre pensato l'ho trovato esplicitato alla perfezione dall'autore.
Tutto bene allora? Ni. Effettivamente ho avuto conferma, conferma autorevole, che la certezza di Dio e la fede in Dio non te la possono dare ne la Bibbia ne tantomeno, men che meno direi, la dogmatica della Chiesa cattolica. Non volevo, in verità, avere tale conferma, speravo di essere smentito e trovare la chiave per aderire con convinzione alla comunità cattolica.
Il rapporto con Dio è personale e non ci sono gerarchie clericali e dogmi che tengano, tanto più che spesso sono in contrasto con le parole di Gesù.
All'autore muovo una critica soltanto, mi pare un tantino debole la sua volontà di appartenenza al mondo cattolico, seppur in contrasto, per il semplice motivo che in tale contesto ci è cresciuto. Ma queste sono scelte personali.
Il libro non è di semplice lettura, ci sono pagine meravigliose, cariche di pasione ed emozioni, ma ci sono anche passaggi chiave, inevitabilmente, di una pesantezza ed osticità marcata.
Tuttavia consiglio la lettura a tutti, è un libro sano ed onesto che non può che fare bene. show less
L'ennesimo tentativo di antropomorfizzare l'ineffabile. Il paradosso fondamentale. Vito Mancuso, con le sue 770 pagine di erudizione filologica, compie un'operazione tanto ambiziosa quanto, a mio avviso, intrinsecamente contraddittoria: cerca di "spiegare" razionalmente ciò che per definizione sfugge a ogni razionalizzazione. Il suo libro si presenta come un tentativo (onesto) di rendere il cristianesimo "sostenibile" per la mentalità moderna, ma finisce per cadere esattamente nella show more trappola che vorrebbe evitare: l'antropomorfizzazione dell'ineffabile.
La distinzione come premessa fittizia. L'intero edificio argomentativo di Mancuso poggia su una distinzione presentata come "evidenza": Gesù (l'uomo storico di Nazaret) da un lato, Cristo (la costruzione teologica) dall'altro. Ma questa separazione, per quanto filologicamente documentata, è già una scelta interpretativa che pretende di essere un "dato". Mancuso mi pare confonde la storia reale con gli schemi storici con cui descriviamo i fenomeni, fondando la sua ricostruzione su una contrapposizione tra mondo e "fuori dal mondo", tra reale e ideale, che rimane pur sempre una categoria filosofica umana.
L'autore distingue venti tesi parallele: Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme; Gesù aveva padre e fratelli, Cristo era figlio unico del Padre celeste; Gesù morì disperato, Cristo vittorioso. Ma questo parallelo, per quanto documentato, resta una costruzione mentale che impone allo sfuggente mistero cristiano la camicia di forza delle categorie razionali.
Il progetto di Mancuso, per quanto animato da onestà intellettuale, compie un'operazione fondamentalmente riduttiva. Egli sostiene che la salvezza in Gesù dipendeva dalla vita buona e giusta, mentre per Paolo Cristo divenne oggetto di culto religioso, con la salvezza legata alla fede nell'evento salvifico. La distinzione è chiara: Gesù predicava l'etica, Cristo rappresenta la metafisica; Gesù è "amato a sinistra", Cristo "a destra".
Ma questo schema binario, per quanto elegante, trasforma il mistero in sociologia religiosa. Il Cristo cosmico, l'ineffabile che si è fatto carne, viene dissolto in una "figura simbolica" della tensione umana alla verità. L'incarnazione diventa metafora antropologica: "due dimensioni costitutive di ognuno di noi". Mancuso antropomorfizza l'ineffabile mentre pretende di liberarlo dalle incrostazioni dogmatiche.
Il nodo cruciale sta nel trattamento della Croce. Mancuso afferma esplicitamente: "Non credo che la salvezza di un essere umano possa dipendere dalla morte in croce di Gesù. Questo lo rifiuto". La Croce viene "spostata, decentrata, dissolta in una reinterpretazione etica e simbolica", come nota la recensione de "Il Timone". Da sacrificio salvifico diventa "segno", "ispirazione", "orizzonte morale".
