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Ippolito Nievo (1831–1861)

Author of The Castle of Fratta

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About the Author

Includes the names: i.nievo, Ippolito Nievo

Works by Ippolito Nievo

The Castle of Fratta (1867) 421 copies, 8 reviews
Il Varmo: novella paesana (1990) 15 copies
Ein Engel an Güte (1988) 12 copies
Opere (2006) 9 copies
Il barone di Nicastro (1987) 6 copies
Diario della spedizione dei Mille (2010) 4 copies, 1 review
Impressioni di Sicilia (1992) 3 copies
Novelle campagnuole (2004) 2 copies
Commedie (2004) 2 copies
Per leggere Nievo (1987) 2 copies
Scritti giornalistici (1996) 1 copy
Novelliere campagnuolo (1994) 1 copy
Novelle (2013) 1 copy
1: Poesie 1 copy

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Common Knowledge

Canonical name
Nievo, Ippolito
Birthdate
1831
Date of death
1861
Gender
male
Nationality
Italy
Birthplace
Padova, Italia
Places of residence
Padua, Italië
Place of death
Mar Tirreno, Italia
Associated Place (for map)
Italy

Members

Reviews

12 reviews
Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla lettura di questo romanzo quasi dimenticato, vi ho trovato uno dei prodotti più interessanti della letteratura italiana dell'800. Lungo, perché è piuttosto lungo e non sempre riesce a mantenere egualmente elevata la qualità della scrittura e la tensione narrativa degli eventi, ma davvero meriterebbe di più, alla fin fine è anche più facile da leggersi, divertente ed interessante di molti "classici" più famosi, senza essere banale o ruffiano. show more Nelle sue pagine si dipana una storia lunga ottant'anni, un mondo pulsante fra il tramonto di un'era e le passioni travolgenti di un futuro carico di possibilità, avventure, amori, sofferenze e riscatti, protagonisti umanissimi e comprimari tutt'altro che secondari.

