Nicola Gardini
Author of Long Live Latin: The Pleasures of a Useless Language
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Image credit: Photo by Paola Polzella, from NDBooks.com
Works by Nicola Gardini
Per una biblioteca indispensabile. Cinquantadue classici della letteratura italiana (2011) 13 copies
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Mi sento di poter rispondere alla domanda "il libro è quella cosa ..." Sono figlio di una famiglia di tipografi, quelli di una volta, post-gutenberghiani, quelli che puzzavano di inchiostro e di petrolio mescolato di piombo, avevano le mani sporche di colla di pesce, tenevano anche il telaio per cucire.
Potrei dire tante altre cose che questo libro non dice perchè è più moderno di quanto potessi essere stato io in quella tipografia di provincia meridionale nella quale mio padre mi show more insegnò a leggere e scrivere componendo i caratteri mobili. Erano grossi e in legno, oppure piccoli e di piombo, sulla balestra di ferro pesante sulla quale mettevano le "forme" dei caratteri da portare alla composizione legati con un filo di spago.
Da quelle "forme" nascevano le pagine del libro, dopo che il cilindro inchiostrato ci era passato sopra, il foglio era stato impressato ed era nata la pagina da leggere. Ecco questa "cosa" cominciava ad essere quella "cosa" chiamata libro. Cominciava, ma era solo l'inizio. Poi il foglio era in ottavo o in sedicesimo, poi si mettevano insieme, poi si cucivano, si rifilavano, si incollavano, venivano abbracciati dalla copertina e poi si poteva dire che ere nato quella cosa chiamata ... "libro"...
Un'ultima cosa la devo dire. Questo pregevole libretto di Nicola Gardini l'ho letto in versione Kindle. Mi dispiace, avrei dovuto leggerlo in cartaceo, avrei voluto sentire il profumo della carta e rivivere il tempo passato alla maniera di Proust ... assaporare la mia "madeleine ...
----
Celebra la passione per i libri e la lettura, Nicola Gardini, nella sua più recente fatica dal titolo Il libro è quella cosa, edito da Garzanti. Già la dedica – «a tutti i librai e a tutti i compratori di libri» – è di per sé foriera di promesse. Il libro contiene una raccolta di brevi riflessioni, affatto non scontate (come ad esempio l’affermazione secondo la quale un libro si legge anche da chiuso – modalità, tra l’altro, “non per nulla secondaria”: «basta avere il libro in casa, da qualche parte.»)
Un libro è, innanzitutto, «una cosa da avere»: «Comprare un libro è come dire al mondo: entra, sta’ con noi». Certo, c’è il rischio che «le file dei libri non letti» crescano ma «costruirsi una biblioteca di libri non letti, o non ancora letti» ha comunque assolutamente senso: «davanti a tante file di libri so che la risposta c’è. La risposta mi guarda.»
«Un libro agisce anche fermo, anche chiuso, anche immobile. Prima di tutto ci ricorda sempre che deve essere letto, se non l’abbiamo ancora letto. Una pentola, invece, non ci ricorda che deve essere usata per cucinare, né un bicchiere che dobbiamo usarlo per bere. Il libro che si deve ancora leggere ci sta davanti con una promessa e con un rimprovero».
Toccante ed esemplare del rapporto che si costruisce con i propri libri il racconto della sua amica Mirella: «Avendo saputo che le restavano poche settimane di vita, mi regalò un libro della sua biblioteca. C’erano altri libri che avrei ricevuto più volentieri. […] Lei dovette leggermi nel pensiero, perché disse: «No. Quelli non guardarli. Da quelli non voglio separarmi».
I libri «sono il punto d’arrivo di un lungo viaggio, che è cominciato chissà quando, prima ancora che gli scrittori nascessero» e la nostra biblioteca «il trionfale riposo di tanti camminanti.» Chi non ha vissuto l’esperienza di non decidersi ad aprire un libro «per paura di rovinarlo»? «Qualcosa ci dice, mentre lo guardiamo, che quel libro è perfetto così, perfetto in sé.» Sì, perché «il libro coincide perfettamente con la scrittura, cioè con sé stesso. Se gliela togli, non è più un libro. Non è un contenitore, come lo è, invece, un e-reader. Infatti, non è uno strumento. Non serve a leggere, non serve a contenere altro. […] è contenitore e contenuto, sempre e indissolubilmente. Corpo e anima. Identità perfetta. Ipseità pura. Un libro non muore mai».
E alla domanda «Quanti libri ho…?» non può che incalzarne un’altra: «quanti libri non ho?» Oggi, purtroppo, a causa di internet, si legge di meno: «Il tempo va in chiacchiere, in messaggistica, in proclami rapidi, in post infiniti.» E tuttavia «la comunicazione elettronica è rapida, distratta, imprecisa. Si esaurisce nel botta e risposta, quando non semplicemente nell’interiezione o nello sfogo irrazionale, ed estromette del tutto il ragionamento, la riflessione, il ripensamento, il piacere dell’immaginazione, la proiezione nell’altro, l’attesa, la considerazione di più possibilità, la sospensione fantastica.»
Dobbiamo tuttavia ricordare che «esiste in ciascuno un “noi”. I libri stanno per tale “noi”, sono il nostro “noi interiore”, che ci accompagnerà sempre. Di questo “noi” – che altri ricercheranno in surrogati come la televisione, la tifoseria sportiva, l’adesione a una fede religiosa o, occasionalmente, in qualche sala di cinema o di concerto – abbiamo tremendamente bisogno. Senza quel “noi” interiore fatto di frasi la nostra vita si riduce a brancolamento egoistico, a ottusità, perfino a disperazione, […] a una solitudine che nessun messaggio elettronico, nessun post, nessuna partecipazione ai social potrà risolvere.» show less
Potrei dire tante altre cose che questo libro non dice perchè è più moderno di quanto potessi essere stato io in quella tipografia di provincia meridionale nella quale mio padre mi show more insegnò a leggere e scrivere componendo i caratteri mobili. Erano grossi e in legno, oppure piccoli e di piombo, sulla balestra di ferro pesante sulla quale mettevano le "forme" dei caratteri da portare alla composizione legati con un filo di spago.
