Giovanni Pascoli (1855–1912)
Author of Myricae
About the Author
After a youth filled with more than a normal share of personal sorrows, Pascoli, who was born in Romagna and educated at Bologna, went on to become a classical scholar of the first order, eventually succeeding to the chair held by Giosue Carducci at the University of Bologna. He has been belatedly show more recognized as Italy's seminal modernist. His best poetry is the Myricae (1891) and the Songs of Castelvecchio (1903). His Latin poetry won the leading prizes in Europe, and his studies of Italian authors, especially Leopardi and Dante, help to illuminate his own poetics. (Bowker Author Biography) show less
Image credit: Drawing by Pascoli himself (1909)
Works by Giovanni Pascoli
Thallusa 7 copies
Prose 5 copies
3: Poemi conviviali: Poemi italici e canzoni di re Enzio: Poemi del Risorgimento: Inno a Roma: Inno a Torino (1997) 5 copies
Lyra: (Catullo, Orazio) 5 copies
Poemi del Risorgimento 4 copies
Poemi italici e canzoni di re Enzio 4 copies
Antologia lirica 4 copies
11: Giovanni Pascoli 3 copies
Carmina 3 copies
Limpido rivo: prose e poesie 3 copies
Pomponia Graecina 2 copies
Poesie latine 2 copies
La casa in collina 2 copies
Saturae 2 copies
Saggi di critica e di estetica 2 copies
Traduzioni e riduzioni 2 copies
Opere. Tomi 1 e 2. La letteratura italiana, storia e testi, volume 61. — Author — 1 copy
2: Nuovi poemetti 1 copy
POESIE 1 copy
Lyra: Fauni vatesque ... 1 copy
Poesie famigliari 1 copy
Epos (Volume primo) 1 copy
Poèmes conviviaux 1 copy
Poemetti cristiani 1 copy
Nuovi Poemetti 1 copy
Opere, 2 voll. 1 copy
Ausgewaehlte Gedichte 1 copy
Lyra Romana 1 copy
Opere - volume 2 — Author — 1 copy
Appendix pascoliana 1 copy
Ultima linea 1 copy
Scritti danteschi 1 copy
Cento Poesie 1 copy
Il libro 1 copy
Vita, poetica, opere scelte 1 copy
Conferenze e studi danteschi 1 copy
La mirabile visione 1 copy
Poemi cristiani dai Carmina 1 copy
Dai Canti di Castelvecchio 1 copy
Un cielo visto nel sogno 1 copy
Pascoli tradotto da Sbarbaro 1 copy
Poesie latine = Carmina 1 copy
Testi teatrali inediti 1 copy
Antologia 1 copy
Fanum apollonis 1 copy
Associated Works
Poems Bewitched and Haunted (Everyman's Library Pocket Poets Series) (2005) — Contributor — 231 copies
Carducci, Pascoli e D'Annunzio: antologia poetica per uso delle scuole medie — Contributor — 4 copies
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Common Knowledge
- Canonical name
- Pascoli, Giovanni
- Birthdate
- 1855-12-31
- Date of death
- 1912-04-06
- Gender
- male
- Education
- University of Bologna
- Occupations
- poet
teacher - Nationality
- Italy
- Birthplace
- San Mauro di Romagna, Italy
- Places of residence
- Castelvecchio, Italy
- Place of death
- Bologna, Italy
- Burial location
- Barga, Lucca, Italy
- Associated Place (for map)
- Italy
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For those who love the "smell" of past, almost definitely lost things; the countryside life, the family affections, the joy for simple things, seen through the eyes, the ears and the nostalgic heart of a nineteenth century poet. I have enjoyed many of the poems, not the whole, as too often (and therefore predictably) death and despair is the closing theme of the compositions.
Il tema dell'autunno trova spazio in una serie di poesie di Giovanni Pascoli raccolte sotto il titolo "Diario autunnale". Queste composizioni chiudono l'edizione dei "Canti di Castelvecchio". Sono otto liriche pubblicate nel 1907 ed entrate nei Canti solo in appendice alla quinta edizione del 1910.
I luoghi e le date alle singole poesie sono da collocarsi negli ultimi due mesi del 1907, nel periodo trascorso dal Poeta tra Bologna e San Mauro, da dove fece ritorno a Castelvecchio verso la show more metà di dicembre. Le poesie formano un'opera complessa e di non facile comprensione. I contenuti sono quanto mai variabili, come diverso è il metro usato. Abbondano i simboli ed anche le allegorie.