Ma qui si rivela l'aporia fondamentale del progetto di Mancuso: se si rimuove la scandalosa pretesa salvifica della Croce, cosa resta del cristianesimo se non una spiritualità civile, un'etica edificante paragonabile a quella di Socrate, Buddha e Confucio? Mancuso stesso colloca Gesù in questa serie di "maestri spirituali", ma così facendo lo normalizza, lo riconduce entro le categorie del comprensibile umano.
Il circolo vizioso: dal mistero teologico al mistero umano. Un mistero teologico può essere svelato soltanto dopo aver svelato il mistero umano. Mancuso crede di aver svelato entrambi con il suo schema duale: Gesù/Cristo come storia/idea, immanenza/trascendenza, orizzontale/verticale. Ma questa presunzione è doppiamente errata:
1. Il mistero umano resta intatto. Mancuso riduce la complessità dell'essere umano a due dimensioni (la ricerca del bene e la domanda di verità), ma questa è ancora una volta una mappa schematica di territori inesplorabili.
2. Conseguentemente, il mistero teologico rimane inaccessibile, o meglio, viene sostituito da una costruzione intellettuale che si spaccia per comprensione ma è solo trasposizione in altre categorie.
Particolarmente problematica è la concezione di Mancuso di una "fede personale" distinta e superiore alla "fede ecclesiastica". Questa posizione rivela "una grave incomprensione del fenomeno fede e sfocia in un relativismo mascherato da rigore critico. Ogni lettore può costruirsi il proprio "personal Jesus", come cantavano i Depeche Mode, ma questo non è cristianesimo: è bricolage spirituale postmoderno.
La fede diventa così una questione di "sensibilità individuale", dove ognuno può identificarsi "secondo la propria sensibilità" nell'equilibrio tra Gesù e Cristo. Ma se la fede è questo, perché chiamarla ancora cristiana? Perché mantenere i nomi Gesù e Cristo se il loro significato è lasciato all'arbitrio soggettivo?
L'illusione della "salvezza" razionale. Mancuso propone una "spiritualità adulta" fondata sul discernimento personale piuttosto che sul dogma. Ma qui emerge l'ultima e più profonda contraddizione: la "salvezza" di cui parla Mancuso è ancora salvezza? Se essa dipende esclusivamente dalla vita buona e giusta, dall'ortoprassi, allora è semplicemente etica. Non c'è bisogno di Cristo per questo, bastano Kant e l'imperativo categorico.
Il tentativo di Mancuso di mantenere la "dimensione trascendente" del Cristo come "figura simbolica" della tensione alla verità è un espediente retorico che non regge: o Cristo è il Dio che si fa uomo per salvare l'uomo, con tutto lo scandalo metafisico che questo comporta, oppure è una costruzione culturale che può essere apprezzata ma non adorata.
Conclusione: l'ineffabile resta ineffabile. Il libro di Mancuso è sicuramente un'opera di grande erudizione, di notevole impegno intellettuale, di sincera ricerca spirituale. Ma alla fine compie esattamente ciò che lho intuito: cerca di rendere dicibile l'indicibile, di circoscrivere con categorie umane (storia/idea, immanenza/trascendenza, ortoprassi/ortodossia) ciò che per sua natura eccede ogni categoria.
La distinzione tra Gesù e Cristo, per quanto storicamente documentabile, resta un'operazione della mente umana che pretende di "sistemare" il mistero. Ma il mistero - sia quello teologico sia quello umano - non può essere "sistemato". Ogni tentativo in questa direzione finisce per essere, appunto, un'antropomorfizzazione: proiettiamo le nostre strutture mentali sull'ineffabile e poi crediamo di averlo compreso.
Forse la vera saggezza, quella che si conquista dopo anni di vita e di riflessione, consiste proprio nel sapere che le domande fondamentali restano senza risposta, e che questo non le rende meno importanti. Anzi, forse sono proprio le domande irrisolvibili a definire la condizione umana meglio di qualsiasi certezza.
Il libro di Mancuso, con tutta la sua imponenza, finisce per essere l'ennesima dimostrazione che l'ineffabile, quando lo si vuole spiegare, sfugge necessariamente. O si accetta il paradosso dell'Incarnazione con tutta la sua scandalosa irrazionalità, oppure si rinuncia al cristianesimo in favore di un'etica spirituale universalista. Tertium non datur.