Da quelle "forme" nascevano le pagine del libro, dopo che il cilindro inchiostrato ci era passato sopra, il foglio era stato impressato ed era nata la pagina da leggere. Ecco questa "cosa" cominciava ad essere quella "cosa" chiamata libro. Cominciava, ma era solo l'inizio. Poi il foglio era in ottavo o in sedicesimo, poi si mettevano insieme, poi si cucivano, si rifilavano, si incollavano, venivano abbracciati dalla copertina e poi si poteva dire che ere nato quella cosa chiamata ... "libro"...
Un'ultima cosa la devo dire. Questo pregevole libretto di Nicola Gardini l'ho letto in versione Kindle. Mi dispiace, avrei dovuto leggerlo in cartaceo, avrei voluto sentire il profumo della carta e rivivere il tempo passato alla maniera di Proust ... assaporare la mia "madeleine ...
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Celebra la passione per i libri e la lettura, Nicola Gardini, nella sua più recente fatica dal titolo Il libro è quella cosa, edito da Garzanti. Già la dedica – «a tutti i librai e a tutti i compratori di libri» – è di per sé foriera di promesse. Il libro contiene una raccolta di brevi riflessioni, affatto non scontate (come ad esempio l’affermazione secondo la quale un libro si legge anche da chiuso – modalità, tra l’altro, “non per nulla secondaria”: «basta avere il libro in casa, da qualche parte.»)
Un libro è, innanzitutto, «una cosa da avere»: «Comprare un libro è come dire al mondo: entra, sta’ con noi». Certo, c’è il rischio che «le file dei libri non letti» crescano ma «costruirsi una biblioteca di libri non letti, o non ancora letti» ha comunque assolutamente senso: «davanti a tante file di libri so che la risposta c’è. La risposta mi guarda.»
«Un libro agisce anche fermo, anche chiuso, anche immobile. Prima di tutto ci ricorda sempre che deve essere letto, se non l’abbiamo ancora letto. Una pentola, invece, non ci ricorda che deve essere usata per cucinare, né un bicchiere che dobbiamo usarlo per bere. Il libro che si deve ancora leggere ci sta davanti con una promessa e con un rimprovero».
Toccante ed esemplare del rapporto che si costruisce con i propri libri il racconto della sua amica Mirella: «Avendo saputo che le restavano poche settimane di vita, mi regalò un libro della sua biblioteca. C’erano altri libri che avrei ricevuto più volentieri. […] Lei dovette leggermi nel pensiero, perché disse: «No. Quelli non guardarli. Da quelli non voglio separarmi».
I libri «sono il punto d’arrivo di un lungo viaggio, che è cominciato chissà quando, prima ancora che gli scrittori nascessero» e la nostra biblioteca «il trionfale riposo di tanti camminanti.» Chi non ha vissuto l’esperienza di non decidersi ad aprire un libro «per paura di rovinarlo»? «Qualcosa ci dice, mentre lo guardiamo, che quel libro è perfetto così, perfetto in sé.» Sì, perché «il libro coincide perfettamente con la scrittura, cioè con sé stesso. Se gliela togli, non è più un libro. Non è un contenitore, come lo è, invece, un e-reader. Infatti, non è uno strumento. Non serve a leggere, non serve a contenere altro. […] è contenitore e contenuto, sempre e indissolubilmente. Corpo e anima. Identità perfetta. Ipseità pura. Un libro non muore mai».
E alla domanda «Quanti libri ho…?» non può che incalzarne un’altra: «quanti libri non ho?» Oggi, purtroppo, a causa di internet, si legge di meno: «Il tempo va in chiacchiere, in messaggistica, in proclami rapidi, in post infiniti.» E tuttavia «la comunicazione elettronica è rapida, distratta, imprecisa. Si esaurisce nel botta e risposta, quando non semplicemente nell’interiezione o nello sfogo irrazionale, ed estromette del tutto il ragionamento, la riflessione, il ripensamento, il piacere dell’immaginazione, la proiezione nell’altro, l’attesa, la considerazione di più possibilità, la sospensione fantastica.»
Dobbiamo tuttavia ricordare che «esiste in ciascuno un “noi”. I libri stanno per tale “noi”, sono il nostro “noi interiore”, che ci accompagnerà sempre. Di questo “noi” – che altri ricercheranno in surrogati come la televisione, la tifoseria sportiva, l’adesione a una fede religiosa o, occasionalmente, in qualche sala di cinema o di concerto – abbiamo tremendamente bisogno. Senza quel “noi” interiore fatto di frasi la nostra vita si riduce a brancolamento egoistico, a ottusità, perfino a disperazione, […] a una solitudine che nessun messaggio elettronico, nessun post, nessuna partecipazione ai social potrà risolvere.» show less
Quando, un secolo e un millennio fa, fui costretto a studiare il latino sui banchi di un ginnasio della provincia meridionale, pensavo che questa fosse una lingua del tutto inutile ... Questo è l'incipit di un post che avrei potuto scrivere. Ma queste due parole che ho appena digitato vanno in conflitto: "lingua inutile". Così pensavo allora. Così ho pensato per un bel pò di tempo, fino a quando la lingua latina di oggi, l'inglese, mi ha convinto del contrario.
Leggendo questo libro show more appena uscito, mi sono ricreduto. Ha ragione Nicola Gardini che l'ha scritto, un giovane e valente studioso italiano. A distanza di oltre mezzo secolo, devo dire che se credevo di avere ragione, allora, quando ero un ingenuo e stupido giovinetto ginnasiale, a ritenere che la lingua latina fosse inutile, ho torto oggi.
Oggi, a distanza di cinquanta e passa di anni, dopo di aver fatto il mio percorso di vita e di studi, e dopo aver letto questo imperdibile libro su una lingua che non è affatto "morta", come pensavo sui banchi del ginnasio, devo ricredermi. E ne sono felice.
Mi rendo conto che devo spiegarmi, altrimenti chi mi legge non capisce. Non me ne meraviglio, visto che scrivo per capire quello che penso. Allora entriamo nel merito della "questione", una parola che fa rima con "ricostruzione". Mi riferisco al periodo in cui stavo per affrontare lo studio della lingua latina, perché il "contesto" vuole la sua parte. Questo, lo si sa, è costituito dallo spazio e dal tempo. Lo spazio e' quello di una cittadina meridionale, un sud non del tutto "profondo", ma abbastanza. Abbastanza per dire che anche a Sarno, la mia città di adozione, dove la mia famiglia risiedeva, la parola era, appunto, "ricostruzione" dopo una guerra disastrosa.
