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Gesualdo Bufalino (1920–1996)

Author of The Plague Sower

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About the Author

Includes the name: Gesualdo Bufalino

Works by Gesualdo Bufalino

The Plague Sower (1981) 355 copies, 7 reviews
Night's Lies (1988) 276 copies, 4 reviews
Blind Argus (1984) 111 copies, 1 review
The Keeper of Ruins (1988) 87 copies
Qui pro quo (1991) 63 copies, 1 review
Museo d'ombre (1982) 42 copies
Calende greche (1990) 31 copies
La luce e il lutto (1996) 26 copies, 1 review
Cere perse (1985) 24 copies, 1 review
L'amaro miele (1982) 15 copies
Il malpensante (2000) 15 copies
Guerrin Meschino (Italian Edition) (1993) 13 copies, 1 review
Saldi d'autunno (1990) 12 copies

Associated Works

The Flowers of Evil (1857) — Translator, some editions — 8,987 copies, 91 reviews
Opowieści Niesamowite Z Języka Włoskiego (2023) — Contributor — 1 copy

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Common Knowledge

Canonical name
Bufalino, Gesualdo
Birthdate
1920-11-15
Date of death
1996-06-14
Gender
male
Occupations
high school teacher
novelist
Awards and honors
Flaiano (1984)
Strega Prize (1988)
Nino Martoglio International Book Award (1990)
Nationality
Italy
Birthplace
Comiso, Sicily, Italy
Place of death
Vittoria, Sicily, Italy
Associated Place (for map)
Sicily, Italy

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19 reviews
“La diceria dell’untore” è il racconto di un’attesa, una sorta di sosta in una zona intermedia tra la vita e la morte, nella consapevolezza di non potere in alcun modo ipotecare il futuro. È un percorso eroico e disperato nell’inferno di un morbo insidioso e implacabile; nella rabbia rassegnata al disfacimento del corpo; nella desolazione dell’isolamento dal resto del mondo, quasi certo preludio del distacco dalla vita.
Un simile torrente di angoscia e sofferenza avrebbe potuto show more facilmente tracimare nei toni patetici del più scadente melodramma, ma l’autore scongiura abilmente questo rischio arginandone gli eccessi attraverso il filtro moderatore del ricordo e rivestendo il tutto di una prosa ricercata e solenne che eleva il registro narrativo, creando al contempo il dovuto distacco dalle emozioni.
Vocaboli desueti, aggettivazione insolita e ridondante, metafore ardite e spiazzanti, ma soprattutto un periodare complesso e di ampio respiro di chiara matrice latina: tutto ciò conferisce allo stile valenza e musicalità di stampo classico, e al tempo stesso riveste i fatti come di una patina di irrealtà, quasi di sogno.
Il sanatorio della Rocca non fa già più parte del mondo reale, è un universo chiuso e compiuto in sé, una specie di palcoscenico nel teatro delle disillusioni, sul quale scorrono come ombre effimere le gracili e immense figure di questi compagni di pena – vere alme purganti (o alme dannate ?) di proporzioni dantesche – ciascuno con la propria storia da ripercorrere nel rimpianto struggente e con i propri interrogativi per i quali non esistono risposte univoche o esaustive.
Gli stessi protagonisti non danno l’impressione di persone reali, ma piuttosto di personaggi chiamati a dare prova del loro talento nell’interpretazione del ruolo di reduci di guerra e di vita, senza certezze e senza un domani, prigionieri di quel lager-sanatorio che rappresenta l’ultimo avamposto dell’esistenza prima del varco della soglia del nulla. Chiunque vi abbia soggiornato non potrà ritornare integro alla vita, perché vi ritornerà da insignificante comparsa dopo essere stato sul punto di abbandonarla gloriosamente “da prim’attore”; e l’esperienza trascorsa resterà impressa come un marchio indelebile nella memoria e nella coscienza, come una colpa di tradimento verso quanti non hanno potuto sottrarsi al verdetto di morte.
Un grandissimo romanzo.
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“La diceria dell’untore” è il racconto di un’attesa, una sorta di sosta in una zona intermedia tra la vita e la morte, nella consapevolezza di non potere in alcun modo ipotecare il futuro. È un percorso eroico e disperato nell’inferno di un morbo insidioso e implacabile; nella rabbia rassegnata al disfacimento del corpo; nella desolazione dell’isolamento dal resto del mondo, quasi certo preludio del distacco dalla vita.
Un simile torrente di angoscia e sofferenza avrebbe potuto show more facilmente tracimare nei toni patetici del più scadente melodramma, ma l’autore scongiura abilmente questo rischio arginandone gli eccessi attraverso il filtro moderatore del ricordo e rivestendo il tutto di una prosa ricercata e solenne che eleva il registro narrativo, creando al contempo il dovuto distacco dalle emozioni.
Vocaboli desueti, aggettivazione insolita e ridondante, metafore ardite e spiazzanti, ma soprattutto un periodare complesso e di ampio respiro di chiara matrice latina: tutto ciò conferisce allo stile valenza e musicalità di stampo classico, e al tempo stesso riveste i fatti come di una patina di irrealtà, quasi di sogno.
Il sanatorio della Rocca non fa già più parte del mondo reale, è un universo chiuso e compiuto in sé, una specie di palcoscenico nel teatro delle disillusioni, sul quale scorrono come ombre effimere le gracili e immense figure di questi compagni di pena – vere alme purganti (o alme dannate ?) di proporzioni dantesche – ciascuno con la propria storia da ripercorrere nel rimpianto struggente e con i propri interrogativi per i quali non esistono risposte univoche o esaustive.
Gli stessi protagonisti non danno l’impressione di persone reali, ma piuttosto di personaggi chiamati a dare prova del loro talento nell’interpretazione del ruolo di reduci di guerra e di vita, senza certezze e senza un domani, prigionieri di quel lager-sanatorio che rappresenta l’ultimo avamposto dell’esistenza prima del varco della soglia del nulla. Chiunque vi abbia soggiornato non potrà ritornare integro alla vita, perché vi ritornerà da insignificante comparsa dopo essere stato sul punto di abbandonarla gloriosamente “da prim’attore”; e l’esperienza trascorsa resterà impressa come un marchio indelebile nella memoria e nella coscienza, come una colpa di tradimento verso quanti non hanno potuto sottrarsi al verdetto di morte.
Un grandissimo romanzo.
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“La diceria dell’untore” è il racconto di un’attesa, una sorta di sosta in una zona intermedia tra la vita e la morte, nella consapevolezza di non potere in alcun modo ipotecare il futuro. È un percorso eroico e disperato nell’inferno di un morbo insidioso e implacabile; nella rabbia rassegnata al disfacimento del corpo; nella desolazione dell’isolamento dal resto del mondo, quasi certo preludio del distacco dalla vita.
Un simile torrente di angoscia e sofferenza avrebbe potuto show more facilmente tracimare nei toni patetici del più scadente melodramma, ma l’autore scongiura abilmente questo rischio arginandone gli eccessi attraverso il filtro moderatore del ricordo e rivestendo il tutto di una prosa ricercata e solenne che eleva il registro narrativo, creando al contempo il dovuto distacco dalle emozioni.
Vocaboli desueti, aggettivazione insolita e ridondante, metafore ardite e spiazzanti, ma soprattutto un periodare complesso e di ampio respiro di chiara matrice latina: tutto ciò conferisce allo stile valenza e musicalità di stampo classico, e al tempo stesso riveste i fatti come di una patina di irrealtà, quasi di sogno.
Il sanatorio della Rocca non fa già più parte del mondo reale, è un universo chiuso e compiuto in sé, una specie di palcoscenico nel teatro delle disillusioni, sul quale scorrono come ombre effimere le gracili e immense figure di questi compagni di pena – vere alme purganti (o alme dannate ?) di proporzioni dantesche – ciascuno con la propria storia da ripercorrere nel rimpianto struggente e con i propri interrogativi per i quali non esistono risposte univoche o esaustive.
Gli stessi protagonisti non danno l’impressione di persone reali, ma piuttosto di personaggi chiamati a dare prova del loro talento nell’interpretazione del ruolo di reduci di guerra e di vita, senza certezze e senza un domani, prigionieri di quel lager-sanatorio che rappresenta l’ultimo avamposto dell’esistenza prima del varco della soglia del nulla. Chiunque vi abbia soggiornato non potrà ritornare integro alla vita, perché vi ritornerà da insignificante comparsa dopo essere stato sul punto di abbandonarla gloriosamente “da prim’attore”; e l’esperienza trascorsa resterà impressa come un marchio indelebile nella memoria e nella coscienza, come una colpa di tradimento verso quanti non hanno potuto sottrarsi al verdetto di morte.
Un grandissimo romanzo.
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I bought this because it is in the Eridanos Library and all of the books selected for this series are at least experimental, unique and carefully written. Again and again, the quality of their books has surprised me and introduced me to overlooked authors in the playful periphery of literature. "The Plague Sower" is by no means the best of their collection; but it is a memorable work, worth reading against other plague/sanatorium literature such as Mann's "The Magic Mountain" or Camus' "The show more Plague." In its episodic theatricality and the mad ranting of its characters, it also bears comparison to Djuna Barnes' outstanding "Nightwood."