Ma Mancuso vuole avere entrambe le cose: la ragione critica moderna e il Cristo cosmico, l'onestà storica e la dimensione trascendente. Il risultato è un sistema elegante ma, alla fine, vuoto: un Cristo ridotto a simbolo, un Gesù ridotto a maestro di etica, e il mistero dissolto in categorie troppo umane. Ciò che non può essere nominato e nemmeno conosciuto a cosa serve? La domanda resta aperta. E forse è meglio così.
Mancuso ha scritto settecentosettanta pagine per dimostrare che Dio può essere compreso dalla ragione umana. Ha così dimostrato l'esatto contrario: che ogni volta che la ragione cerca di afferrare l'Assoluto, le resta in mano solo il riflesso di se stessa. Distinguere Gesù da Cristo per poi riunirli "a un livello più alto" è come smontare un mistero per capirlo: alla fine si hanno solo i pezzi, e il mistero è altrove. L'ineffabile non si lascia spiegare; al massimo, si lascia adorare o tacere. Tutto il resto è antropologia travestita da teologia. show less
La distinzione come premessa fittizia. L'intero edificio argomentativo di Mancuso poggia su una distinzione presentata come "evidenza": Gesù (l'uomo storico di Nazaret) da un lato, Cristo (la costruzione teologica) dall'altro. Ma questa separazione, per quanto filologicamente documentata, è già una scelta interpretativa che pretende di essere un "dato". Mancuso mi pare confonde la storia reale con gli schemi storici con cui descriviamo i fenomeni, fondando la sua ricostruzione su una contrapposizione tra mondo e "fuori dal mondo", tra reale e ideale, che rimane pur sempre una categoria filosofica umana.
L'autore distingue venti tesi parallele: Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme; Gesù aveva padre e fratelli, Cristo era figlio unico del Padre celeste; Gesù morì disperato, Cristo vittorioso. Ma questo parallelo, per quanto documentato, resta una costruzione mentale che impone allo sfuggente mistero cristiano la camicia di forza delle categorie razionali.
Il progetto di Mancuso, per quanto animato da onestà intellettuale, compie un'operazione fondamentalmente riduttiva. Egli sostiene che la salvezza in Gesù dipendeva dalla vita buona e giusta, mentre per Paolo Cristo divenne oggetto di culto religioso, con la salvezza legata alla fede nell'evento salvifico. La distinzione è chiara: Gesù predicava l'etica, Cristo rappresenta la metafisica; Gesù è "amato a sinistra", Cristo "a destra".
Ma questo schema binario, per quanto elegante, trasforma il mistero in sociologia religiosa. Il Cristo cosmico, l'ineffabile che si è fatto carne, viene dissolto in una "figura simbolica" della tensione umana alla verità. L'incarnazione diventa metafora antropologica: "due dimensioni costitutive di ognuno di noi". Mancuso antropomorfizza l'ineffabile mentre pretende di liberarlo dalle incrostazioni dogmatiche.
Il nodo cruciale sta nel trattamento della Croce. Mancuso afferma esplicitamente: "Non credo che la salvezza di un essere umano possa dipendere dalla morte in croce di Gesù. Questo lo rifiuto". La Croce viene "spostata, decentrata, dissolta in una reinterpretazione etica e simbolica", come nota la recensione de "Il Timone". Da sacrificio salvifico diventa "segno", "ispirazione", "orizzonte morale".
Ma qui si rivela l'aporia fondamentale del progetto di Mancuso: se si rimuove la scandalosa pretesa salvifica della Croce, cosa resta del cristianesimo se non una spiritualità civile, un'etica edificante paragonabile a quella di Socrate, Buddha e Confucio? Mancuso stesso colloca Gesù in questa serie di "maestri spirituali", ma così facendo lo normalizza, lo riconduce entro le categorie del comprensibile umano.
Il circolo vizioso: dal mistero teologico al mistero umano. Un mistero teologico può essere svelato soltanto dopo aver svelato il mistero umano. Mancuso crede di aver svelato entrambi con il suo schema duale: Gesù/Cristo come storia/idea, immanenza/trascendenza, orizzontale/verticale. Ma questa presunzione è doppiamente errata:
1. Il mistero umano resta intatto. Mancuso riduce la complessità dell'essere umano a due dimensioni (la ricerca del bene e la domanda di verità), ma questa è ancora una volta una mappa schematica di territori inesplorabili.