Era come un brivido che percorreva la schiena del Paese Italia. Anche nelle mura del glorioso liceo-ginnasio che questo blogger si apprestava a frequentare in questa cittadina campana. Lui non lo sapeva, almeno non se ne rendeva conto. Me ne rendo conto oggi, a distanza di tanto tempo. Uscivamo da una guerra che vagamente ricordavo e c'era bisogno di "ricostruire".
Dopo un triennio di scuola media, trascorso negli scantinati di quello stesso edificio, (le famigerate "cantinelle"), ero salito su quel "piano nobile" che mi avrebbe ospitato più tardi per decenni in veste di docente di una lingua moderna, fu deciso che dovessi entrare nella "classicità". Un liceo-ginnasio intitolato, infatti, ad uno scrittore, tanto antico che era un "classico" di nome e di fatto: Tito Lucrezio Caro. Allora quel "signore", con quel nome, mi era del tutto ignoto. Avrei saputo, poi, che:
"Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44"
("nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni"). (@@@)
Mio padre non lo sapeva. A lui interessava solo che io varcassi la soglia di quell'edificio costruito in perfetto stile fascista. Non per continuare quella ideologia, ma per un malinteso senso di "status" familiare e sociale, comune a molte famiglie del tempo, un sentimento vivo ancora oggi: recuperare una gloria antica andata perduta, affermando una condizione personale e sociale inesistente. Il mito della classicità.
Questi brevi accenni, tra il passato e il trapassato, mi servono per tessere i fili dei ricordi. Ero uno dei tanti giovani dell'agro sarnese vesuviano, l'antica terra dei Sarrasti, che veniva dalla scuola media, fatta nelle "cantinelle" di quello stesso edificio, al di sotto del livello stradale, in compagnia di topi veri, occasionali compagni di banco e tanta provvisorietà. Una comunità scolastica sarnese che si incamminava verso una indefinita e piuttosto problematica "ricostruzione". Lo "status" familiare lo richiedeva.
Chi aveva frequentato, invece, la vicina scuola, quella cosiddetta di "avviamento professionale", non aveva altra scelta se non essere "avviato", appunto, al mondo del lavoro, a fare una professione che non avrebbe avuto nessun contatto con la classicità. Questo blogger, se stava per entrare nella "classicità", non sapeva che sarebbe poi diventato prigioniero di un'altra lingua, diventata poi "il latino moderno".
La classicità era vista come la speranza per il futuro di un Paese che doveva essere ricostruito. E ginnasio fu! Un impatto forte, non solo con il latino, ma anche con il greco. Due lingue "morte" che non mi aiutavano affatto a capire cosa dovevo fare per imparare a come "ricostruire" una società, un paese, una comunità dopo i disastri di una guerra. Mio padre era passato da un lavoro ad un altro. Da collaudatore di cannoni all'Ansaldo di Pozzuoli era diventato tipografo nella piccola azienda tipografica appena rilevata dopo la fine della guerra. Passaggi epocali ...
A distanza di tanto tempo, i ricordi si sono sbiaditi e ho dovuto rileggermi la cronologia di quel tempo perduto. Quei fatidici primi anni cinquanta che mi videro a malavoglia, studente ginnasiale distratto e spaesato. Anni sofferti dentro, che mi fecero davvero dubitare delle mie facoltà, non solo scolastiche, a causa di un penoso disagio comunicativo, in una scuola che considerava i suoi alunni come tanti "vasi" da riempire. Conoscenze astruse ed incomprensibili di due lingue che allora ritenevo "morte". Tra grammatiche e sintassi, paradigmi e declinazioni, traduzioni e memorizzazioni, era come muoversi in un mondo inesistente, rincorsi da fantasmi, mentre fuori da quelle mura il mondo parlava di ben altro.
Gli anni 1950-1954: era il tempo in cui negli Usa si faceva la "caccia alle streghe" con la "crociata anticomunista di McCarthy, i giorni di quando scoppiò la guerra in Corea. In Italia la caccia e la morte del bandito Giuliano, un segreto tutto italiano, nel quale, di sicuro ci fu soltanto il fatto che Giuliano morì. E poi l'alluvione nel Polesine, il primo festival di San Remo, la rivolta in Africa dei Mau Mau, la morte di Stalin, la "legge truffa" nel parlamento italiano.
La realtà esterna alle aule di una scuola, un ginnasio di provincia meridionale, che rimaneva fermo nel tempo, ai miei occhi e di tanti altri miei compagni, una vita come congelata in una classicità che non aveva nulla di moderno e con la quale non si poteva ricostruire il futuro di una nazione ed di un popolo distrutti da una guerra esterna ed interna. Così pensavo allora. Poi, con il tempo, e nonostante tutto, ho imparato che sia il latino che il greco sono due monumenti alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio.
A che serve il latino? si chiede l'autore di questo libro. È la domanda che continuamente sentiamo rivolgerci e che anche io, sbarbatello alunno ignorante e svogliato, ginnasiale per forza, mi chiedevo. La lingua di Cicerone altro non era che un'ingombrante rovina, da eliminare dai programmi scolastici. In questo libro personale e appassionato, Nicola Gardini risponde che il latino è, molto semplicemente, lo strumento espressivo che è servito, e continua a essere indispensabile per fare di noi quelli che siamo. Ed io non sapevo quello che potevo essere.
"In latino, un pensatore rigoroso e tragicamente lucido come Lucrezio ha analizzato la materia del mondo; il poeta Properzio ha raccontato l'amore e il sentimento con una vertiginosa varietà di registri; Cesare ha affermato la capacità dell'uomo di modificare la realtà con la disciplina della ragione; in latino è stata composta un'opera come l'Eneide di Virgilio, senza la quale guarderemmo al mondo e alla nostra storia di uomini in modo diverso. Gardini ci trasmette un amore alimentato da una inesausta curiosità intellettuale, e ci incoraggia con affabilità a dialogare con una civiltà che non è mai terminata perché giunge fino a noi, e della quale siamo parte anche quando non lo sappiamo. Grazie a lui, anche senza alcuna conoscenza grammaticale potremo capire come questa lingua sia tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità con la forza che solo le cose inutili sanno meravigliosamente esprimere."
