Walter Bonatti (1930–2011)
Author of The mountains of my life
About the Author
Works by Walter Bonatti
La montagna scintillante: Karakorum 1958: il racconto inedito della conquista del Gasherbrum 4. (2018) 2 copies
Nel mondo perduto 1 copy
Le mie avventure in Africa 1 copy
Victoire sur le Dru 1 copy
I giorni grandi 1 copy
Associated Works
High: Stories of Survival from Everest and K2 (Adrenaline Books) (1998) — Contributor — 131 copies, 2 reviews
De overwinning op de Dru; Spion aan de muur; De stille strijd; Erfgenaam van Kirkland — Author — 1 copy, 1 review
Tagged
Common Knowledge
- Birthdate
- 1930-06-22
- Date of death
- 2011-09-13
- Gender
- male
- Occupations
- mountain climber
mountain guide
journalist
author - Nationality
- Italy
- Birthplace
- Bergamo, Italy
- Place of death
- Rome, Italy
- Associated Place (for map)
- Italy
Members
Reviews
La montagna, fin dall’inizio, e’ stato l’ambiente piu’ congeniale alla mia formazione. Mi ha consentito di soddisfare il bisogno innato che ha ogni uomo di misurarsi e di provarsi, di conoscere e di sapere. Cosi’, impresa dopo impresa, lassu’ mi sono sentito sempre piu’ vivo, libero, vero: dunque realizzato. Nella mia vita di scalatore ho sempre obbedito alle emozioni, all’impulso creativo e contemplativo. Ma fu soprattutto praticando l’alpinismo solitario che ho potuto show more entrare in sintonia con la Grande Natura, e ancor piu’ a fondo ho potuto intuire i miei perche’ e i miei limiti. (7)
A esclusione della domenica, che regolarmente trascorrevo in montagna sia col bello sia col brutto tempo, tutti gli altri giorni furono per me ugualmente insignificanti, fatti delle stesse cose ripetute nel medesimo modo, e nell’immutabile ambiente. Quanto banale e triste e’ vivere cosi’. E pensare che la maggior parte degli uomini d’oggi vi e’ quasi costretta. Ma, cosa ancora peggiore, chi lo sceglie poi se ne mostra vittima. (51)
Sentivo di amare la montagna per i suoi paesaggi solenni, per le lotte ingaggiate con i picchi, per le emozioni e i ricordi che ne derivavano; ma forse l’amavo ancora di piu’ per quel senso di liberta’ e di gioia di vivere che solo lassu’ sui monti riuscivo a trovare. (67)
In quell’allucinante ritorno vi fu un momento magico, al tramonto, che riusci’ a distrarci dall’incubo della fame.
La turbolenta catena antistante, verso cui marciavamo, arrosso’; e da quel momento un caleidoscopio di toni caldi, dal rosso all’indaco, muto’ progressivamente su un arco compreso tra il Cordon Marconi e il Cordon Adela. Al centro del quadro invece, di fianco alla mole indorata del Fitz Roy, il grande disco purpureo della luna continuo’ a navigare alto nel cielo via via piu’ violetto. Infine, spentosi il crepuscolo, tutto, anche dentro di noi, ritorno’ grigio e terribilmente irragiungibile. (166-7)
Non avrei mai intrapreso la scalata del Pilastro Rosso sapendo che mi avrebbe riservato tanti problemi. Ma neppure l’avrei tentata se il Pilastro non mi fosse apparso tanto attraente e misterioso. Parra’ strano, ma e’ su questo pensiero che si regge quasi sempre la logica dell’avventura alpinistica. (186)
Mentre caliamo silenziosi lungo il piccolo sentiero imbiancato di neve, penso alla montagna com’era nel giorno della nostra partenza, inondata di sole, di colori, di vita. Com’e’ tutto diverso ora, e quanto sbiadite appaiono anche le nostre speranze di appena tre giorni fa. Eppure gia’ pensiamo di ritentare il Pilastro Rosso. (197)
La verita’ comunque, piaccia o no, e’ che lassu’ sul Pilone dove tutti e sette fummo uomini e fratelli, e dove una sorte accanita ci aveva isolati dal mondo in una trappola mortale, ma anche dove nessun altro seppe portarci soccorso se non all’epilogo del dramma, io ero semplicemente sopravvissuto. Perche’, forse piu’ degli altri, non avevo voluto ne’ potuto lasciarmi morire. (239)
D’inverno la parete nord delle Jorasses ha la prerogativa di non lasciare mai intravedere all’orizzonte un minimo segno di vita. Quassu’ non giunge altro suono che quello della bufera, altro movimento se non quello delle tempeste e delle valanghe. (267)
Ma ecco che il pinnacolo su cui avanziamo perde verticalita’, si restringe, si corica, diventa vetta.