Quite long, but a really nice book with a good story from the end of the 18th century to the middle of the 19th, interesting characters, adventure, love, pain and redemption. Almost forgotten but really worthy.
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Se il suo autore lo avesse risciacquato in Arno appena un po’ (tanto per togliere le meno potabili fra le espressioni arcaiche o dialettali) e si fosse ricordato che anche la punteggiatura è importante evitando di tralasciare qualche virgola di troppo, questo monumentale romanzo, invece di finire quasi dimenticato, avrebbe il posto che si merita nella storia della letteratura italiana. Perché nel suo scorrere torrenziale ci sono la passione (amorosa e politica) e il tradimento, la show more meschinità e il coraggio, l’opportunismo e il disinteresse, la guerra e la quotidianità: si potrebbe andare avanti ancora elencando e aggiungere pure la marea di personaggi delineati con cura tra pregi e difetti, ma soprattutto ci sono il passato e il futuro. Carlo (non ancora) Altoviti cresce nella sonnacchiosa campagna friulana della seconda metà del Settecento: il suo destino di servo di piccoli nobilotti di provincia parrebbe immutabile come la società che lo circonda, dominata dagli stanchi riti del bel mondo in una cadente Repubblica di Venezia. Invece il vento delle rivoluzioni prende a soffiare, facendo crollare le istituzioni ormai marce e ribaltando anche la vita del protagonista che, fra alte speranze e cocenti disillusioni, attraversa tutte le fasi politiche a cavallo dei due secoli finendo per fare anche una sorta di giro d’Italia della ribellione regolarmente soffocata più una quasi inevitabile esperienza di esule a Londra. Qui si sublima il suo rapporto con la Pisana, figlia dei suoi castellani per la quale prova un sentimento (ricambiato) che si può etichettare come ‘amore della sua vita’, ma che, pur nato in pratica nella culla, per un motivo o per l’altro non giunge a compiersi mai: il percorso capriccioso di lei e la mancanza di coraggio di lui sono concause di una tensione che accompagna l’intera loro esistenza. Alla loro storia si affiancano altre del pari indimenticabili: fra di esse, vanno almeno citati il rapporto tra Doretta e Leopardo che nasce idilliaco alla Fontana di Venchieredo e si conclude tragicamente in una buia stanza veneziana oppure l’amore senza speranza tra Clara e Lucilio, negato in modo impietoso più dalla meschinità umana che dalle circostanze. Avendo come contrappeso viscidi lealisti come gli Ormenta o padre Pendola, Lucilio si erge dalla cintola in su fra le figure secondarie grazie alla volontà che lo trascina sia nella passione amorosa, sia in quella civile: molti altri preferiscono lasciarsi sedurre dalle lusinghe di una vita più comoda o, comunque, normalizzata. In fondo, è quello che capita anche a Carlo, tra i soldi di un padre ritrovato mezzo turco e la parentela con una benestante famiglia greca, la quale però trascina lui e i suoi figli nella lotta per la liberazione di quel Paese. Aggiunto che, per non farsi mancare nulla, un altro rampollo finisce in Sud America, va sottolineato come la vita del protagonista alterni a momenti luminosi una bella serie di dolori che egli rivede con la serenità dell’ultraottantenne: il libro è infatti costruito come se fosse lo stesso Carlo a rievocare la propria eistenza calibrando l’irruenza della gioventù con la serenità della vecchiaia. Purtroppo questa meditazione all’indietro lo fa sbandare a volte in lunghi pistolotti morali sugli argomenti più svariati che costituiscono gli unici momenti davvero deboli del libro quasi azzerandone qua e là la tensione narrativa: difetto peraltro compensato dallo spessore di una narrazione che Nievo scrisse venticinquenne a metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento e fu pubblicata postuma. Chi volesse proprio fare il noioso potrebbe poi evidenziare come la seconda metà sia meno appassionante delle pagine che l’hanno preceduta, in special modo quelle freschissime del giovane Carlino a contatto con la rigogliosa campagna friulana, ma il romanzo resta comunque un esperienza che si rivela, a sorpresa, molto coinvolgente nel suo essere racconto di formazione di un uomo e di un intero Paese. Succede così che, dopo qualche settimana di intensa frequentazione, si senta la mancanza di Carlo Altoviti e si consideri la sua lingua retrò come un piacevole tratto distintivo di un libro che meriterebbe di stare fianco a fianco con gli altri monumenti letterari che hanno visto la luce – non solo in Italia - nello stesso secolo. show less
Diario serrato dell'impresa dei Mille, cui Nievo partecipò attivamente sia nella fase combattente (organizzò lo sbarco dei materiali a Marsala, sotto il fuoco delle navi borboniche) sia nelle fasi organizzative, diventando vice intendente responsabile del pagamenti (cioè degli appalti e degli acquisti) a Palermo. E a Palermo restò, per curare quegli aspetti dell'impresa, fino al febbraio 1861.
La cosa gli fu fatale. In Italia occuparsi di appalti non ha mai portato bene a nessuno. Nievo show more si oppose alle ruberie più smaccate e cercò di tenere ordine nell'assalto al tesoro che cominciò ad avvenire praticamente dal giorno dopo lo sbarco.
L'affollarsi di faccendieri ed il proliferare del malaffare intorno al bilancio dell'Impresa preoccupò non poco sia il Comando sia i faccendieri stessi, a forte rischio di essere scoperti e denunciati. Nievo fu coinvolto in un'inchiesta poiché si tentò di ascrivere a lui gli ammanchi più significativi (si parla di milioni di franchi dell'epoca). Lui però aveva costruito la sua difesa e recuperata tutta la documentazione necessaria a risolvere il problema. Determinato a chiudere la questione, portò personalmente i documenti a Napoli, alla sede del Comando. O -meglio- tentò di portarli, perché malauguratamente affondò con il battello che lo portava da Palermo a Napoli, insieme a tutto l'equipagio ed a tutti i suoi documenti.
Non risulta che usasse agende rosse. Ma il dubbio (anzi la certezza per parecchi) che si sia trattato di un omicidio di Stato permane.
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