Tutto questo l'ho imparato a mie spese, soltanto dopo avere conosciuto un'altra lingua, moderna ed internazionale, la lingua di Shakespeare, il "latino moderno". Paradossalmente potrei dire semplicemente che è stato il "latino moderno" a farmi conoscere il "latino antico". Ho potuto così riconoscere le radici essenziali del nostro pensiero. Radici lontane che risalgono a quando mia nonna, in anni lontani e agresti, qualche tempo prima che diventassi ginnasiale, mi costringeva a recitare, dopo una giornata di lavori nella campagna della Costa d'Amalfi, un interminabile rosario in latino.
Le radici, appunto, di un albero quanto mai antico e ricco, perciò "classico", formato da ramificazioni diverse ed impreviste. Come per l'inglese, quale latino? Quello di Shakespeare o di Cicerone? di Wall Street o di Agostino? di Virgilio o di Virginia Woolf? della Bibbia di Re Giacomo o di Google? A chi ama conoscere e viaggiare sia nel mondo classico che in quello moderno la risposta.
https://goo.gl/XzqKa2 show less
Leggendo questo libro show more appena uscito, mi sono ricreduto. Ha ragione Nicola Gardini che l'ha scritto, un giovane e valente studioso italiano. A distanza di oltre mezzo secolo, devo dire che se credevo di avere ragione, allora, quando ero un ingenuo e stupido giovinetto ginnasiale, a ritenere che la lingua latina fosse inutile, ho torto oggi.
Oggi, a distanza di cinquanta e passa di anni, dopo di aver fatto il mio percorso di vita e di studi, e dopo aver letto questo imperdibile libro su una lingua che non è affatto "morta", come pensavo sui banchi del ginnasio, devo ricredermi. E ne sono felice.
Mi rendo conto che devo spiegarmi, altrimenti chi mi legge non capisce. Non me ne meraviglio, visto che scrivo per capire quello che penso. Allora entriamo nel merito della "questione", una parola che fa rima con "ricostruzione". Mi riferisco al periodo in cui stavo per affrontare lo studio della lingua latina, perché il "contesto" vuole la sua parte. Questo, lo si sa, è costituito dallo spazio e dal tempo. Lo spazio e' quello di una cittadina meridionale, un sud non del tutto "profondo", ma abbastanza. Abbastanza per dire che anche a Sarno, la mia città di adozione, dove la mia famiglia risiedeva, la parola era, appunto, "ricostruzione" dopo una guerra disastrosa.
Era come un brivido che percorreva la schiena del Paese Italia. Anche nelle mura del glorioso liceo-ginnasio che questo blogger si apprestava a frequentare in questa cittadina campana. Lui non lo sapeva, almeno non se ne rendeva conto. Me ne rendo conto oggi, a distanza di tanto tempo. Uscivamo da una guerra che vagamente ricordavo e c'era bisogno di "ricostruire".
Dopo un triennio di scuola media, trascorso negli scantinati di quello stesso edificio, (le famigerate "cantinelle"), ero salito su quel "piano nobile" che mi avrebbe ospitato più tardi per decenni in veste di docente di una lingua moderna, fu deciso che dovessi entrare nella "classicità". Un liceo-ginnasio intitolato, infatti, ad uno scrittore, tanto antico che era un "classico" di nome e di fatto: Tito Lucrezio Caro. Allora quel "signore", con quel nome, mi era del tutto ignoto. Avrei saputo, poi, che:
"Titus Lucretius Carus nascitur, qui postea a poculo amatorio in furorem versus et per intervalla insaniae cum aliquot libros conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, sua manu se interfecit anno 44"
("nasce il poeta T. Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni"). (@@@)
Mio padre non lo sapeva. A lui interessava solo che io varcassi la soglia di quell'edificio costruito in perfetto stile fascista. Non per continuare quella ideologia, ma per un malinteso senso di "status" familiare e sociale, comune a molte famiglie del tempo, un sentimento vivo ancora oggi: recuperare una gloria antica andata perduta, affermando una condizione personale e sociale inesistente. Il mito della classicità.
Questi brevi accenni, tra il passato e il trapassato, mi servono per tessere i fili dei ricordi. Ero uno dei tanti giovani dell'agro sarnese vesuviano, l'antica terra dei Sarrasti, che veniva dalla scuola media, fatta nelle "cantinelle" di quello stesso edificio, al di sotto del livello stradale, in compagnia di topi veri, occasionali compagni di banco e tanta provvisorietà. Una comunità scolastica sarnese che si incamminava verso una indefinita e piuttosto problematica "ricostruzione". Lo "status" familiare lo richiedeva.
Chi aveva frequentato, invece, la vicina scuola, quella cosiddetta di "avviamento professionale", non aveva altra scelta se non essere "avviato", appunto, al mondo del lavoro, a fare una professione che non avrebbe avuto nessun contatto con la classicità. Questo blogger, se stava per entrare nella "classicità", non sapeva che sarebbe poi diventato prigioniero di un'altra lingua, diventata poi "il latino moderno".
La classicità era vista come la speranza per il futuro di un Paese che doveva essere ricostruito. E ginnasio fu! Un impatto forte, non solo con il latino, ma anche con il greco. Due lingue "morte" che non mi aiutavano affatto a capire cosa dovevo fare per imparare a come "ricostruire" una società, un paese, una comunità dopo i disastri di una guerra. Mio padre era passato da un lavoro ad un altro. Da collaudatore di cannoni all'Ansaldo di Pozzuoli era diventato tipografo nella piccola azienda tipografica appena rilevata dopo la fine della guerra. Passaggi epocali ...
A distanza di tanto tempo, i ricordi si sono sbiaditi e ho dovuto rileggermi la cronologia di quel tempo perduto. Quei fatidici primi anni cinquanta che mi videro a malavoglia, studente ginnasiale distratto e spaesato. Anni sofferti dentro, che mi fecero davvero dubitare delle mie facoltà, non solo scolastiche, a causa di un penoso disagio comunicativo, in una scuola che considerava i suoi alunni come tanti "vasi" da riempire. Conoscenze astruse ed incomprensibili di due lingue che allora ritenevo "morte". Tra grammatiche e sintassi, paradigmi e declinazioni, traduzioni e memorizzazioni, era come muoversi in un mondo inesistente, rincorsi da fantasmi, mentre fuori da quelle mura il mondo parlava di ben altro.