Sopra di noi non c’e’ piu’ niente. Cosi’, quasi inaspettatamente, ci accorgiamo di essere arrivati. (293)
Arrivare sulla punta di una bella montagna, tanto piu’ se ancora intoccata, e’ sempre un fatto emozionante. Tuttavia si finisce per banalizzarlo con una serie di atteggiamenti cui e’ difficile sfuggire. Il primo e’ quello di scattare le rituali fotografie-ricordo con tutte le varianti: a te, poi a me, a voi, a tutti noi insieme eccetera. Nel frattempo, soltanto con distrazione ci si cura di svolgere lo sguardo attorno, e si fa quasi unicamente se indotti da qualche contingenza: scongiurare un pericolo, prevenirne un altro, commentare uno stato d’animo, quasi sempre un timore di qualcosa che si sta preparando. Per sentire veramente la vetta raggiunta e poterne vivere tutta l’emozione, bisogna esaurire i luoghi comuni e sfuggire a ogni distrazione. E’ molto piu’ facile in solitudine. (353)
Ora dovro’ scendere a valle, verso la cosiddetta normalita’, vale a dire nella realta’ della vita in cui ci si consuma a rincorrersi, senza capirci niente. Credo proprio, lo penso anche in questo momento, che per svelare a noi stessi l’assurdita’ del vivere quotidiano, non esistano punti d’osservazione migliori di questi luoghi, che forse rimarranno incontaminati. Da quassu’ il mondo degli uomini altro non sembra che follia, grigiore racchiuso dentro se stesso. E pensare che lo si reputa vivo soltanto perche’ e’ caotico e rumoroso. (357)
I migliori:
Pilastro sud-ovest del Dru (1955)
Natale sul Monte Bianco (1956) show less
A esclusione della domenica, che regolarmente trascorrevo in montagna sia col bello sia col brutto tempo, tutti gli altri giorni furono per me ugualmente insignificanti, fatti delle stesse cose ripetute nel medesimo modo, e nell’immutabile ambiente. Quanto banale e triste e’ vivere cosi’. E pensare che la maggior parte degli uomini d’oggi vi e’ quasi costretta. Ma, cosa ancora peggiore, chi lo sceglie poi se ne mostra vittima. (51)
Sentivo di amare la montagna per i suoi paesaggi solenni, per le lotte ingaggiate con i picchi, per le emozioni e i ricordi che ne derivavano; ma forse l’amavo ancora di piu’ per quel senso di liberta’ e di gioia di vivere che solo lassu’ sui monti riuscivo a trovare. (67)
In quell’allucinante ritorno vi fu un momento magico, al tramonto, che riusci’ a distrarci dall’incubo della fame.