Ma sopratutto è necessario conoscere i luoghi dove il poeta costruisce i suoi scenari. Se si vuole trovare un "messaggio" in tema d'autunno, va detto che in queste composizioni c'è una "dimensione regressiva nei confronti della vita, un pessimismo della coscienza in direzione della fanciullezza, età serena, a contatto con la madre, tempo di maggiore felicità per il poeta.
Da quel momento la vita si è trasformata in un esilio su questa terra e un tormento. Questo ritorno nel grembo materno, che compare in tanti canti, rappresenta una pulsione di tipo antropologico, ancestrale, che coinvolge tutti gli esseri umani."
C'è da chiedersi, comunque, quanto possa essere reale una volontà di questo tipo durante l'attività creativa di un qualsiasi artista. E' vero che nel poeta Pascoli avvertiamo costantemente lo spalancarsi dell'universo in una vastità sconfinata e sconfortante. La Terra sprofonda e scompare in essa e comunica al poeta il senso di una profonda solitudine che sembra sfociare in una nostalgia di cieli dello spirito.
Questo inquieto desiderio rimane, comunque, quasi sempre inespresso. Ma Dio resta assente. Forse questa sua assenza fa sentire ancora più forte la sua"presenza". In queste poesie "autunnali", come in tutta la poesia di Giovanni Pascoli, si avverte un ordine latente non rivelato: emozioni, sensazioni, affetti d'inverno, poi di primavera, poi d'estate, poi d'autunno, poi ancora un po' di inverno come in un ciclo senza fine. Il ciclo della vita e dei suoi ritorni.
Nel quadro della prima composizione il poeta si rivolge ad una misteriosa figura lontana ed inespressa chiedendosi cosa facciano piangere i crisantemi nella loro vana bellezza, su quel silenzioso belvedere. "Lei" non ci sarà quest'anno in questo giorno che chiaramente è quello che ricorda i defunti. I versi, infatti, portano la data del primo novembre.
Non potrà più tornare. Lo dice anche il suono della campana. Ma i passarottini sì che torneranno. Dove ci troviamo? Quella "altana" senza dubbio fa parte di uno scenario in cui il silenzio regna sovrano. Eppure le "cincie" possono andare e ritornare con il loro canto libero.
I
Bologna, 1 novembre.
Che fanno là, presso la muta altana,
i crisantemi, i nostri fior, che fanno?
Oh! stanno là, con la beltà lor vana,
a capo chino, lagrimando, stanno.
Pensano che quest'anno sei lontana,
lagrimano che non ci sei quest'anno.
Non torna più! mormora la campana…
Ma le cincie: Sì! Sì! Ritorneranno!
Nella seconda poesia l'occhio del poeta si posa su di un lungo viale che porta verso il famoso cenobio di eremiti che va sotto il nome di San Michele in Bosco. I pochi versi non possono dare al lettore nella giusta maniera l'idea dei luoghi dove il poeta si accinge a parlare del tema della giornata che porta la data del 2 novembre: la morte.
E di cosa possono parlare mentre camminano quella lunga fila di preti, lungo quel viale, se non di morte? L'mponente complesso architettonico comprendente la chiesa e l'adiacente ex-convento degli Olivetani, uno dei più grandiosi e ameni d'Italia. Si erge in uno dei punti più panoramici dei colli a ridosso di Bologna e il suo sagrato costituisce uno splendido balcone sulla città e sulla pianura fino alla catena alpina.
Di origini remote, la chiesa venne ricostruita in epoca medievale e riedificata nelle forme attuali nel sec. XV e tra il 1517 e il 1523 dai monaci Olivetani qui insediati fin dal 1364. Queste figure nere di preti vanno, non si sa bene dove. Ma non importa. Forse vanno a guardare l'agonia del sole. Forse è il tramonto. Ma parlano di morte cammindo sulle foglie morte.
II
Bologna, 2 novembre
Per il viale, neri lunghi stor
facendo tutto a man a man più fosco,
passano: preti, nella nebbia informi,
che vanno in riga a San Michele in Bosco.
Vanno. Tra loro parlano di morte.
Cadono sopra loro foglie morte.
Sono con loro morte foglie sole.
Vanno a guardare l'agonia del sole.
Nella terza poesia le parole chiave sono: il campanello d'oro, il cuore, la messa, le foglie secche, il tempo…
III
Torre di San Mauro.
Notte dal 9 al 10 novembre.
Dormii sopra la chiesa della Torre.
Cantar, la notte, udii soave e piano.