Gli anni 1950-1954: era il tempo in cui negli Usa si faceva la "caccia alle streghe" con la "crociata anticomunista di McCarthy, i giorni di quando scoppiò la guerra in Corea. In Italia la caccia e la morte del bandito Giuliano, un segreto tutto italiano, nel quale, di sicuro ci fu soltanto il fatto che Giuliano morì. E poi l'alluvione nel Polesine, il primo festival di San Remo, la rivolta in Africa dei Mau Mau, la morte di Stalin, la "legge truffa" nel parlamento italiano.
La realtà esterna alle aule di una scuola, un ginnasio di provincia meridionale, che rimaneva fermo nel tempo, ai miei occhi e di tanti altri miei compagni, una vita come congelata in una classicità che non aveva nulla di moderno e con la quale non si poteva ricostruire il futuro di una nazione ed di un popolo distrutti da una guerra esterna ed interna. Così pensavo allora. Poi, con il tempo, e nonostante tutto, ho imparato che sia il latino che il greco sono due monumenti alla civiltà della parola umana e alla fede nelle possibilità del linguaggio.
A che serve il latino? si chiede l'autore di questo libro. È la domanda che continuamente sentiamo rivolgerci e che anche io, sbarbatello alunno ignorante e svogliato, ginnasiale per forza, mi chiedevo. La lingua di Cicerone altro non era che un'ingombrante rovina, da eliminare dai programmi scolastici. In questo libro personale e appassionato, Nicola Gardini risponde che il latino è, molto semplicemente, lo strumento espressivo che è servito, e continua a essere indispensabile per fare di noi quelli che siamo. Ed io non sapevo quello che potevo essere.
"In latino, un pensatore rigoroso e tragicamente lucido come Lucrezio ha analizzato la materia del mondo; il poeta Properzio ha raccontato l'amore e il sentimento con una vertiginosa varietà di registri; Cesare ha affermato la capacità dell'uomo di modificare la realtà con la disciplina della ragione; in latino è stata composta un'opera come l'Eneide di Virgilio, senza la quale guarderemmo al mondo e alla nostra storia di uomini in modo diverso. Gardini ci trasmette un amore alimentato da una inesausta curiosità intellettuale, e ci incoraggia con affabilità a dialogare con una civiltà che non è mai terminata perché giunge fino a noi, e della quale siamo parte anche quando non lo sappiamo. Grazie a lui, anche senza alcuna conoscenza grammaticale potremo capire come questa lingua sia tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità con la forza che solo le cose inutili sanno meravigliosamente esprimere."
Tutto questo l'ho imparato a mie spese, soltanto dopo avere conosciuto un'altra lingua, moderna ed internazionale, la lingua di Shakespeare, il "latino moderno". Paradossalmente potrei dire semplicemente che è stato il "latino moderno" a farmi conoscere il "latino antico". Ho potuto così riconoscere le radici essenziali del nostro pensiero. Radici lontane che risalgono a quando mia nonna, in anni lontani e agresti, qualche tempo prima che diventassi ginnasiale, mi costringeva a recitare, dopo una giornata di lavori nella campagna della Costa d'Amalfi, un interminabile rosario in latino.
Le radici, appunto, di un albero quanto mai antico e ricco, perciò "classico", formato da ramificazioni diverse ed impreviste. Come per l'inglese, quale latino? Quello di Shakespeare o di Cicerone? di Wall Street o di Agostino? di Virgilio o di Virginia Woolf? della Bibbia di Re Giacomo o di Google? A chi ama conoscere e viaggiare sia nel mondo classico che in quello moderno la risposta.
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"Altro che lingua morta! Che il latino fosse una lingua vivente, perché ancora invita a risposte e interpretazioni attraverso la voce dei suoi grandi autori, Nicola Gardini lo aveva mostrato in tre articoli pubblicati sulla «Domenica» nell’aprile del 2016 poi contenuti nel saggio «Viva il Latino!» (Garzanti) giunto alla XII ristampa. Che il pensiero di Ovidio fosse vivo nel nostro, inesauribile sorgente nascosta, Gardini lo ha spiegato nel saggio successivo: «Con Ovidio». Nel show more terzo volume di questa serie, che riscopre importanza e bellezza di una lingua che alcuni vorrebbero dismettere, «Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo» (Garzanti, Milano, pagg. 200, € 15, in libreria da oggi), di cui anticipiamo un brano, l’autore fa un passo ulteriore mostrando come il latino non sia solo radici e fusto da cui si dirama il nostro pensiero, ma anche foresta. E lingua futura. Sono le parole che formano la civiltà e ne segnano il tempo e quelle latine non hanno mai smesso di risuonare nell’inconscio di un’immensa compagnia internazionale. Gardini - che oltre ad essere classicista, poeta, narratore, pittore e traduttore è anche professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford - partendo dai sensi originari di dieci vocaboli latini (ars, signum, modus, stilus, volvo, memoria, virtus, claritas, spiritus, rete), e delineando le successive metamorfosi nella lingua comune e nell’uso che ne fanno i grandi autori, realizza una vera e propria storia delle idee. E in un gioco di continue scoperte arriva a mostrarci come «il latino è lingua delle lingue che saranno». Noi siamo il futuro del latino e il latino è il nostro futuro."
Sì, d'accordo, il libro è interessante, le parole importanti. Ma, se mi è permesso, da uno come Nicola Gardini, professore a Oxford, mi aspettavo che includesse anche la parola che ritengo sia la più importante di tutte. Quelle che lui ha creduto opportuno di scegliere evidentemente fanno parte delle sue ricerche e dei suoi studi riguardanti il latino e la letteratura comparata. Lo dice uno che ai suoi tempi ha sofferto molto nella scuola italiana per studiarla. Forse, non tanto quanto quell'altra lingua con la quale il latino si accompagnava: il greco.
Voi vi chiederete di quale parola stia parlando, ed io, volutamente, ritardo nel dirvelo perchè devo prima esprimere tutto il mio rammarico per non averla trovato. Una parola che rimane quanto mai viva a che a distanza di millenni, forse più delle dieci che il professore ha ritenuto opportuno prendere in esame. Quella alla quale mi riferisco è un vero e proprio "segno" linguistico, come forma e come contenuto. Non a caso, proprio a questa parola Gardini ha dedicato forse il migliore trattamento rispetto alle altre. Ho deciso di trascrivere quanto ha scritto e soltanto dopo che l'avrete letto vi dirò a quale parola mi riferisco. Il prof. Gradini così scrive del "segno":
"Che cos’è il mondo? Segni, null’altro: indizi di qualcosa che è stato, che sarà, che sta avvenendo.