2. Conseguentemente, il mistero teologico rimane inaccessibile, o meglio, viene sostituito da una costruzione intellettuale che si spaccia per comprensione ma è solo trasposizione in altre categorie.
Particolarmente problematica è la concezione di Mancuso di una "fede personale" distinta e superiore alla "fede ecclesiastica". Questa posizione rivela "una grave incomprensione del fenomeno fede e sfocia in un relativismo mascherato da rigore critico. Ogni lettore può costruirsi il proprio "personal Jesus", come cantavano i Depeche Mode, ma questo non è cristianesimo: è bricolage spirituale postmoderno.
La fede diventa così una questione di "sensibilità individuale", dove ognuno può identificarsi "secondo la propria sensibilità" nell'equilibrio tra Gesù e Cristo. Ma se la fede è questo, perché chiamarla ancora cristiana? Perché mantenere i nomi Gesù e Cristo se il loro significato è lasciato all'arbitrio soggettivo?
L'illusione della "salvezza" razionale. Mancuso propone una "spiritualità adulta" fondata sul discernimento personale piuttosto che sul dogma. Ma qui emerge l'ultima e più profonda contraddizione: la "salvezza" di cui parla Mancuso è ancora salvezza? Se essa dipende esclusivamente dalla vita buona e giusta, dall'ortoprassi, allora è semplicemente etica. Non c'è bisogno di Cristo per questo, bastano Kant e l'imperativo categorico.
Il tentativo di Mancuso di mantenere la "dimensione trascendente" del Cristo come "figura simbolica" della tensione alla verità è un espediente retorico che non regge: o Cristo è il Dio che si fa uomo per salvare l'uomo, con tutto lo scandalo metafisico che questo comporta, oppure è una costruzione culturale che può essere apprezzata ma non adorata.
Conclusione: l'ineffabile resta ineffabile. Il libro di Mancuso è sicuramente un'opera di grande erudizione, di notevole impegno intellettuale, di sincera ricerca spirituale. Ma alla fine compie esattamente ciò che lho intuito: cerca di rendere dicibile l'indicibile, di circoscrivere con categorie umane (storia/idea, immanenza/trascendenza, ortoprassi/ortodossia) ciò che per sua natura eccede ogni categoria.
La distinzione tra Gesù e Cristo, per quanto storicamente documentabile, resta un'operazione della mente umana che pretende di "sistemare" il mistero. Ma il mistero - sia quello teologico sia quello umano - non può essere "sistemato". Ogni tentativo in questa direzione finisce per essere, appunto, un'antropomorfizzazione: proiettiamo le nostre strutture mentali sull'ineffabile e poi crediamo di averlo compreso.
Forse la vera saggezza, quella che si conquista dopo anni di vita e di riflessione, consiste proprio nel sapere che le domande fondamentali restano senza risposta, e che questo non le rende meno importanti. Anzi, forse sono proprio le domande irrisolvibili a definire la condizione umana meglio di qualsiasi certezza.
Il libro di Mancuso, con tutta la sua imponenza, finisce per essere l'ennesima dimostrazione che l'ineffabile, quando lo si vuole spiegare, sfugge necessariamente. O si accetta il paradosso dell'Incarnazione con tutta la sua scandalosa irrazionalità, oppure si rinuncia al cristianesimo in favore di un'etica spirituale universalista. Tertium non datur.
Ma Mancuso vuole avere entrambe le cose: la ragione critica moderna e il Cristo cosmico, l'onestà storica e la dimensione trascendente. Il risultato è un sistema elegante ma, alla fine, vuoto: un Cristo ridotto a simbolo, un Gesù ridotto a maestro di etica, e il mistero dissolto in categorie troppo umane. Ciò che non può essere nominato e nemmeno conosciuto a cosa serve? La domanda resta aperta. E forse è meglio così.