Udii, tra sonno e sonno, voci e passi,
e tintinnire il campanello d'oro,
ed un fruscìo di pii bisbigli bassi,
ed un ronzìo d'alte preghiere in coro,
ed una gloria d'organo canoro,
che dileguava a sospirar lontano.
A sospirar così soave e piano!
Era una messa. Santo! Santo! Santo!
Ma eran voci morte che cantare
udii la notte fino sul mattino:
un morto prete curvo su l'altare,
un bimbo morto ritto sul gradino,
con su le spalle il suo lenzuol di lino
in che l'avvolse la sua madre in pianto.
Era la messa. Santo! Santo! Santo!
Ma sul mattino ecco garrir gli uccelli:
- No: era il vento quel ronzìo che udisti,
erano pioggia quei bisbigli bassi.
Frusciavan alto i vecchi abeti tristi,
brusivan cupo i tristi vecchi tassi.
Erano foglie, foglie secche, i passi,
cadute ai vecchi tigli, ai vecchi ornelli. -
Così garrendo mi dicean gli uccelli.
E i vecchi alberi: - Il tempo, come corre!
Quel campanello era il tuo vecchio cuore,
in cui battean vecchie memorie care;
ma le altre voci, fievoli o sonore,
di noi, non le potevi ricordare…
Siamo di dopo!… A que' tuoi giorni, pare,
tutto era a prato avanti quella Torre. -
La quarta composizione vede i bambini nel nido con le ali rotte e la luna che ascolta mentre il cielo sale in cerca di stelle che non trova.
IV
Bologna, 14 novembre.
La luna par che adagio si avvicini
a San Michele, e guardi nel Convento.
No: non ci sono frati, ma bambini…
fuori del nido. Ella ristà tra il vento.
Han l'ali rotte… Ma nei letti bianchi
dormono in lunghe file, come stanchi;
stanchi di voli, ora sognati almeno,
che poi la madre li raccoglie al seno.
La luna ascolta. Non li vuol destare
ma vuol vedere; e se ne va, ma sale.
Illuminare deve i monti e il mare,
ma un raggio manda anche sul lor guanciale.
E sale il cielo, l'alto cielo buono;
cerca le stelle in cielo: dove sono?…
e corre e cerca: dove mai son elle?…
Vuol dir la cosa alle virginee stelle.
Nella quinta poesia compare il torrente Aposa. L' Aposa è l' unico corso d' acqua naturale fra i tanti che attraversano Bologna. L' importanza del torrente Aposa per Bologna è documentata fin dall' età del ferro, quando costituiva il naturale limite orientale dell' abitato, separandolo dai sepolcreti situati a est e a sud.
L' attuale tracciato urbano dell' Aposa coincide con l' alveo naturale. Oggi è interamente coperto. Il torrente entra nel suo corso sotterraneo ancora fuori dalle mura, in prossimità di via Roncrio. Il suo ingresso in città ha luogo sotto alle antiche mura tra le porte San Mamolo e Castiglione, dove ancora è visibile il Serraglio dell' Aposa, che conteneva all' interno le macchine per l'azionamento di una grata.
Poi il corso prosegue quasi in linea retta fino a via del Pallone, presso la Montagnola, dove confluisce nel canale delle Moline. Quest' ultimo poi termina in via Bovi Campeggi ove si getta nel canale Navile.
V
Bologna, 20 novembre
Il ponte sull'Aposa
Aposa trista! Il povero al tuo ponte
sosta, e non altri. Siede sul sedile,
né guarda: non a valle non a monte:
non alle torri lunghe e sdutte, che oggi
sfumano in grigio, non a quelle file
d'alti cipressi tra i castagni roggi:
ascolta, a capo chino, ad occhi bassi,
te che laggiù brontoli cupa, e passi.
A te vengono gli uomini infelici,
Aposa trista! E nella solitaria
notte a qualcuno tristi cose dici.
T'ascolta a lungo. E poi, quando una foglia
secca di platano, a un brivido d'aria,
sembra un fruscìo di gonna su la soglia:
ecco, quell'uomo non è più: dirupa…
tu passi, e dopo un po' brontoli cupa.
Aposa trista! E l'Aposa risponde:
- Vien l'usignolo, a marzo, tra le acace!
Al gorgoglìo delle mie picciole onde
sta prima attento, a lungo impara, e tace.
Ma poi di canto m'empie le due sponde;
e il canto suo già mio singulto fu.