Segno può essere qualunque cosa: la luce di una stella che si spense milioni di anni fa, uno stillicidio invisibile, una nuvola inattesa, un mal di pancia, un dito puntato… Basta che decidiamo che quella certa cosa evochi più di ciò che rappresenta in sé. Un segno, sicuro o no che sia, lontano o no che sappia condurci, è strumento primario di conoscenza. Più segni siamo in grado di individuare, più sapremo capire del mondo.
Il rischio di errore, certo, è altissimo, perché un segno è cosa ambigua; sta sempre sospeso fra luce e buio; fra ciò che letteralmente indica e ciò che vuole rappresentare. E come dà gioia, la gioia del capire, così dà pena: la pena del fraintendere e del confondere. Quanti abbagli si prendono per un segno mal compreso! Quanti segni non erano segni, non segnalavano proprio niente, o rimandavano ad altro che continua a sfuggirci! E quanti segni non abbiamo avuto la forza o l’intelligenza di cogliere! E non appena ce ne accorgiamo, ci sentiamo traditi; all’improvviso avvertiamo tutta l’evasività del mondo. Il mondo, però, lo costruiamo anche così, per tentativi e ipotesi che poi magari saranno smentiti, e non è una colpa, se siamo mossi dal sincero desiderio di capire, superando la banalità dell’apparenza e gli schematismi della burocrazia o dei libretti di istruzione. Sempre ammettere che ci sia qualcosa di più dietro l’angolo; che la realtà sia non liscia, ma si componga di una serie di pieghe sotto cui dover guardare.
Io ho affetto per la parola segno. Ci sento promessa di espansione, volontà, potenza. Parola forte, ricca fin nel suono: una sibilante di partenza, s, che la lingua, ritraendosi dai denti e allargandosi per tutta la cavità orale fino al soffitto, trasforma in una generosa palatale, gn; e tutto nello spazio di un bisillabo, oscillando tra la chiarezza della e e l’oscurità della o. Né le tolgono forza e ricchezza gli utilizzi correnti: “fare segno”, “dare segno”, “segno d’impazienza”, “il segno meno”, “il segno più”, “buon segno”; o derivati come “segnale”, “insegna”, “assegno”, “contrassegno”, “consegna”, “disegno” (il migliore del gruppo) e – tra i verbi – “segnalare”, “insegnare”, “assegnare”, “consegnare”, “rassegnare”, “disegnare”, “designare”.
Il capostipite latino, signum, è ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita. Virgilio, quasi intendesse giocare con i fantasmi dell’etimologia, fa «effodere» (“scavare”) un «signum» ai Troiani che sono appena arrivati sulle coste di Cartagine (Eneide I, 443). E l’evangelista Giovanni assai opportunamente chiama le piaghe di Gesù «signum clavorum», “segno dei chiodi” (20, 25).
Se c’è signum, ci sarà anche altro. Secondo Cicerone, una cicatrice dice che c’è stata di certo una ferita; e polvere sui sandali dice che probabilmente si è fatto un pezzo di strada (De inventione I, 47). Agostino, che di Cicerone è imbevuto, spiega:
Segno […] è cosa che, oltre all’aspetto che
mostra ai sensi, fa venire alla mente
qualcos’altro a partire da sé; così come
vista una traccia, pensiamo che sia pa
sato un animale di cui quella è la traccia;
e visto il fumo, capiamo che là sotto c’è il
fuoco; e udita la voce di una persona,
capiamo il suo stato d’animo, e al suono
della tromba i soldati sanno di dover o
avanzare o ritirarsi e fare altro che la ba
taglia richieda.
(De doctrina Christiana II, i, 1)
Gli esempi di Agostino associano sotto un’unica definizione di segno tre diverse funzioni. Un conto, infatti, è la traccia dell’animale che è appena passato, un conto è il fumo, un conto il suono della tromba militare. Il signum si relaziona a tre diverse temporalità, come, invece, mette in chiaro Cicerone: il passato (il passaggio dell’animale), il presente (il fuoco) e il futuro (l’azione militare da compiersi). Pertanto: 1. può essere residuo; 2. può indicare qualcosa che sta avvenendo, e 3. può essere avvio, stimolo a qualcos’altro, e così avvertire sul da farsi (lo chiameremo preferibilmente “segnale”, il segno-comando). Mi viene in mente un altro famoso signum di questo terzo tipo: il bacio di Giuda nei Vangeli (Matteo 26, 48 e Marco 14, 44).
Il vocabolo signum ha una straordinaria predisposizione alla pluralità di sensi. Se dovessi scegliere una parola che in più alto grado rappresentasse l’“intelligenza verbale” del latino sceglierei proprio signum. Come abbiamo appena visto, vuol dire “segno” (traccia, indizio, prova,) e “segnale”. Ma vuol dire anche “insegna militare”: lo stendardo della legione, per esempio. Signum vuol anche dire “costellazione”, in quanto segno celeste, senso che si è mantenuto fino a oggi nell’espressione “segno zodiacale”. E immagine artistica: pittura, ricamo o, più spesso, statua. Ovidio scrive che Narciso, incantato dal proprio riflesso, ha tutta l’aria di un signum di marmo pario (Metamorfosi III, 419). Signum arriva a voler dire perfino portento e miracolo nel latino dei Vangeli.
Né mancano i derivati. Tra i più comuni del latino classico ci sono i verbi significo (“esprimere”, “significare”, “predire”) e signo (“coprire di segni”, “sigillare”, “indicare”), fortunatissimi anche nella tradizione volgare (di “significare” Dante fornisce esempi ragguardevoli). A proposito di signo – donde il nostro “in-segno” –, mi torna in mente lo splendido passo dell’Eneide in cui Enea rivolge a Giove una preghiera di aiuto, mentre Troia è preda delle fiamme e dei Greci, e un prodigio improvviso gli dà conforto. Il verbo compare nella forma di un participio, all’accusativo singolare:
e dal cielo, scorsa per le ombre,
una stella portando una face con molta
luce passò. Quella scorrendo sopra la
cima del palazzo
vediamo nascondersi chiara nella selva
dell’Ida, e indicando [signantem] la via;
allora un solco per lungo sentiero
dà luce e tutt’intorno fumano i luoghi
di zolfo.