Mancuso ha scritto settecentosettanta pagine per dimostrare che Dio può essere compreso dalla ragione umana. Ha così dimostrato l'esatto contrario: che ogni volta che la ragione cerca di afferrare l'Assoluto, le resta in mano solo il riflesso di se stessa. Distinguere Gesù da Cristo per poi riunirli "a un livello più alto" è come smontare un mistero per capirlo: alla fine si hanno solo i pezzi, e il mistero è altrove. L'ineffabile non si lascia spiegare; al massimo, si lascia adorare o tacere. Tutto il resto è antropologia travestita da teologia. show less
Questo libro non può essere letto come un altro comune libro. Va invece studiato, sottolineato, commentato, letto, riletto, rivisto, annotato, confrontato, documentato, approfondito... insomma Francesco Bacone aveva ragione quando diceva che si sono libri che vanno masticati, assaporati, digeriti... 10 capitoli, una conclusione, il tutto elaborato in 129 schede. L'ultima di questa ha per titolo "Essere uomini" per "amare la vita" .... e proprio in questa architettura complessa e meditata si show more rivela l'ambizione dell'opera di Mancuso: non offrire una risposta preconfezionata al mistero dell'anima, ma accompagnare il lettore in un percorso di scoperta che richiede tempo, pazienza intellettuale e onestà esistenziale.
Le 129 schede non sono semplici paragrafi numerati, ma stazioni di un itinerario filosofico e spirituale dove ciascuna rappresenta un momento di riflessione che si sedimenta nell'altra, costruendo progressivamente un edificio concettuale solido eppure pervaso da quella ricerca inquieta che caratterizza ogni autentica domanda sull'essere umano. Mancuso non teme di confrontarsi con la tradizione – da Platone ad Agostino, da Tommaso a Spinoza – ma neppure di dialogare con la scienza contemporanea, dalla biologia evoluzionistica alle neuroscienze, in un tentativo sincero di superare l'antica frattura tra fede e ragione.
La scelta di concludere con "Essere uomini" per "amare la vita" non è casuale né retorica: è il punto d'approdo di un pensiero che rifiuta ogni dualismo mortificante, ogni spiritualismo disincarnato. L'anima, per Mancuso, non è un'entità separata dal corpo, un fantasma imprigionato nella macchina, ma la qualità relazionale dell'essere, quella capacità di trascendere se stessi nell'apertura all'altro, al mondo, al senso.
È un libro che chiede al lettore di essere attivo, complice, coautore della propria comprensione. Le sottolineature che vi apporremo saranno diverse per ciascuno, perché diverse sono le domande che portiamo, le ferite che custodiamo, le speranze che coltiviamo. E forse proprio in questo sta la sua grandezza: nel restituirci la dignità di pensatori, chiamandoci a una responsabilità intellettuale ed etica che non può essere delegata. show less
Le 129 schede non sono semplici paragrafi numerati, ma stazioni di un itinerario filosofico e spirituale dove ciascuna rappresenta un momento di riflessione che si sedimenta nell'altra, costruendo progressivamente un edificio concettuale solido eppure pervaso da quella ricerca inquieta che caratterizza ogni autentica domanda sull'essere umano. Mancuso non teme di confrontarsi con la tradizione – da Platone ad Agostino, da Tommaso a Spinoza – ma neppure di dialogare con la scienza contemporanea, dalla biologia evoluzionistica alle neuroscienze, in un tentativo sincero di superare l'antica frattura tra fede e ragione.
La scelta di concludere con "Essere uomini" per "amare la vita" non è casuale né retorica: è il punto d'approdo di un pensiero che rifiuta ogni dualismo mortificante, ogni spiritualismo disincarnato. L'anima, per Mancuso, non è un'entità separata dal corpo, un fantasma imprigionato nella macchina, ma la qualità relazionale dell'essere, quella capacità di trascendere se stessi nell'apertura all'altro, al mondo, al senso.
È un libro che chiede al lettore di essere attivo, complice, coautore della propria comprensione. Le sottolineature che vi apporremo saranno diverse per ciascuno, perché diverse sono le domande che portiamo, le ferite che custodiamo, le speranze che coltiviamo. E forse proprio in questo sta la sua grandezza: nel restituirci la dignità di pensatori, chiamandoci a una responsabilità intellettuale ed etica che non può essere delegata. show less
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