Canta al suo nido, al nido suo di fronde,
di quelle fronde che cadono giù… -
Può apparire strano che il Poeta decida di scrivere di narcisi, un fiore che di norma fiorisce a primavera, datando la sua poesia "12 decembre". In effetti i narcisi a cui il Pascoli si riferisce sono i bulbi dello stesso fiore che in genere sono messi a dimora nei vasi su terrazzi e negli appartamenti in quel periodo dell'anno.
La moltiplicazione avviene per mezzo dei bulbi piantati in settembre-ottobre. Le cultivar forzate vengono coltivate anche sotto serre mobili con o senza riscaldamento. Sono molto diffusi invece a primavera, in montagna. Ora siamo in pieno autunno, che sta per cedere il passo all'inverno. Il fiore di cui parla Pascoli ha per "cuna (culla), un vaso e non la zolla; terriccio a letto, e non la madre terra".
Il futuro fiore è destinato a non soffrire le pene delle foglie che invece dovranno "stridere" ed "accartocciarsi" per morire al freddo. Questi narcisi fioriranno "lieti, belli e soli". Gli loro"fratelli", i narcisi cresciuti ai "primi caldi dopo il verno", potranno "odorar tutti al cominciar d'aprile!".
Ma anch'essi saranno destinati a morire "alla falce che agguaglia erbe e narcissi". Il poeta sembra quasi chiedersi se sia meglio crescere e vivere in solitudine ed in maniera forzata, oppure in compagnia e secondo natura. tanto la falce sarà eguale per tutti.
VI
Bologna, 12 decembre.
Narcissi
- Narcissi d'oro, candidi narcissi,
voi che corona avete oltre corolla:
per cuna aveste un vaso, e non la zolla;
terriccio a letto, e non la madre terra.
Per gli altri il freddo, ma per voi la serra;
morivan gli altri, e voi veniste in boccia.
Ora ogni foglia stride e s'accartoccia;
e voi fiorite, lieti, belli, e soli. -
- Oh! i primi caldi dopo il verno, e i voli
delle farfalle, e i canti dei fringuelli!
Al sole uscir con tutti i suoi fratelli,
odorar tutti al cominciar d'aprile!
al vento, all'acqua, a gruppi a macchie a file,
in tanti, in tanti, da sfiorire in pace!
nel prato, con le altr'erbe, fin che piace
alla falce che agguaglia erbe e narcissi. -
Questa poesia è un continuo "revenant", un andare avanti e indietro nel tempo, tra il tempo dell'autunno e quello della primavera. Come in un sogno che sembra vero, e la realtà che sembra sogno. I quattro peri fioriti, la quercia con il musco, l'edera e il verde, marzo e decembre, "alba somiglia a sera, eppure altro è il principio, altro la fine". Le poche piccole foglie rimaste sull'albero a tremare non sanno che il gelo in arrivo le fulminerà.
VII
Castelvecchio, 15 decembre.
Nell'orto
A casa mia giunto sul vespro alfine,
io vedo un sogno ch'è pur cosa vera.
I quattro peri che piantai nell'orto
a circondar la conca d'arenaria,
vedo fioriti! E il cielo è bigio e smorto,
la nebbia fuma, fredda punge l'aria:
la neve è su la Pania solitaria…
- Allora, a marzo, o che lassù non c'era? -
E tutto cade, tutto va, si perde;
il fiume va come una folla in pianto.
La quercia ha il musco e l'edera, di verde:
sui verdi rami ha un suo gran rosso manto.
Sol foglie secche, e i vostri fior soltanto!…
- O non era così di primavera? -
Marzo a decembre, alba somiglia a sera!
Eppure altro è il principio, altro la fine.
Vedo tremare un poco le fogline
delle corolle al vento che le sfiora.
Avete il tempo, arbusti miei, sbagliato:
ora non viene la dolciura in cielo.
Non si prepara a rifiorire il prato:
viene la brina e mangia ogni suo stelo.
Viene la brina, ed anche viene il gelo…
- E così dunque non accadde allora? -
Ma il monte allora ritornò turchino,
e fiorirono i peschi e gli albicocchi.
Era fiorito il mandorlo e il susino,
metteva il melo foglie e fiori a gli occhi.
Fiori per tutto, a spighe, a mazzi, a fiocchi…
- A noi, col gelo li strinò l'aurora! -
Poveri arbusti! E si riprovan ora.
Oh! videro fiorire anche le spine!…
Occhio alla data di composizione di questa poesia che chiude il ciclo del "Diario autunnale". E' il 21 dicembre, il giorno più corto dell'anno …
VIII
Castelvecchio, 21 decembre.