(Eneide II, 693-698)
Il pensiero di quello che sarà preoccupa tutti. Dove stiamo andando? Quanto a lungo vivremo? E come? Il nostro pianeta avrà la meglio sulle follie dei politici? Sparirà la povertà? Un giorno avremo tutti cibo e istruzione? Che fare? Preoccupa l’ignoto, e si vorrebbe renderlo noto, vederlo prima che lui, prendendoci alla sprovvista, veda noi; conoscerlo perché lo si possa riconoscere quando quel che ancora non è verrà a essere. Si vorrebbe perfino impedire che avvenga, il futuro, quando se ne presagisce la negatività. Occorre, dunque, osservare i segni, come i contadini delle Georgiche, antesignani di Enea. Oggi forse non esistono più contadini come quelli virgiliani, almeno nelle società dominate dalle macchine. Esistono però ancora persone che si dedicano all’importante mestiere della previsione; persone che si impegnano a disciplinare i segni e a servirsene per favorire la sopravvivenza del genere umano. E ce n’è di varie categorie: geologi, sismologi, metereologi, ecologisti, climatologi, demografi, politologi, economisti. Non dimentichiamo i medici. Tutti costoro scrivono o cercano di scrivere una storia che ancora non è avvenuta. Sono archeologi dell’avvenire. Sono profeti, letteralmente, sebbene le loro profezie dichiarino verità tutt’altro che metafisiche. Anche queste, però, richiedono capacità di intuizione non da poco. L’esattezza resta spesso un miraggio. Le recenti crisi economiche hanno dimostrato ampiamente tutta la fallibilità dei nostri profeti. Nessuno aveva visto i segni della vicina catastrofe, o se li aveva visti, non li aveva presi o voluti prendere nella dovuta considerazione. Cicerone lo diceva – che la verità dei segni va accertata."
Ecco, si tratta della parola che ha segnato nello spazio e nel tempo in maniera implacabile, il destino degli uomini. Mi riferisco a MEDIUM. Termine con cui viene talora indicato ogni singolo mezzo di comunicazione e di informazione, ossia ogni veicolo di «messaggio», facente parte di quelli che complessivamente sono chiamati, guarda il caso!, con espressione inglese MEDIA e più comunemente MASS MEDIA. Come ha potuto un professore di Oxford dimenticare che "the MEDIUM is the message"? show less
Sì, d'accordo, il libro è interessante, le parole importanti. Ma, se mi è permesso, da uno come Nicola Gardini, professore a Oxford, mi aspettavo che includesse anche la parola che ritengo sia la più importante di tutte. Quelle che lui ha creduto opportuno di scegliere evidentemente fanno parte delle sue ricerche e dei suoi studi riguardanti il latino e la letteratura comparata. Lo dice uno che ai suoi tempi ha sofferto molto nella scuola italiana per studiarla. Forse, non tanto quanto quell'altra lingua con la quale il latino si accompagnava: il greco.
Voi vi chiederete di quale parola stia parlando, ed io, volutamente, ritardo nel dirvelo perchè devo prima esprimere tutto il mio rammarico per non averla trovato. Una parola che rimane quanto mai viva a che a distanza di millenni, forse più delle dieci che il professore ha ritenuto opportuno prendere in esame. Quella alla quale mi riferisco è un vero e proprio "segno" linguistico, come forma e come contenuto. Non a caso, proprio a questa parola Gardini ha dedicato forse il migliore trattamento rispetto alle altre. Ho deciso di trascrivere quanto ha scritto e soltanto dopo che l'avrete letto vi dirò a quale parola mi riferisco. Il prof. Gradini così scrive del "segno":
"Che cos’è il mondo? Segni, null’altro: indizi di qualcosa che è stato, che sarà, che sta avvenendo.
Segno può essere qualunque cosa: la luce di una stella che si spense milioni di anni fa, uno stillicidio invisibile, una nuvola inattesa, un mal di pancia, un dito puntato… Basta che decidiamo che quella certa cosa evochi più di ciò che rappresenta in sé. Un segno, sicuro o no che sia, lontano o no che sappia condurci, è strumento primario di conoscenza. Più segni siamo in grado di individuare, più sapremo capire del mondo.
Il rischio di errore, certo, è altissimo, perché un segno è cosa ambigua; sta sempre sospeso fra luce e buio; fra ciò che letteralmente indica e ciò che vuole rappresentare. E come dà gioia, la gioia del capire, così dà pena: la pena del fraintendere e del confondere. Quanti abbagli si prendono per un segno mal compreso! Quanti segni non erano segni, non segnalavano proprio niente, o rimandavano ad altro che continua a sfuggirci! E quanti segni non abbiamo avuto la forza o l’intelligenza di cogliere! E non appena ce ne accorgiamo, ci sentiamo traditi; all’improvviso avvertiamo tutta l’evasività del mondo. Il mondo, però, lo costruiamo anche così, per tentativi e ipotesi che poi magari saranno smentiti, e non è una colpa, se siamo mossi dal sincero desiderio di capire, superando la banalità dell’apparenza e gli schematismi della burocrazia o dei libretti di istruzione. Sempre ammettere che ci sia qualcosa di più dietro l’angolo; che la realtà sia non liscia, ma si componga di una serie di pieghe sotto cui dover guardare.
Io ho affetto per la parola segno. Ci sento promessa di espansione, volontà, potenza. Parola forte, ricca fin nel suono: una sibilante di partenza, s, che la lingua, ritraendosi dai denti e allargandosi per tutta la cavità orale fino al soffitto, trasforma in una generosa palatale, gn; e tutto nello spazio di un bisillabo, oscillando tra la chiarezza della e e l’oscurità della o. Né le tolgono forza e ricchezza gli utilizzi correnti: “fare segno”, “dare segno”, “segno d’impazienza”, “il segno meno”, “il segno più”, “buon segno”; o derivati come “segnale”, “insegna”, “assegno”, “contrassegno”, “consegna”, “disegno” (il migliore del gruppo) e – tra i verbi – “segnalare”, “insegnare”, “assegnare”, “consegnare”, “rassegnare”, “disegnare”, “designare”.