La turbolenta catena antistante, verso cui marciavamo, arrosso’; e da quel momento un caleidoscopio di toni caldi, dal rosso all’indaco, muto’ progressivamente su un arco compreso tra il Cordon Marconi e il Cordon Adela. Al centro del quadro invece, di fianco alla mole indorata del Fitz Roy, il grande disco purpureo della luna continuo’ a navigare alto nel cielo via via piu’ violetto. Infine, spentosi il crepuscolo, tutto, anche dentro di noi, ritorno’ grigio e terribilmente irragiungibile. (166-7)
Non avrei mai intrapreso la scalata del Pilastro Rosso sapendo che mi avrebbe riservato tanti problemi. Ma neppure l’avrei tentata se il Pilastro non mi fosse apparso tanto attraente e misterioso. Parra’ strano, ma e’ su questo pensiero che si regge quasi sempre la logica dell’avventura alpinistica. (186)
Mentre caliamo silenziosi lungo il piccolo sentiero imbiancato di neve, penso alla montagna com’era nel giorno della nostra partenza, inondata di sole, di colori, di vita. Com’e’ tutto diverso ora, e quanto sbiadite appaiono anche le nostre speranze di appena tre giorni fa. Eppure gia’ pensiamo di ritentare il Pilastro Rosso. (197)
La verita’ comunque, piaccia o no, e’ che lassu’ sul Pilone dove tutti e sette fummo uomini e fratelli, e dove una sorte accanita ci aveva isolati dal mondo in una trappola mortale, ma anche dove nessun altro seppe portarci soccorso se non all’epilogo del dramma, io ero semplicemente sopravvissuto. Perche’, forse piu’ degli altri, non avevo voluto ne’ potuto lasciarmi morire. (239)
D’inverno la parete nord delle Jorasses ha la prerogativa di non lasciare mai intravedere all’orizzonte un minimo segno di vita. Quassu’ non giunge altro suono che quello della bufera, altro movimento se non quello delle tempeste e delle valanghe. (267)
Ma ecco che il pinnacolo su cui avanziamo perde verticalita’, si restringe, si corica, diventa vetta.
Sopra di noi non c’e’ piu’ niente. Cosi’, quasi inaspettatamente, ci accorgiamo di essere arrivati. (293)
Arrivare sulla punta di una bella montagna, tanto piu’ se ancora intoccata, e’ sempre un fatto emozionante. Tuttavia si finisce per banalizzarlo con una serie di atteggiamenti cui e’ difficile sfuggire. Il primo e’ quello di scattare le rituali fotografie-ricordo con tutte le varianti: a te, poi a me, a voi, a tutti noi insieme eccetera. Nel frattempo, soltanto con distrazione ci si cura di svolgere lo sguardo attorno, e si fa quasi unicamente se indotti da qualche contingenza: scongiurare un pericolo, prevenirne un altro, commentare uno stato d’animo, quasi sempre un timore di qualcosa che si sta preparando. Per sentire veramente la vetta raggiunta e poterne vivere tutta l’emozione, bisogna esaurire i luoghi comuni e sfuggire a ogni distrazione. E’ molto piu’ facile in solitudine. (353)
Ora dovro’ scendere a valle, verso la cosiddetta normalita’, vale a dire nella realta’ della vita in cui ci si consuma a rincorrersi, senza capirci niente. Credo proprio, lo penso anche in questo momento, che per svelare a noi stessi l’assurdita’ del vivere quotidiano, non esistano punti d’osservazione migliori di questi luoghi, che forse rimarranno incontaminati. Da quassu’ il mondo degli uomini altro non sembra che follia, grigiore racchiuso dentro se stesso. E pensare che lo si reputa vivo soltanto perche’ e’ caotico e rumoroso. (357)
I migliori:
Pilastro sud-ovest del Dru (1955)
Natale sul Monte Bianco (1956) show less
Was tun, wenn man in einer Domäne alles erreicht hat und die größten Risiken dabei eingegangen ist? Man sucht sich das, was am Krassesten ist: Blank spots on the Map, Kannibalen, aktive Vulkane, in die man hineinklettert, und die lebensfeindlichsten Gegenden und Tieren, die es gibt. Nur so lässt sich bei Bonatti die Langeweile fernhalten bzw. der Adrenalinspeicher voll halten. Das ist beeindrucend oder gar unfassbar, und hat sicher auch so gewirkt, als die Geschichten einzeln in show more Zeitschriften veräffentlicht wurden, doch als Sammelband wird es dem Leser bald unerträglich, noch mehr und noch mehr Ungeheuerliches zu lesen. Das schmälert den Wert der Unternehmungen und des Buches selbst, denn der Tenor jeder einzelnen Geschichte ist immer derselbe: "Die persönliche to do - list eines furchtlosen und furchtbar gelangweilten Übermenschen". show less
I almost stopped reading this book. Not because it's not great... but I guess at one point I felt like all the stories were sort of the same. I'm glad I stuck with it to (almost) the end. His last several stories before he gave up mountaineering were fantastic. I will admit I didn't read anything about his vindication on K2... because I didn't care. Then I skimmed the last couple of stories as well... because frankly I was ready to be done with Bonatti and move on with my life.