Io sento il suono dell'antica avena
su l'alba ancora scialba ma serena.
Ed ecco il monte trascolora in rosa,
splendono i vetri a tutte le finestre.
E gente va, che vuol saper la cosa,
per le callaie e per le vie maestre.
Va dove il placido organo silvestre
canta l'antica sacra cantilena.
E` un pastor bianco al pari della neve,
che non ha casa ed anco all'otre beve.
Dice: - Era il sole per fuggir dal cielo.
Oggi s'è fermo e tornerà pian piano.
Piccolo è il seme, ma fa lungo stelo;
il seme è poco, ma fa tanto grano:
ed il buon Sole per un anno sano
semina, o genti, il giorno suo più breve. show less
I luoghi e le date alle singole poesie sono da collocarsi negli ultimi due mesi del 1907, nel periodo trascorso dal Poeta tra Bologna e San Mauro, da dove fece ritorno a Castelvecchio verso la show more metà di dicembre. Le poesie formano un'opera complessa e di non facile comprensione. I contenuti sono quanto mai variabili, come diverso è il metro usato. Abbondano i simboli ed anche le allegorie.
Ma sopratutto è necessario conoscere i luoghi dove il poeta costruisce i suoi scenari. Se si vuole trovare un "messaggio" in tema d'autunno, va detto che in queste composizioni c'è una "dimensione regressiva nei confronti della vita, un pessimismo della coscienza in direzione della fanciullezza, età serena, a contatto con la madre, tempo di maggiore felicità per il poeta.
Da quel momento la vita si è trasformata in un esilio su questa terra e un tormento. Questo ritorno nel grembo materno, che compare in tanti canti, rappresenta una pulsione di tipo antropologico, ancestrale, che coinvolge tutti gli esseri umani."
C'è da chiedersi, comunque, quanto possa essere reale una volontà di questo tipo durante l'attività creativa di un qualsiasi artista. E' vero che nel poeta Pascoli avvertiamo costantemente lo spalancarsi dell'universo in una vastità sconfinata e sconfortante. La Terra sprofonda e scompare in essa e comunica al poeta il senso di una profonda solitudine che sembra sfociare in una nostalgia di cieli dello spirito.
Questo inquieto desiderio rimane, comunque, quasi sempre inespresso. Ma Dio resta assente. Forse questa sua assenza fa sentire ancora più forte la sua"presenza". In queste poesie "autunnali", come in tutta la poesia di Giovanni Pascoli, si avverte un ordine latente non rivelato: emozioni, sensazioni, affetti d'inverno, poi di primavera, poi d'estate, poi d'autunno, poi ancora un po' di inverno come in un ciclo senza fine. Il ciclo della vita e dei suoi ritorni.
Nel quadro della prima composizione il poeta si rivolge ad una misteriosa figura lontana ed inespressa chiedendosi cosa facciano piangere i crisantemi nella loro vana bellezza, su quel silenzioso belvedere. "Lei" non ci sarà quest'anno in questo giorno che chiaramente è quello che ricorda i defunti. I versi, infatti, portano la data del primo novembre.
Non potrà più tornare. Lo dice anche il suono della campana. Ma i passarottini sì che torneranno. Dove ci troviamo? Quella "altana" senza dubbio fa parte di uno scenario in cui il silenzio regna sovrano. Eppure le "cincie" possono andare e ritornare con il loro canto libero.
I
Bologna, 1 novembre.
Che fanno là, presso la muta altana,
i crisantemi, i nostri fior, che fanno?
Oh! stanno là, con la beltà lor vana,
a capo chino, lagrimando, stanno.
Pensano che quest'anno sei lontana,
lagrimano che non ci sei quest'anno.
Non torna più! mormora la campana…
Ma le cincie: Sì! Sì! Ritorneranno!
Nella seconda poesia l'occhio del poeta si posa su di un lungo viale che porta verso il famoso cenobio di eremiti che va sotto il nome di San Michele in Bosco. I pochi versi non possono dare al lettore nella giusta maniera l'idea dei luoghi dove il poeta si accinge a parlare del tema della giornata che porta la data del 2 novembre: la morte.
E di cosa possono parlare mentre camminano quella lunga fila di preti, lungo quel viale, se non di morte? L'mponente complesso architettonico comprendente la chiesa e l'adiacente ex-convento degli Olivetani, uno dei più grandiosi e ameni d'Italia. Si erge in uno dei punti più panoramici dei colli a ridosso di Bologna e il suo sagrato costituisce uno splendido balcone sulla città e sulla pianura fino alla catena alpina.