Il capostipite latino, signum, è ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita. Virgilio, quasi intendesse giocare con i fantasmi dell’etimologia, fa «effodere» (“scavare”) un «signum» ai Troiani che sono appena arrivati sulle coste di Cartagine (Eneide I, 443). E l’evangelista Giovanni assai opportunamente chiama le piaghe di Gesù «signum clavorum», “segno dei chiodi” (20, 25).
Se c’è signum, ci sarà anche altro. Secondo Cicerone, una cicatrice dice che c’è stata di certo una ferita; e polvere sui sandali dice che probabilmente si è fatto un pezzo di strada (De inventione I, 47). Agostino, che di Cicerone è imbevuto, spiega:
Segno […] è cosa che, oltre all’aspetto che
mostra ai sensi, fa venire alla mente
qualcos’altro a partire da sé; così come
vista una traccia, pensiamo che sia pa
sato un animale di cui quella è la traccia;
e visto il fumo, capiamo che là sotto c’è il
fuoco; e udita la voce di una persona,
capiamo il suo stato d’animo, e al suono
della tromba i soldati sanno di dover o
avanzare o ritirarsi e fare altro che la ba
taglia richieda.
(De doctrina Christiana II, i, 1)
Gli esempi di Agostino associano sotto un’unica definizione di segno tre diverse funzioni. Un conto, infatti, è la traccia dell’animale che è appena passato, un conto è il fumo, un conto il suono della tromba militare. Il signum si relaziona a tre diverse temporalità, come, invece, mette in chiaro Cicerone: il passato (il passaggio dell’animale), il presente (il fuoco) e il futuro (l’azione militare da compiersi). Pertanto: 1. può essere residuo; 2. può indicare qualcosa che sta avvenendo, e 3. può essere avvio, stimolo a qualcos’altro, e così avvertire sul da farsi (lo chiameremo preferibilmente “segnale”, il segno-comando). Mi viene in mente un altro famoso signum di questo terzo tipo: il bacio di Giuda nei Vangeli (Matteo 26, 48 e Marco 14, 44).
Il vocabolo signum ha una straordinaria predisposizione alla pluralità di sensi. Se dovessi scegliere una parola che in più alto grado rappresentasse l’“intelligenza verbale” del latino sceglierei proprio signum. Come abbiamo appena visto, vuol dire “segno” (traccia, indizio, prova,) e “segnale”. Ma vuol dire anche “insegna militare”: lo stendardo della legione, per esempio. Signum vuol anche dire “costellazione”, in quanto segno celeste, senso che si è mantenuto fino a oggi nell’espressione “segno zodiacale”. E immagine artistica: pittura, ricamo o, più spesso, statua. Ovidio scrive che Narciso, incantato dal proprio riflesso, ha tutta l’aria di un signum di marmo pario (Metamorfosi III, 419). Signum arriva a voler dire perfino portento e miracolo nel latino dei Vangeli.
Né mancano i derivati. Tra i più comuni del latino classico ci sono i verbi significo (“esprimere”, “significare”, “predire”) e signo (“coprire di segni”, “sigillare”, “indicare”), fortunatissimi anche nella tradizione volgare (di “significare” Dante fornisce esempi ragguardevoli). A proposito di signo – donde il nostro “in-segno” –, mi torna in mente lo splendido passo dell’Eneide in cui Enea rivolge a Giove una preghiera di aiuto, mentre Troia è preda delle fiamme e dei Greci, e un prodigio improvviso gli dà conforto. Il verbo compare nella forma di un participio, all’accusativo singolare:
e dal cielo, scorsa per le ombre,
una stella portando una face con molta
luce passò. Quella scorrendo sopra la
cima del palazzo
vediamo nascondersi chiara nella selva
dell’Ida, e indicando [signantem] la via;
allora un solco per lungo sentiero
dà luce e tutt’intorno fumano i luoghi
di zolfo.
(Eneide II, 693-698)
Il pensiero di quello che sarà preoccupa tutti. Dove stiamo andando? Quanto a lungo vivremo? E come? Il nostro pianeta avrà la meglio sulle follie dei politici? Sparirà la povertà? Un giorno avremo tutti cibo e istruzione? Che fare? Preoccupa l’ignoto, e si vorrebbe renderlo noto, vederlo prima che lui, prendendoci alla sprovvista, veda noi; conoscerlo perché lo si possa riconoscere quando quel che ancora non è verrà a essere. Si vorrebbe perfino impedire che avvenga, il futuro, quando se ne presagisce la negatività. Occorre, dunque, osservare i segni, come i contadini delle Georgiche, antesignani di Enea. Oggi forse non esistono più contadini come quelli virgiliani, almeno nelle società dominate dalle macchine. Esistono però ancora persone che si dedicano all’importante mestiere della previsione; persone che si impegnano a disciplinare i segni e a servirsene per favorire la sopravvivenza del genere umano. E ce n’è di varie categorie: geologi, sismologi, metereologi, ecologisti, climatologi, demografi, politologi, economisti. Non dimentichiamo i medici. Tutti costoro scrivono o cercano di scrivere una storia che ancora non è avvenuta. Sono archeologi dell’avvenire. Sono profeti, letteralmente, sebbene le loro profezie dichiarino verità tutt’altro che metafisiche. Anche queste, però, richiedono capacità di intuizione non da poco. L’esattezza resta spesso un miraggio. Le recenti crisi economiche hanno dimostrato ampiamente tutta la fallibilità dei nostri profeti. Nessuno aveva visto i segni della vicina catastrofe, o se li aveva visti, non li aveva presi o voluti prendere nella dovuta considerazione. Cicerone lo diceva – che la verità dei segni va accertata."
Ecco, si tratta della parola che ha segnato nello spazio e nel tempo in maniera implacabile, il destino degli uomini. Mi riferisco a MEDIUM. Termine con cui viene talora indicato ogni singolo mezzo di comunicazione e di informazione, ossia ogni veicolo di «messaggio», facente parte di quelli che complessivamente sono chiamati, guarda il caso!, con espressione inglese MEDIA e più comunemente MASS MEDIA. Come ha potuto un professore di Oxford dimenticare che "the MEDIUM is the message"? show less
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A person that speaks two languages = Bilingual
A person who speaks one language = British/American
Right...?
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