However, this show more book was really great. This man was seriously incredible and lived the most insane mountain life. Bravo Bonatti. *raises a toast* show less
However, this show more book was really great. This man was seriously incredible and lived the most insane mountain life. Bravo Bonatti. *raises a toast* show less
"K2, una sigla magica, un sogno impossibile, e ancor più per i miei soli ventitré anni di età.Mai avrei potuto immaginare di essere uno dei protagonisti della conquista della sua cima: la seconda più alta della terra.
Ma un bel giorno fui chiamato a sostenere i preliminari e selettivi esami psicofisici mirati a formare la squadra di undici uomini idonei a quell'impresa.
Eravamo così divenuti gli astronauti di trent'anni fa, perché in effetti, con quelle prove, risultammo le cavie dei show more veri e propri astronauti di oggi. Infatti il professor Rodolfo Margaria, eminente fisiologo italiano, fu il primo ad aver studiato, e sperimentato su di noi, le possibilità e i limiti del corpo umano a grandi altezze. Così ognuno di noi, a rotazione, era entrato più volte nella speciale camera di decompressione, e portato là dentro per tempi lunghi senza indossare bombole di ossigeno, a quote di tropopausa di oltre undicimila metri. Successivamente il prof. Margaria porterà i suoi preziosi risultati scientifici in USA, dove stava nascendo il centro spaziale di Cape Canaveral. Da lì la preparazione dei primi veri astronauti della storia. Noi undici italiani avevamo dunque collaborato a questo grande progetto compiendo quel primo lancio nello spazio che allora si chiamava K2." 24 luglio 1984 show less
Eravamo così divenuti gli astronauti di trent'anni fa, perché in effetti, con quelle prove, risultammo le cavie dei show more veri e propri astronauti di oggi. Infatti il professor Rodolfo Margaria, eminente fisiologo italiano, fu il primo ad aver studiato, e sperimentato su di noi, le possibilità e i limiti del corpo umano a grandi altezze. Così ognuno di noi, a rotazione, era entrato più volte nella speciale camera di decompressione, e portato là dentro per tempi lunghi senza indossare bombole di ossigeno, a quote di tropopausa di oltre undicimila metri. Successivamente il prof. Margaria porterà i suoi preziosi risultati scientifici in USA, dove stava nascendo il centro spaziale di Cape Canaveral. Da lì la preparazione dei primi veri astronauti della storia. Noi undici italiani avevamo dunque collaborato a questo grande progetto compiendo quel primo lancio nello spazio che allora si chiamava K2." 24 luglio 1984 show less
Awards
You May Also Like
Associated Authors
Statistics
- Works
- 29
- Also by
- 2
- Members
- 413
- Popularity
- #58,990
- Rating
- 3.8
- Reviews
- 11
- ISBNs
- 69
- Languages
- 5
