Di origini remote, la chiesa venne ricostruita in epoca medievale e riedificata nelle forme attuali nel sec. XV e tra il 1517 e il 1523 dai monaci Olivetani qui insediati fin dal 1364. Queste figure nere di preti vanno, non si sa bene dove. Ma non importa. Forse vanno a guardare l'agonia del sole. Forse è il tramonto. Ma parlano di morte cammindo sulle foglie morte.
II
Bologna, 2 novembre
Per il viale, neri lunghi stor
facendo tutto a man a man più fosco,
passano: preti, nella nebbia informi,
che vanno in riga a San Michele in Bosco.
Vanno. Tra loro parlano di morte.
Cadono sopra loro foglie morte.
Sono con loro morte foglie sole.
Vanno a guardare l'agonia del sole.
Nella terza poesia le parole chiave sono: il campanello d'oro, il cuore, la messa, le foglie secche, il tempo…
III
Torre di San Mauro.
Notte dal 9 al 10 novembre.
Dormii sopra la chiesa della Torre.
Cantar, la notte, udii soave e piano.
Udii, tra sonno e sonno, voci e passi,
e tintinnire il campanello d'oro,
ed un fruscìo di pii bisbigli bassi,
ed un ronzìo d'alte preghiere in coro,
ed una gloria d'organo canoro,
che dileguava a sospirar lontano.
A sospirar così soave e piano!
Era una messa. Santo! Santo! Santo!
Ma eran voci morte che cantare
udii la notte fino sul mattino:
un morto prete curvo su l'altare,
un bimbo morto ritto sul gradino,
con su le spalle il suo lenzuol di lino
in che l'avvolse la sua madre in pianto.
Era la messa. Santo! Santo! Santo!
Ma sul mattino ecco garrir gli uccelli:
- No: era il vento quel ronzìo che udisti,
erano pioggia quei bisbigli bassi.
Frusciavan alto i vecchi abeti tristi,
brusivan cupo i tristi vecchi tassi.
Erano foglie, foglie secche, i passi,
cadute ai vecchi tigli, ai vecchi ornelli. -
Così garrendo mi dicean gli uccelli.
E i vecchi alberi: - Il tempo, come corre!
Quel campanello era il tuo vecchio cuore,
in cui battean vecchie memorie care;
ma le altre voci, fievoli o sonore,
di noi, non le potevi ricordare…
Siamo di dopo!… A que' tuoi giorni, pare,
tutto era a prato avanti quella Torre. -
La quarta composizione vede i bambini nel nido con le ali rotte e la luna che ascolta mentre il cielo sale in cerca di stelle che non trova.
IV
Bologna, 14 novembre.
La luna par che adagio si avvicini
a San Michele, e guardi nel Convento.
No: non ci sono frati, ma bambini…
fuori del nido. Ella ristà tra il vento.
Han l'ali rotte… Ma nei letti bianchi
dormono in lunghe file, come stanchi;
stanchi di voli, ora sognati almeno,
che poi la madre li raccoglie al seno.
La luna ascolta. Non li vuol destare
ma vuol vedere; e se ne va, ma sale.
Illuminare deve i monti e il mare,
ma un raggio manda anche sul lor guanciale.
E sale il cielo, l'alto cielo buono;
cerca le stelle in cielo: dove sono?…
e corre e cerca: dove mai son elle?…
Vuol dir la cosa alle virginee stelle.
Nella quinta poesia compare il torrente Aposa. L' Aposa è l' unico corso d' acqua naturale fra i tanti che attraversano Bologna. L' importanza del torrente Aposa per Bologna è documentata fin dall' età del ferro, quando costituiva il naturale limite orientale dell' abitato, separandolo dai sepolcreti situati a est e a sud.
L' attuale tracciato urbano dell' Aposa coincide con l' alveo naturale. Oggi è interamente coperto. Il torrente entra nel suo corso sotterraneo ancora fuori dalle mura, in prossimità di via Roncrio. Il suo ingresso in città ha luogo sotto alle antiche mura tra le porte San Mamolo e Castiglione, dove ancora è visibile il Serraglio dell' Aposa, che conteneva all' interno le macchine per l'azionamento di una grata.
Poi il corso prosegue quasi in linea retta fino a via del Pallone, presso la Montagnola, dove confluisce nel canale delle Moline. Quest' ultimo poi termina in via Bovi Campeggi ove si getta nel canale Navile.