But there is something immature or hasty about the novel, something too convenient about introducing characters only to kill them off at the end of each new stage in the book's progression. The narrator informs us early on that he is a sort of failed Orpheus, someone who "betrayed the silent agreement not to survive" that he shared with the doomed cast of his post World War II sanatorium and it is hard to warm to him as a guide through the death-soaked place of his narration. However, when I shuffle through my criticisms of the narrative voice, I have to wonder how many of the parts that seem overblown, too self-centered or callous are actually true; Bufalino spent the three years following WWII in a sanatorium with other deactivated soldiers. While the characters sometimes seem a bit maudlin or overdone, the location, its rules and its diversions always feel authentic--a time capsule worth entering.

It did not come as a surprise to me to learn that Gesualdo Bufalino spent more than a decade fine tuning the language of his freshman novel. While many of his characters are allowed to bluster and lie in the fear of dying until they have made themselves magnificent and untrustworthy, Bufalino has a knack for cutting them down to size beautifully. His love interest, for instance, after being draped in classical references and after being described as involving herself in "a perpetual game of hide-and-seek among lies and omissions and incomplete admissions, which sufficed to give her confidences an intermittent, malignant glow, like a lighthouse in a shallow, operated by a traitor" is later reduced to, "perhaps just a wretched woman beyond the pale, a starving loneliness coughing at my side." Finally, for those who enjoy the reflections about God and religion that seem to multiply around the dying, several wonderful blasphemers roam through the sanatorium ("No, no, we're blains on God's assface, droppings from some humongous mole . . .").

These embittered men hold forth with toxic but amusing invective and serve as a useful counterpoint to some of the younger patients who spend all their time sneaking into the women's side of the sanatorium and trying to get laid. I have given it two and a half stars because I will not read it again, nor will I read anything else by Bufalino. Although I am not unhappy to have completed the book, it would be inaccurate to say that "I liked it."
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½

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