V
Bologna, 20 novembre
Il ponte sull'Aposa
Aposa trista! Il povero al tuo ponte
sosta, e non altri. Siede sul sedile,
né guarda: non a valle non a monte:
non alle torri lunghe e sdutte, che oggi
sfumano in grigio, non a quelle file
d'alti cipressi tra i castagni roggi:
ascolta, a capo chino, ad occhi bassi,
te che laggiù brontoli cupa, e passi.
A te vengono gli uomini infelici,
Aposa trista! E nella solitaria
notte a qualcuno tristi cose dici.
T'ascolta a lungo. E poi, quando una foglia
secca di platano, a un brivido d'aria,
sembra un fruscìo di gonna su la soglia:
ecco, quell'uomo non è più: dirupa…
tu passi, e dopo un po' brontoli cupa.
Aposa trista! E l'Aposa risponde:
- Vien l'usignolo, a marzo, tra le acace!
Al gorgoglìo delle mie picciole onde
sta prima attento, a lungo impara, e tace.
Ma poi di canto m'empie le due sponde;
e il canto suo già mio singulto fu.
Canta al suo nido, al nido suo di fronde,
di quelle fronde che cadono giù… -
Può apparire strano che il Poeta decida di scrivere di narcisi, un fiore che di norma fiorisce a primavera, datando la sua poesia "12 decembre". In effetti i narcisi a cui il Pascoli si riferisce sono i bulbi dello stesso fiore che in genere sono messi a dimora nei vasi su terrazzi e negli appartamenti in quel periodo dell'anno.
La moltiplicazione avviene per mezzo dei bulbi piantati in settembre-ottobre. Le cultivar forzate vengono coltivate anche sotto serre mobili con o senza riscaldamento. Sono molto diffusi invece a primavera, in montagna. Ora siamo in pieno autunno, che sta per cedere il passo all'inverno. Il fiore di cui parla Pascoli ha per "cuna (culla), un vaso e non la zolla; terriccio a letto, e non la madre terra".
Il futuro fiore è destinato a non soffrire le pene delle foglie che invece dovranno "stridere" ed "accartocciarsi" per morire al freddo. Questi narcisi fioriranno "lieti, belli e soli". Gli loro"fratelli", i narcisi cresciuti ai "primi caldi dopo il verno", potranno "odorar tutti al cominciar d'aprile!".
Ma anch'essi saranno destinati a morire "alla falce che agguaglia erbe e narcissi". Il poeta sembra quasi chiedersi se sia meglio crescere e vivere in solitudine ed in maniera forzata, oppure in compagnia e secondo natura. tanto la falce sarà eguale per tutti.
VI
Bologna, 12 decembre.
Narcissi
- Narcissi d'oro, candidi narcissi,
voi che corona avete oltre corolla:
per cuna aveste un vaso, e non la zolla;
terriccio a letto, e non la madre terra.
Per gli altri il freddo, ma per voi la serra;
morivan gli altri, e voi veniste in boccia.
Ora ogni foglia stride e s'accartoccia;
e voi fiorite, lieti, belli, e soli. -
- Oh! i primi caldi dopo il verno, e i voli
delle farfalle, e i canti dei fringuelli!
Al sole uscir con tutti i suoi fratelli,
odorar tutti al cominciar d'aprile!
al vento, all'acqua, a gruppi a macchie a file,
in tanti, in tanti, da sfiorire in pace!
nel prato, con le altr'erbe, fin che piace
alla falce che agguaglia erbe e narcissi. -
Questa poesia è un continuo "revenant", un andare avanti e indietro nel tempo, tra il tempo dell'autunno e quello della primavera. Come in un sogno che sembra vero, e la realtà che sembra sogno. I quattro peri fioriti, la quercia con il musco, l'edera e il verde, marzo e decembre, "alba somiglia a sera, eppure altro è il principio, altro la fine". Le poche piccole foglie rimaste sull'albero a tremare non sanno che il gelo in arrivo le fulminerà.
VII
Castelvecchio, 15 decembre.
Nell'orto
A casa mia giunto sul vespro alfine,
io vedo un sogno ch'è pur cosa vera.
I quattro peri che piantai nell'orto
a circondar la conca d'arenaria,
vedo fioriti! E il cielo è bigio e smorto,
la nebbia fuma, fredda punge l'aria:
la neve è su la Pania solitaria…
- Allora, a marzo, o che lassù non c'era? -
E tutto cade, tutto va, si perde;
il fiume va come una folla in pianto.
La quercia ha il musco e l'edera, di verde:
sui verdi rami ha un suo gran rosso manto.
Sol foglie secche, e i vostri fior soltanto!…
- O non era così di primavera? -
Marzo a decembre, alba somiglia a sera!
Eppure altro è il principio, altro la fine.
Vedo tremare un poco le fogline
delle corolle al vento che le sfiora.
Avete il tempo, arbusti miei, sbagliato:
ora non viene la dolciura in cielo.
Non si prepara a rifiorire il prato:
viene la brina e mangia ogni suo stelo.
Viene la brina, ed anche viene il gelo…
- E così dunque non accadde allora? -
Ma il monte allora ritornò turchino,
e fiorirono i peschi e gli albicocchi.
Era fiorito il mandorlo e il susino,
metteva il melo foglie e fiori a gli occhi.
Fiori per tutto, a spighe, a mazzi, a fiocchi…
- A noi, col gelo li strinò l'aurora! -
Poveri arbusti! E si riprovan ora.
Oh! videro fiorire anche le spine!…
Occhio alla data di composizione di questa poesia che chiude il ciclo del "Diario autunnale". E' il 21 dicembre, il giorno più corto dell'anno …
VIII
Castelvecchio, 21 decembre.
Io sento il suono dell'antica avena
su l'alba ancora scialba ma serena.
Ed ecco il monte trascolora in rosa,
splendono i vetri a tutte le finestre.
E gente va, che vuol saper la cosa,
per le callaie e per le vie maestre.
Va dove il placido organo silvestre
canta l'antica sacra cantilena.
E` un pastor bianco al pari della neve,
che non ha casa ed anco all'otre beve.
Dice: - Era il sole per fuggir dal cielo.
Oggi s'è fermo e tornerà pian piano.
Piccolo è il seme, ma fa lungo stelo;
il seme è poco, ma fa tanto grano:
ed il buon Sole per un anno sano
semina, o genti, il giorno suo più breve. show less
Ogni tanto prendo in mano qualche libro di poesia per capirne la logica, non so perché ma la poesia per me rimane un grande mistero, nonostante l’amore che, da sempre, ho per le parole, in senso assoluto, tra l’altro, per quanto tali. Ed alla ricerca di un ordine avevo deciso di scegliere tra Foscolo, Carducci e Pascoli. E la scelta, in realtà casuale, attesa la mia assoluta ignoranza in materia, è ricaduta su questa raccolta di poesia del Pascoli. L’introduzione di Per Vincenzo show more Mengaldo è estremamente tecnica ma diventa necessaria per capire, comunque anche sotto il profilo tecnico, la poesia del Pascoli ed inquadrarla nel contesto storico e culturale. Alcune poesie mi sono piaciute molto, non per l’ordine, per lo stile, ma io con le poesie vado così, solo d’istinto. “I tre grappoli”, un rifacimento di un passo di Diogene, che invita alla moderazione nel bere il vino. “Contrasto”, un analogia tra il lavoro dell’artigiano che trasforma il materiale per renderlo oggetto e quello del poeta che ha come materia prima le parole; il “10 agosto”, giorno che per il poeta commemora una morte, quella del padre, e che a me ricorda la nascita di un fratello che non ho capito perché è morto; “La notte dei morti”, un gioco trasversale tra chi rimane a festeggiare chi se ne è andato che a sua volta festeggiava chi se ne era andato prima di lui; ed infine, la splendida “i due cugini”, che immortale il dolore di una ragazza sposa ideale del cugino morto giovane e che rappresenta l’impassibilità del dolore nella memoria. Che dire; la visione molto tradizionale del Pascoli è sicuramente contrapposta alla mia cultura; ma, comunque, una lettura davvero molto piacevole ed interessante. Il vero problema è che, come al solito, mi mancano gli strumenti ed il metodo. show less
Edizione originale completa
Comprende: Canti di Castelvecchio, Primi poemetti, Nuovi poemetti, Poemi conviviali, Odi e inni, Poemi italici e canzoni di Re Enzio, Poesie varie (con ritratto e fac-simile), Poemi del risorgimento ( con 4 tricromie di P. Nomellini), Myricae
Comprende: Canti di Castelvecchio, Primi poemetti, Nuovi poemetti, Poemi conviviali, Odi e inni, Poemi italici e canzoni di Re Enzio, Poesie varie (con ritratto e fac-simile), Poemi del risorgimento ( con 4 tricromie di P. Nomellini), Myricae
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